Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

Read More

Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

Read More

Complimenti a noi.

Sono una persona tradizionalista, si sa: mi piace fare l’albero di Natale, mi piacciono i bambini ben educati e gli adulti cortesi e rispettosi, che salutano quando arrivano e quando vanno via e non alzano la voce per sovrastare gli altri, non si tolgono le scarpe sotto il tavolo al ristorante e non danno del tu al cameriere o al cassiere del supermercato, specialmente se è, il cameriere o il cassiere, un uomo di mezza età, stempiato e probabilmente nonno; se mi invitano a un pranzo non mi siedo prima della padrona di casa, se busso a una porta aspetto che mi si dica “avanti”, se ho sonno cerco di non sbadigliare sonoramente in faccia a chi mi circonda. Sono tradizionalista, dicevo: e quindi mi piace molto festeggiare il giorno in cui io e la mia bella ci siamo scelte. Mi piace ricordare quel periodo, quando febbraio improvvisamente era diventato primavera, e c’era caldo – oddio, non proprio caldo, diciamo molto tepore – e andavamo a passeggiare in spiaggia nel pomeriggio, e poi io studiavo di sera fino a tardi ed ero molto contenta. In quel periodo stavo dando i primi esami all’università, e mi sembrava di avere davanti un mondo pieno di possibilità e occasioni, e tra queste possibilità e occasioni non c’erano quelle che poi ho realmente avuto, ma ce n’erano altre che mi sembravano parecchio attraenti; ero magretta e portavo i capelli sciolti, avevo preso da poco la patente e mi sembrava che non sarei mai potuta essere più felice di così: e invece poi ho scoperto che potevo essere molto, molto più felice.

La maggior parte dei miei coetanei esibisce un palese fastidio per gli anniversari: non ricordano quando cada il proprio; non ipotizzano nemmeno di scambiarsi regali o fiori col proprio partner; al limite, possono cogliere l’occasione per andare a mangiare qualcosa fuori. Non sanno cosa si perdono: perché un anniversario, a parte l’evidente e non trascurabile retroscena mangereccio, è un momento di enorme gratificazione: quello in cui pensi che, se l’altra persona ti si carica da tutto quel tempo, evidentemente qualcosa di buono in te c’è; che sia l’allegria nell’affrontare i piccoli impirugghi quotidiani o la capacità di preparare buoni dolci, che sia la resistenza alla noia o l’abilità nel reinventarsi, che sia l’arte di sorridere di fronte a un piccolo guaio o la forza nel sostenere l’altro quando il guaio è molto grosso, c’è un lato del tuo carattere che l’altro ama più di quanto provi fastidio per tutti gli altri: quelli che ti fanno essere scorbutico al mattino, silenzioso e insofferente al pomeriggio, aggressivo quando sei stanco, sprezzante quando hai paura. È il momento in cui ti dici che vai bene così come sei: e che sì, è vero, potresti impegnarti di più nel non lasciare calzini sozzi in giro e nel rispondere senza sarcasmo a una domanda che ti è già stata posta mille volte: ma, per oggi, pace: vai bene così e basta.

Quando sentono che io e la mia bella stiamo insieme da tanto, di solito le persone ci dicono che siamo fortunate: ed è vero, accidenti, lo siamo: perché ci siamo trovate, e ci siamo trovate in un momento in cui entrambe eravamo abbastanza mature e consapevoli per iniziare una storia; ma siamo anche state molto brave: perché siamo riuscite a crescere insieme, a tenerci strette quando i problemi erano molti e grossi, a non prevaricarci troppo, a fare ognuna un passo verso l’altra per camminare insieme. A diventare come i nostri due gelsomini: che si abbracciano e si fanno omrba a vicenda quando il sole è troppo forte, ma che restano comunque sé stessi, ognuno col suo speciale, dolcissimo profumo.
Buon anniversario, amore.
Dato che la app di RaiPlay radio funziona di nuovo, sto ascoltando la bravissima Anna Bonaiuto che legge Caro Michele di Natalia Ginzburg; lo avevo letto molti anni fa e lo ricordavo poco, ma ha la bellezza semplice e pulita e struggente della sua scrittura, al servizio di una storia in cui c’è tanto amore, ma è così ridondante e confuso e silenzioso e gridato da diventare un grosso nodo di non-amore.

Read More

Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

Read More

Due o tre cose che ho imparato all’ultima edizione di Una marina di libri.

18009293_1456604967746976_732751676_nChe ci saranno sempre i detrattori del festival: quelli che annunceranno trionfanti che col biglietto non verrà nessuno, quelli che, un mese prima, giureranno che la manifestazione è destinata al fallimento, quelli che non vorranno investire tre euro (tre euro, sì) per poterne parlare a ragion veduta, quelli che scriveranno post di feroce critica tre giorni prima dell’inizio, onde poi ritrattare e cercare di appropriarsi dei meriti.

Che, come ogni anno, tutto quello che può andar male lo farà: gli aerei saranno in ritardo, gli albergatori smarriranno le prenotazioni, i driver smarriranno gli scrittori, i volontari smarriranno i pass: e comunque andrà bene lo stesso, perché gli aerei comunque arriveranno, altri alberghi avranno stanze migliori, gli autori rideranno della propria sventatezza e i volontari si passeranno i badge dalle sbarre dell’Orto botanico, accaldati e divertiti.

Che a Palermo, a giugno, c’è davvero molto caldo: e che, nonostante la crema solare, non sarà strano trovarsi con spalle arrossate e gote ricoperte di lentiggini già alle dieci del mattino.

Che la suggestione è una cosa pessima: e che chiunque sceglierà di credere che ci sia poca gente continuerà ad esserne convinto anche quattro giorni dopo, con le matrici dei biglietti in mano e le file ai punti ristoro e diecimila libri venduti in tre giorni e mezzo.

Che gli editori sono una strana categoria: pronti a dichiararsi prossimi al fallimento in qualsiasi momento, ma generosi e prodighi di complimenti e suggerimenti e nastro adesivo rinforzato.

Che ci sono persone che mettono il cuore in tutto quello che fanno: che si tratti di recuperare gli ospiti in aeroporto, controllare le sale o passare un’intera domenica in un gazebo incandescente a spiegare agli avventori come fare per avere lo sconto.

Che gli amici sono quelli che sfidano il caldo, il biglietto e la calca per venirti a trovare, anche se dall’altra parte d’Italia o con un bambino nel passeggino. E che la migliore compagna al mondo è quella che mangia un calzone al forno come pranzo della domenica, pur di passare qualche ora con te in pausa pranzo, dopo mesi di stress e giorni di montaggio, con la polvere che impregna i capelli e troppo nervosismo nell’aria.

Che non c’è niente di più bello dell’ultimo giorno, o meglio, delle ultime ore di un festival: quando la tensione ormai è scemata e, benché ci sia ancora moltissimo da fare, si può sorridere e mangiare un muffin salato e bere un succo di arancia e cominciare a provare una punta di nostalgia.

Che una squadra affiatata è quella che, dopo mesi di fatica e insonnia, riesce ancora a coprirsi le spalle e sostenersi: e che, se una delle componenti è prossima al parto, bisogna aver cura di lei ancora di più.

Che è il terzo o quarto anno di seguito che non compro un libro al festival. Ne ho ricevuti in regalo sei, in compenso. Meglio di niente.

Read More

Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

Read More

Febbraio è il mese più dolce.

Mi piace il mese di febbraio. Custodisce una data importante, mi ricorda i momenti più belli e intensi e pieni di aspettative e sogni che abbia mai vissuto, quando avevo diciotto anni e non avrei saputo immaginare come sarebbe stato il mio futuro e assaporavo con stupore e tremore ogni giornata, col suo campionario nuovissimo e sconosciuto di sorrisi parole maninellemani, ed ero semplicemente felice e inconsapevole, attraversata da una corrente di gioia a millemila volt; a Palermo c’è odore di primavera, a febbraio, le giornate sono timidamente tiepide, si parla già di vacanze estive, e poi c’è il festival di Sanremo: e io, che ho un’anima inguaribilmente kitsch, adoro il festival di Sanremo. Ci comincio a pensare a gennaio: mi lagno perché il presentatore non mi sta simpatico e perché tra i cantanti in gara non ce n’è uno che mi piaccia, e non so per chi tifare, uffa: anzi, addirittura di solito non li conosco, o pensavo che fossero già morti – mi spiace, Zarrillo, ma ero convinta che non ci fossi più da qualche anno. Delle canzoni proposte ce ne sono un paio che ascolterò volentieri quando le incrocerò alla radio, e il resto è fuffa, va bene: ma Sanremo mi diverte un bel po’.

Mi attira, oltre allo spettacolo in sé, la dimensione sociale e social del festival: il senso di appagamento nel piazzarmi davanti alla tv e pensare che qualche altra lenzuolata di persone lo sta facendo, le serate trascorse mangiando cibo ipercalorico con amicastorica e la mia bella, i commenti seriali su Facebook su abiti scarpe arrangiamenti e stonature. E poi quelli che si ritengono grandi critici e propongono una lettura filologica del brano di Elodie, e le chiacchiere da ufficio – no, capo, Bianca Atzei proprio no! – e quell’inappropriato senso di unità nazionale nel constatare che ormai Al Bano non sta sullo stomaco solo a mema a buona parte del resto della nazione: e mi dispiace per Gigi D’Alessio, ma ormai anche lui ha fatto il suo tempo, avanti. Mi piacciono le dirette Twitter, i commenti caustici e l’apprezzamento collettivo, gli applausi a scena aperta, i ritornelli che rimangono subito in testa: l’idea di essere parte di un gruppo vario ed eterogeneo che sghignazza e canticchia, stronca e difende, si accapiglia sul look di Lodovica Comello (ma chi diamine è?) e ballonzola al ritmo di Francesco Gabbani.

Domani saremo ognuno per la propria strada, io e queste milionate di persone accomunate a me solo da un programma televisivo, il vincitore del festival sarà dimenticato nel giro di un paio di settimane, la sua canzone non ricorderemo nemmeno più come faceva (ma gli Stadio, l’anno scorso, che hanno cantato?): ma fino a stanotte, pace, c’è Sanremo.

Oggi – domani, in realtà – festeggeremo una data speciale: un anniversario tondo, di quelli che fanno quasi paura a sentirli nominare. La mia bella ed io saremo state insieme un numero di anni che non avevo mai pensato che potesse anche solo pronunciarsi: e mi fa strano che ormai, nella mia vita, è quasi più lunga la parte passata insieme di quella in cui c’ero solo io. Ecco, allora, questo post è per lei (che ama Sanremo non meno di me), insieme a tutto quel che di meglio ho, o posso sperare di avere: perché non merita niente di meno, ma solo pizze fumanti, risate a piena gola, corse in riva al mare, leccate di cane nell’orecchio, tisane bollenti quando fuori piove e bibite fresche in agosto; e gioia, serenità, felicità: di quella che ti prende la pancia e il cuore e il petto, e ti fa sorridere fino ad avere male alle guance. Tutto questo, e molto altro ancora: la sicurezza e la realizzazione, la consapevolezza di sé e l’appagamento, la stima di chi la circonda, il sostegno, il rispetto. E, in un angolino, tutto l’amore di cui sono capace.

Read More