Perché i matrimoni mi annoiano.

Bisogna svegliarsi presto: perché il matrimonio è di mattina, e bisogna avere il tempo di fare la doccia e indossare abiti scomodi e rinfrescare lo smalto ai piedi e raggiungere chiese abbarbicate su declivi rocciosi o su spiaggette poco conosciute venti chilometri a sud della città. Se il matrimonio è di pomeriggio, bisogna comunque svegliarsi presto: perché l’intera mattinata a disposizione ci ha fatto erroneamente supporre di poter rimandare alla mattina della cerimonia il taglio di capelli o l’acquisto delle scarpe.

Bisogna indossare vestiti eleganti, sandali argentati col tacco alto e cappellini in tinta: e io mi stufo e sono a disagio e sembro cicciotta e molto infelice, e chiunque mi incontri si sente in dovere di dirmi che avrei potuto vestirmi meglio, o truccarmi, o andare dal parruchiere, cose che notoriamente non faccio.

Bisogna sorridere molto e parlare con persone semi-sconosciute o che non si incontrano da anni del tempo, delle vacanze incipienti, nella migliore delle ipotesi di animali domestici: e sebbene il CaneNando sia uno dei miei argomenti favoriti, dopo parecchie ore diventa stancante e ripetitivo.

Bisogna mostrarsi stupiti e piacevolmente colpiti dall’abito della sposa, dalla spilla ferma-cravatta dello sposo, dalla qualità degli antipasti, dalla vasta scelta di dolci: anche se il vestito sembra una meringa grondante fiocchi e nastri, il ferma-cravatta è pacchiano, gli antipasti sono unti e i dolci sanno solo di panna spray.

Bisogna rimanere nello stesso posto per molte ore: e io abitualmente mi annoio subito e resto nello stesso luogo per più di quattro ore solo se sto lavorando o dormendo o leggendo un libro particolarmente interessante.

Bisogna mangiare moltissimo, e io solitamente mangio poco e quasi solo insalata e frutta e yogurt e pizza, e ad un pranzo di matrimonio non vengono mai serviti insalata yogurt e pizza e la frutta compare solo come guarnizione sulla torta di nozze.

Bisogna pranzare o cenare in condizioni di assoluta scomodità; se il matrimonio prevede che ci siano tavoli assegnati, si rimane per molte ore seduti con anziani parenti aspettando che camerieri azzimati servano la ventiseiesima portata a base di crostacei. Se invece gli sposi hanno scelto di fare un rinfresco a buffet, si sta con un piatto in una mano e un bicchiere nell’altra cercando di trovare un gradino o un angolo di prato in cui sedersi a mangiare il taboulè.

Bisogna rispondere con cortesia alla ventitreesima persona che chiede come va, o che commenta con tono entusiastico la splendida cerimonia e il raffinato ricevimento.

Bisogna complimentarsi con tono serio e credibile con gli sposi, con i genitori degli sposi, con i testimoni degli sposi, anche se si desidera solo andare via.

Bisogna attendere il momento in cui accommiatarsi: e ogni volta che sembra di potersi allontanare alla chetichella viene proposta una nuova imprescindibile attività: taglio della torta, distribuzione dei confetti, lancio di colombe bianche o di fuochi d’artificio.

[Quando finalmente si va via, con i piedi doloranti e l’acconciatura miseramente crollata, si scopre di aver dimenticato nella sala ricevimenti la borsa, gli occhiali da sole o la bomboniera. Ma perché gli sposi non conoscono il limite di tempo che separa una bella festa da un tentativo di sequestro di persona?].

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Cose da cui deduco di essere diventata vecchia.

Ho visto il concerto del Primo maggio in televisione, e non conoscevo i quattro quinti dei cantanti: e quelli che conoscevo avevano tutti i capelli brizzolati.

Un vicino di casa mi ha aiutata a portare i sacchetti della spesa.

Consulto il meteo ogni mattina, per sapere se devo mettere la canottiera o la maglietta a maniche lunghe sotto il maglioncino: e, se sono molto indecisa, sveglio Ste e le chiedo consiglio.

Non bevo birra perché altrimenti mi viene il mal di testa, così se usciamo la sera prendo una tisana. E comunque, non esco quasi mai la sera.

Il figlio del capo, un diciottenne intelligente e affettuoso, mi ha presentato la fidanzatina; lei era imbarazzata e ho intercettato al volo il suo No, lascia stare, mi vergogno della signora.

Non esco mai di casa senza una sciarpetta, ‘nza mai signuri prendo freddo sul collo.

Quando vado al mare metto sempre un doppio strato di crema solare, e controllo di idratarmi a sufficienza. Non indosso un cappellino da sole soltanto perché ho un senso del ridicolo molto sviluppato.

Mi infastidisco se in un locale c’è poca luce, o troppo rumore, o la musica alta.

Quando frequentavo l’università si compilavano gli statini cartacei per iscriversi agli esami, per parlare con i docenti si andava al dipartimento e si aspettava e non esisteva l’opzione di mandare una mail, c’erano le facoltà e i turni per gli orali si facevano la mattina stessa, scrivendo traballanti file di nomi su un foglio di carta che venivano attaccato alla porta con un pezzo di scotch.

Faccio le parole crociate ogni sera.

Non ho idea di cosa sia la musica trap, né di quale sia il sensazionale spoiler del film degli Avengers: anzi, se non fosse per Stefano, il treenne più simpatico del mondo, non saprei neanche chi sono gli Avengers. E comunque ne ricordo sempre solo tre su quattro.

Sono passati più di dieci anni dalla mia laurea e quasi venti dal diploma.

Sto rivedendo un telefilm che a vent’anni adoravo, e lì quasi nessuno ha il telefono cellulare, o la connessione internet a casa, e si usa ancora il telefono fisso con il filo: e fino a un paio di anni prima che uscisse il telefilm neanche io avevo il cellulare.

Ricordo quando i palazzi di fronte casa mia non erano ancora stati costruiti.

Quando uscivo la sera, a sedici o diciassette anni, portavo sempre con me una scheda telefonica per poter chiamare i miei genitori dalla cabina e avvertirli che non avei cenato a casa.

Quando prendevo l’autobus il biglietto costava 1.200 lire, e ora costa un euro e mezzo.

Non riesco a trovare i miei colleghi di università sui social, perché allora non esisteva Facebook e non ricordo i loro cognomi: e cercare Alessandro-quello-di-Partinico o Tiziana-quella-coi-capelli-corti non è un’opzione plausibile.

Non ho più paura dei film, dei brutti sogni e dei racconti truculenti, ma solo di pericoli reali e ben dimostrabili, come i libri che sto leggendo in questo periodo, i rumori strani nel cuore della notte, la porta di casa dei vicini che sbatte all’improvviso.

I cantanti che ascoltavo durante la mia adolescenza sono di nuovo in radio: hanno avuto il tempo di passare di moda, essere dimenticati e tornare poi in auge.

[Nessuno mi ha ancora ceduto il sedile in fila alla posta, ma è solo perché non ci vado quasi mai].

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Stanchezza.

Stanchezza è quando penso di aver scritto un messaggio, lungo e complesso e circostanziato, e aspetto la risposta, magari con un pizzico di ansia o di vaga curiosità, e la risposta non arriva e quando controllo il telefono scopro che in realtà ho solo pensato di averlo fatto: o quando, per ottimizzare sui tempi, mando una raffica di vocali confusi e petulanti in cui comunico i miei spostamenti per le prossime ore, la lista della spesa e la ricetta del pollo al curry da cucinare per cena al padrone di casa invece che a Ste.

Stanchezza è quando aspetto tutto il giorno di poter leggere un po’, e poi quando vado a letto mi addormento senza neanche accendere il kindle; è quando la sveglia suona e penso di essermi addormentata solo mezz’ora fa.

Stanchezza è quando, pur di non sprecare energie per spiegarmi, sto zitta. È quando scendo a prendere il caffè con collegasimpatica perché sto cercando di scrivere una mail da venti minuti e le parole proprio non mi vengono. È quando, durante il caffè, dico diciassette volte che non ricordo il nome del libro che sto leggendo, della persona di cui sto parlando, della canzone che si sente alla radio; quando mi si parla di qualcosa, ma proprio non riesco a capire di cosa.

Stanchezza è quando la sera siamo sul divano, ed è il momento più bello della giornata, e stiamo vedendo un telefilm su Netflix che mi piace moltissimo, e comunque mi addormento.

Stanchezza è quando sono nel traffico e ho moltissima fame, e penso a tutte le cose che dovrei fare uscendo dall’ingorgo ma passano i minuti e sono ancora più o meno allo stesso punto, e penso che anche stasera finirò di lavorare molto tardi e le macchine intorno alla mia non si spostano e sono già le tre e mi viene da piangere.

Stanchezza è quando metto dozzine di promemoria per ricordare quello che devo fare, ma sono troppi e si accavallano e tutt’a un tratto squillano e tintinnano e trillano in maniera scomposta e inconsulta e ne posticipo alcuni e perdo per strada una buona metà degli altri; è quando programmo tutti i pasti della settimana e li cucino e confeziono e surgelo per risparmiare tempo ogni giorno; è quando decido il lunedì mattina cosa indosserò al lavoro ogni giorno, cosa farò nei prossimi tre weekend, quanto tempo impiegherò per completare gli incroci obbligati, per leggere l’oroscopo sul settimanale a cui sono abbonata, per mettere l’acqua al bonsai.

Stanchezza è quando impiego un quarto d’ora per alzarmi dal letto, perché il pensiero di tutto quello che mi aspetta nella giornata, spesa al supermercato addominali lavoro, telefonate email sponsorizzazioni sui social, Nando che reclama carezze, l’autolettura del gas, le tremila chat su whatsapp, mi schianta prima ancora di cominciare; è quando faccio colazione in piedi, immergendo i mezzi biscotti in rapida successione nella tazzina di caffè, con il cellulare già in mano e sette-otto messaggi incastrati tra i pollici.

Stanchezza è quando programmo le telefonate di lavoro durante la mezz’ora di tragitto in auto verso l’ufficio, è quando chiedo a Ste di leggere i miei messaggi su whatsapp e le detto le risposte perché intanto sto guidando; è quando mando vocali di interi quarti d’ora perché non ho il tempo materiale di scrivere. È quando vado al cinema perché è l’unico posto in cui tolgo la connessione allo smartphone.

Stanchezza è quando passo un’intera serata a scrivere un post per questo blog, e quando metto l’ultimo punto è ora di andare a dormire, e mi dispiace moltissimo pensare di avere sprecato una serata, ma.

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Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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Addio, Mate.

Nel 2010, su Facebook, c’era un gruppo che si chiamava Chi mi consiglia un libro? Era, quello, un periodo in cui i social network erano usati poco, e nei gruppi non c’erano ancora decine di migliaia di persone, ma si era in pochi, e si scrivevano commenti lunghi e ragionati, si discuteva molto e si imparava a conoscersi; non c’erano gli smartphone, o se c’erano erano usati molto poco, e ci si collegava da casa, dai computer fissi, quando ce n’era la possibilità. Io non lavoravo, allora, e stavo interi pomeriggi al pc, e la maggior parte del tempo la passavo su quel gruppo: è lì che ho conosciuto i quattro quinti dei miei amici virtuali. E a partire da quelle conversazioni lì, un giorno di aprile, mi è arrivata la proposta di amicizia della Mate. Buongiorno, le ho scritto in bacheca quando ho accettato la sua richiesta. Buona notte, ha risposto lei, che si era collegata molte ore dopo il mio post. Buongiorno, ho commentato io il giorno successivo. E di nuovo Buona notte, ha scritto lei quella sera. La nostra amicizia è iniziata così, con uno scambio di saluti a orari sfalsati, come se non dovessimo riuscire a incontrarci mai.

La prima volta che la Mate mi ha scritto un messaggio privato, è stato l’ottobre successivo; voleva sapere il mio vero nome, dato che all’epoca usavo un nickname che poi mi è stato strappato brutalmente via. Abbiamo parlato di nomi, e della fatica di portarli – nomi insoliti, nomi troppo classici, nomi comunque sgraditi. In quel primo messaggio, abbiamo parlato anche di questo blog: e da allora la Mate mi ha ricordato, quasi ogni settimana, che il sabato si avvicinava, e che lei aspettava il blog, e che ci teneva, e che quindi mi sbrigassi a scriverlo. Ci siamo sentite via messaggio, da quel pomeriggio di ottobre di otto anni fa, quasi ogni giorno. Ci siamo raccontate tantissime cose, storie tristi e allegre e a volte bizzarre, storie del passato, del primo amore, dei primi lavori. Abbiamo parlato di cani, di cibo, di compagni bizzosi, di parenti che ci facevano stare male, di vacanze, di libri, di ricette, di paura, di speranza. Il 19 giugno del 2011, la Mate mi ha mandato un regalo di compleanno: da allora, quasi tutti gli anni, a metà giugno mi è arrivato un pacchetto, con l’indirizzo scritto in azzurro cielo e dentro qualcosa fatto con le sue mani, le famose manine d’oro della Mate.

A marzo del 2013, la Mate mi ha telefonato in ufficio, perché voleva sentire la mia voce dopo averla tanto immaginata, ha detto: e le ha risposto Capo, e io non ho potuto parlare a lungo, ma le ho chiesto il numero di cellulare e da allora ci siamo scritte sms e anche chiamate, a volte: come la notte che è morto Pier, e la Mate mi ha chiamato molto tardi e non ha detto nulla per alcuni minuti, e io ho capito che voleva solo compagnia e non ho detto nulla neanche io. Mi ha sognata molte volte: l’ultima è stata alcuni mesi fa, le bussavo alla porta e lei mi apriva ed era contenta; magari un giorno lo farò davvero, le avevo detto quando me lo aveva raccontato.

La Mate, io l’ho vista di persona solo per un weekend: era giugno del 2013, e Mirò era appena morto, e lei mi ha scritto e mi ha chiesto se la sua presenza avrebbe potuto lenire un po’ la mia tristezza; ed è venuta a Palermo, per Una marina di libri, nei tre giorni più caldi e soffocanti dell’anno, lei che il caldo lo soffriva molto: e ha conosciuto la Ste’, che le faceva, all’inizio, un po’ paura; e la Fra’. E poi Capo, mentre amicastorica, credo, l’ha lisciata. Ha visto la Vucciria, e insieme abbiamo mangiato e comprato le mandorle fresche al mercato. Siamo state ai Quattro canti e a piazza Pretoria, e lì la Mate ha fatto una foto, con le spalle alla scalinata della chiesa di Santa Caterina. Poi siamo state a piazza Marina, a mangiare panelle davanti al ficus secolare: e quella è la cosa che le è piaciuta di più di Palermo. Volevo presentarle Ife, ma non c’era: le ho mostrato solo qualche spezzone di città, periferia con palazzoni e centro storico bollente e scorci di mare calmo, la colonna dell’Immacolata, piazza San Domenico. È lì che ci siamo abbracciate per la prima volta, davanti al portone di Storia patria: e la piazza era accecante di luce, era il primo pomeriggio di un venerdì di quasi estate, e la Mate era seduta su una panchina e sorrideva. Ci siamo salutate la domenica sera, dopo cena, e la Vucciria era buia e vuota, ed eravamo un poco tristi, ma ci rivedremo, abbiamo detto: e invece non ci siamo riviste mai più, e sì che io e Ste’, fino a pochissimo tempo fa, ogni volta che vedevamo un posto bello o mangiavamo una cosa buona dicevamo Qua ci portiamo la Mate, e io pensavo che sarebbe venuta a vedere la Marina di libri all’Orto botanico e mi compiacevo, perché c’è sempre fresco e non avrebbe sofferto l’afa, e pensavo a come farle la caponata senza agrodolce, ché alla Mate l’aceto non piace.

La Mate è stata la prima persona a cui ho detto che ho rischiato di perdere il lavoro, alcuni mesi fa: e per molte settimane è stata solo lei, oltre alla Ste’, a saperlo. È stata la prima a cui ho scritto, nell’orribile agosto del 2015, dicendo che pensavo che non ce l’avrei fatta ad andare avanti. Per anni, quando andava in vacanza a Riccione, non poteva collegarsi a Facebook per un paio di settimane: e mi scriveva un resoconto, giorno per giorno, che poi mi mandava al rientro a casa, in modo che non mi perdessi niente delle sue giornate. Abbiamo litigato, che io ricordi, solo una volta: ma tante volte, chissà perché, ha temuto che la cancellassi dalle mie amicizie, e mi ha scritto pregando di non farlo, anche se io non ho mai avuto la tentazione di farlo, e mai lo avrei fatto. Quasi ogni giorno mi diceva Ti voglio, lo sai, vero?, e io le dicevo che sì, lo sapevo bene. Ha tenuto le dita incrociate per me per moltissimi motivi, per lavoro, salute, amore; ha voluto le foto della nostra casa, quando ancora non era la nostra casa, per aiutarmi a scegliere i mobili: e l’ha cercata su Google Maps, per capire se il palazzo le piaceva, e com’era l’esposizione, se c’era tanta luce. Mi ha mandato regali, tantissimi regali: quadretti e segnalibri e cartoline, lettere, un disegno di sua nipote, orecchini, un taccuino rosso per invitarmi a scrivere con più coraggio, “con più colori”. E poi presine e calzini, e un braccialetto col mio nome, e un gufetto di stoffa fatto a mano perché mi portasse fortuna. E tanto altro che adesso non ricordo: un cuore di legnetti, i portafoto con gli alberelli, la sua chiavetta usb piena zeppa di ebook, un libro. Ha partecipato alla mia vita, e mi ha reso partecipe della sua: dei momenti belli e buffi e divertenti, e di quelli brutti. Da sette mesi a questa parte, quasi tutti i nostri messaggi parlavano di medici, ed esami, e medicine, e paura, e pianti. Mi sono sentita impotente, e triste, e preoccupata. Ma ero convinta, con un ottimismo che non mi appartiene, che sarebbe andato tutto a posto. E invece.

E invece, la Mate non c’è più, e io sono molto, molto triste, e mi tornano in mente flash assurdi, tipo la domenica sera, alla Marina di libri, quando è stato estratto il biglietto vincitore del sorteggio, e la Mate era seduta lì, sulla sua seggiola tra il pubblico, con un biglietto in mano, e io speravo che avesse vinto proprio lei, e invece, anche quella volta, mi sbagliavo. E penso a tutte le cose che mi viene in mente di dirle, anche le più stupide, e non c’è più tempo per farlo; non c’è più tempo per mangiare insieme le panelle, per farle conoscere Nando, per farle vedere la nostra casa, e per portarla a Monreale e al santuario di Santa Rosalia come le avevo promesso. Non c’è tempo per sentire cosa pensa dell’ultimo libro di Avoledo, e se il passato di zucchine le è piaciuto. Il suo ultimo post è stato su un gruppo: chiedeva se continuare o meno a leggere un libro che non le stava piacendo. Chissà se lo ha mai finito, non ho avuto il tempo di chiederglielo. Non ci sono più gelati Delirium, passeggiate a Riccione, non c’è più nessuno che chiami demente la Olga, nessuno che mi chiami Mariù, o Piccoletta, o Bonjour, che mi invii ogni sera la buona notte in una lingua diversa, che mi dica di non scordarmi che oggi è sabato.

Non c’è più la mia amica Mate, e il mondo senza di lei è un po’ più triste.

[Per Giancarlo e Fabio, a cui invio tutto l’affetto possibile].

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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Stereotipi.

I disabili sono così forti e coraggiosi!
I disabili sono persone speciali.
I disabili sono un esempio per tutti noi.
Sei disabile? Ti stimo molto per questo.

Oddio, i gay sono così sensibili! Si vestono così bene e sanno anche ballare!
Voi gay siete più fortunati, sapete cosa aspettarvi dal/dalla vostr* partner.
Ormai essere gay è quasi una moda, un tempo non ce n’erano così tanti.
Ho tanti amici gay, però permettere loro di sposarsi mi sembra esagerato, il matrimonio è un valore.

Sei medico? Io non potrei mai farlo, soffrirei troppo.
Fare il veterinario? No, no, non posso vedere star male un animale.
Gli infermieri sono persone migliori dei medici.
Comunque ai medici interessa solo dei soldi e dei pazienti se ne fregano.

Le mamme sanno cosa è meglio per i loro figli.
Da quando sono mamma non ho più neanche il tempo di fare una doccia ma ne sono felice.
Mio marito mi aiuta, eh, ma i bambini hanno bisogno della mamma.
Una vera mamma non lavora/non esce con gli amici, una vera mamma è felice solo con suo figlio.

Gli scrittori hanno una sensibilità particolare.
Gli scrittori sono tutti ricchissimi e scrivono soltanto per i soldi.
Saviano non è un vero scrittore e poi le cose di cui parla lui si sapevano già da decenni.
Se Saviano fosse davvero stato minacciato dalla camorra a quest’ora sarebbe già morto.

Avete adottato un bambino! Siete davvero sensibili.
Avete adottato un bambino?! Oddio, sarà difficilissimo.
Avete adottato un bambino? Vabbè, ma non è la stessa cosa di un figlio vero.
Vostro figlio è adottato? Inutile illudersi, con tutto quello che ha sofferto non sarà mai felice.

Il mio cane per me è come un figlio.
Ormai le persone considerano i cani alla stregua dei figli.
I cani sono migliori delle persone.
Per certuni i cani contano più delle persone, non mi sembra giusto.

La Bibbia è un testo importante e tutti dovrebbero leggerlo.
La Bibbia esprime valori che anche i non cattolici apprezzano.
Nel Corano c’è solo violenza.
Il Vangelo è un esempio di vita per tutti.

Non capisco cosa c’entra il rispetto per le donne con termini come “ministra”.
Ormai le donne sono alla pari degli uomini, a che serve utilizzare termini particolari per designarle?
Va bene tutto, ma “ministra” e “ingegnera” non li userò mai.
Con tutti i problemi più importanti che ci sono, questa mi sembra una piccolezza.

Se una donna gira di notte in minigonna e viene aggredita, un po’ se l’è cercata.
L’uomo è predatore, si sa.
Comunque certe donne provocano.
Uno schiaffo non mi sembra così grave, non è violenza!

Non potrei mai leggere un ebook, il libro deve essere di carta!
Io senza l’odore della carta non posso leggere.
Libri e ebook non sono certo la stessa cosa.
Ascoltare un audiolibro è molto diverso da leggere un libro.

Ecco, tutte queste frasi qua sopra le odio. Non ditele davanti a me.

Ho finito di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio, letto dal supremo Omero Antonutti; ci ho trovato dentro una tristezza senza fondo, un dolore sordo e lancinante: un senso di assoluta inutilità, come se la vita, propria e altrui, diventasse priva di significato. Un romanzo maestoso, ma che mi ha lasciata con moltissime domande e poche risposte; mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di parlarne.

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Cose che mi fanno stare bene.

Un semi-collega, che conosco da poco e che ho cazziato più volte, che mi sveglia di sabato mattina con un messaggio: Buongiorno, ciuridda.

Un capo che mi stringe una spalla e mi dice Grazie, e così ripaga due mesi di lavoro matto e disperatissimo, vacanze semi-rovinate e nessun bagno a mare in un’intera estate.

Un altro capo che mi chiede Cos’hai, a me puoi dirlo, stai parlando con un amico, e che quando glielo spiego annuisce e mi dice Hai ragione, ti capisco, e so che pensa che davvero ho ragione e davvero mi capisce.

Un collega che mi chiama per sfogarsi e mi dice Lo sai, mi sfogo solo con te, per me sei una sorella, e anche se non ho mai capito questo considerare fratelli e sorelle gli amici sono contenta, perché io fratelli non ne ho e nessuno mi aveva mai detto che mi considerava una sorella.

Il bambino-da-ufficio con cui passiamo i giovedì mattina che non mi odia anche se non gli ho comprato il gelato: e mi continua a dare i bacini e si siede in braccio e mi chiede di fare cavalluccio.

La mia bella che riceve lodi per il suo lavoro: e io, che aspetto questo momento di giusto riconoscimento delle sue capacità da quando la conosco, che non riesco a smettere di gongolare.

I baci del buffo cane giallo, invadenti e appiccicosi e travolgenti.

Una pizza con una cognata venuta da lontano, e tutta la distanza di un’Europa in mezzo che si restringe: e una fazzolettata di consigli, sul lavoro ma non solo, che so che dovrei provare a seguire.

Una serata con amicastorica, ormai saldamente parte del profondonord, e la consapevolezza che a volte la lontananza è solo un fatto di chilometri.

La mia bella che sorride: e quando lo fa, sorride con occhi bocca naso e guance, e io ogni volta mi innamoro un poco di più.

La mia bella e amicacatanese che suonano il banjo – che forse non era un banjo – mentre lavoro: e le loro note e quelle dei Modenza city ramblers che si intrecciano provocandomi un sordo mal di testa e una sensazione vicina alla felicità.

Un messaggino sorridente da Riccione.

Un pomeriggio al parco con Pupetto: che ormai parla, corre, gioca e mi porge la manina per scendere le scale.

L’abbraccio morbido e caldococcoloso della trapunta.

Una collega a cui chiedo di consigliarmi un libro imperdibile e che mi presta Lourdes di Rosa Matteucci, fugando con un’alzata di spalle i miei dubbi (Mi annoierò? Sarà troppo pesante?): e ha ragione, perché è davvero un bel romanzo, barocco e dallo stile ampolloso e ridondante fino al grottesco, comico e insieme disturbante, intimo e drammaticamente vero.

Preparare per cena, come ripiego, una vellutata di carote e zucchine: e restare stupefatta dalla sua insperata commestibilità.

Il profilo della mia bella che dorme, e io che mi sento felice e fortunata più di quanto fosse ragionevole sognare.

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