Ironie della sorte

Ci sono libri che capitano tra le mani al momento opportuno; libri che divertono quando sei a terra e hai bisogno di una cura allopatica per evitare di buttarti giù dall’ammezzato, libri che avvincono quando non hai di meglio da fare che togliere i peli del semi-labrador dal copridivano a costine, libri leggeri quando non hai lo spazio mentale per messaggi più complessi di amore-fa-rima-con-cuore, libri-coperta di Linus per i momenti di tristezza, libri-barboncino per superare le crisi d’astinenza da coccole, libri-zia che rubano tempo e correggono continuamente e fanno predicozzi ma ti strappano un sorriso, libri-maestro che ti insegnano con pazienza e tenerezza e rigore a pensare e capire e distinguere e credere. Ci sono romanzi che mi hanno fatto compagnia in momenti difficili, ci sono quelli che hanno riempito i pomeriggi di estati interminabili e angosciate, quelli che mi hanno distratto da momenti di sconforto, quelli che hanno occupato il mio comodino e un angolo della mia mente finché ho avuto bisogno delle loro parole.
Ci sono, poi, libri che appaiono tra le mani per ironia della sorte: è per questo, immagino, che di sabato Santo, mentre la chiesa a lutto si riprende dalle Vie Crucis e si prepara ai riti della notte di Pasqua, sto finendo di leggere Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago. Il classico libro preso per caso, scovato in offerta sugli scaffali del supermercato, in un pomeriggio freddo e buio e all’apparenza inutile, quei venerdì che sembrano mercoledì per la loro odiosa mediocrità; cercavo il detersivo per i piatti, ho scorto una copertina bianca plasticosa con la mano di un crocifisso e una incongrua scritta nera che annunciava che l’autore era stato insignito del premio Nobel per la letteratura, e l’ho portato alla cassa e pagato e. L’ho letto senza sapere cosa aspettarmi, con l’idea che potesse essere un romanzo geniale come noioso o spaventoso o retorico; posso dire, a poche pagine dalla fine, che un libro così intenso e bello l’ho letto raramente. Duro, a volte, e piuttosto cerebrale nella seconda parte, un libro da giorno, uno di quelli che ti danno l’impressione di dover masticare ogni riga, assaporare ogni sillaba, inghiottire ogni paragrafo, ma poi li metti giù e ti accorgi che ne hai letto metà. È pieno di bei personaggi e strane storie, di compassione e dolcezza e tenue scetticismo, ha uno stile evangelico che rotola sulla lingua come una caramella pastosa e ricca, di quelle al mou. Ci sono figure sfuggenti, incomprensibili, vaghe, ci sono dubbi ed errori e rimorsi e peccati, c’è un Gesù umano e confuso e rancoroso e riottoso, recalcitrante e moderno, ma soprattutto c’è un dolente, affettuoso Giuseppe, padre e marito e uomo come mai lo si era visto. Ci sono metafore scoperte e altre meno chiare, fede e rabbia, miracoli e incredulità, forzature e sofferenza. Un libro completo e pieno, un libro-tutto. Lo finirò stanotte, seduta sull’orlo della sedia, attenta e trepidante e con la bocca piena di cioccolato; sventrerò l’uovo di Pasqua, non capirò cosa sia la sorpresa e lo ingollerò meccanicamente mentre aspetto di conoscere le sorti di Gesù. Con Saramago non è detto che finisca come mi aspetto.

http://www.youtube.com/watch?v=u5XY42Y4m8A

Read More