Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

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Due o tre cose che ho imparato all’ultima edizione di Una marina di libri.

18009293_1456604967746976_732751676_nChe ci saranno sempre i detrattori del festival: quelli che annunceranno trionfanti che col biglietto non verrà nessuno, quelli che, un mese prima, giureranno che la manifestazione è destinata al fallimento, quelli che non vorranno investire tre euro (tre euro, sì) per poterne parlare a ragion veduta, quelli che scriveranno post di feroce critica tre giorni prima dell’inizio, onde poi ritrattare e cercare di appropriarsi dei meriti.

Che, come ogni anno, tutto quello che può andar male lo farà: gli aerei saranno in ritardo, gli albergatori smarriranno le prenotazioni, i driver smarriranno gli scrittori, i volontari smarriranno i pass: e comunque andrà bene lo stesso, perché gli aerei comunque arriveranno, altri alberghi avranno stanze migliori, gli autori rideranno della propria sventatezza e i volontari si passeranno i badge dalle sbarre dell’Orto botanico, accaldati e divertiti.

Che a Palermo, a giugno, c’è davvero molto caldo: e che, nonostante la crema solare, non sarà strano trovarsi con spalle arrossate e gote ricoperte di lentiggini già alle dieci del mattino.

Che la suggestione è una cosa pessima: e che chiunque sceglierà di credere che ci sia poca gente continuerà ad esserne convinto anche quattro giorni dopo, con le matrici dei biglietti in mano e le file ai punti ristoro e diecimila libri venduti in tre giorni e mezzo.

Che gli editori sono una strana categoria: pronti a dichiararsi prossimi al fallimento in qualsiasi momento, ma generosi e prodighi di complimenti e suggerimenti e nastro adesivo rinforzato.

Che ci sono persone che mettono il cuore in tutto quello che fanno: che si tratti di recuperare gli ospiti in aeroporto, controllare le sale o passare un’intera domenica in un gazebo incandescente a spiegare agli avventori come fare per avere lo sconto.

Che gli amici sono quelli che sfidano il caldo, il biglietto e la calca per venirti a trovare, anche se dall’altra parte d’Italia o con un bambino nel passeggino. E che la migliore compagna al mondo è quella che mangia un calzone al forno come pranzo della domenica, pur di passare qualche ora con te in pausa pranzo, dopo mesi di stress e giorni di montaggio, con la polvere che impregna i capelli e troppo nervosismo nell’aria.

Che non c’è niente di più bello dell’ultimo giorno, o meglio, delle ultime ore di un festival: quando la tensione ormai è scemata e, benché ci sia ancora moltissimo da fare, si può sorridere e mangiare un muffin salato e bere un succo di arancia e cominciare a provare una punta di nostalgia.

Che una squadra affiatata è quella che, dopo mesi di fatica e insonnia, riesce ancora a coprirsi le spalle e sostenersi: e che, se una delle componenti è prossima al parto, bisogna aver cura di lei ancora di più.

Che è il terzo o quarto anno di seguito che non compro un libro al festival. Ne ho ricevuti in regalo sei, in compenso. Meglio di niente.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Febbraio è il mese più dolce.

Mi piace il mese di febbraio. Custodisce una data importante, mi ricorda i momenti più belli e intensi e pieni di aspettative e sogni che abbia mai vissuto, quando avevo diciotto anni e non avrei saputo immaginare come sarebbe stato il mio futuro e assaporavo con stupore e tremore ogni giornata, col suo campionario nuovissimo e sconosciuto di sorrisi parole maninellemani, ed ero semplicemente felice e inconsapevole, attraversata da una corrente di gioia a millemila volt; a Palermo c’è odore di primavera, a febbraio, le giornate sono timidamente tiepide, si parla già di vacanze estive, e poi c’è il festival di Sanremo: e io, che ho un’anima inguaribilmente kitsch, adoro il festival di Sanremo. Ci comincio a pensare a gennaio: mi lagno perché il presentatore non mi sta simpatico e perché tra i cantanti in gara non ce n’è uno che mi piaccia, e non so per chi tifare, uffa: anzi, addirittura di solito non li conosco, o pensavo che fossero già morti – mi spiace, Zarrillo, ma ero convinta che non ci fossi più da qualche anno. Delle canzoni proposte ce ne sono un paio che ascolterò volentieri quando le incrocerò alla radio, e il resto è fuffa, va bene: ma Sanremo mi diverte un bel po’.

Mi attira, oltre allo spettacolo in sé, la dimensione sociale e social del festival: il senso di appagamento nel piazzarmi davanti alla tv e pensare che qualche altra lenzuolata di persone lo sta facendo, le serate trascorse mangiando cibo ipercalorico con amicastorica e la mia bella, i commenti seriali su Facebook su abiti scarpe arrangiamenti e stonature. E poi quelli che si ritengono grandi critici e propongono una lettura filologica del brano di Elodie, e le chiacchiere da ufficio – no, capo, Bianca Atzei proprio no! – e quell’inappropriato senso di unità nazionale nel constatare che ormai Al Bano non sta sullo stomaco solo a mema a buona parte del resto della nazione: e mi dispiace per Gigi D’Alessio, ma ormai anche lui ha fatto il suo tempo, avanti. Mi piacciono le dirette Twitter, i commenti caustici e l’apprezzamento collettivo, gli applausi a scena aperta, i ritornelli che rimangono subito in testa: l’idea di essere parte di un gruppo vario ed eterogeneo che sghignazza e canticchia, stronca e difende, si accapiglia sul look di Lodovica Comello (ma chi diamine è?) e ballonzola al ritmo di Francesco Gabbani.

Domani saremo ognuno per la propria strada, io e queste milionate di persone accomunate a me solo da un programma televisivo, il vincitore del festival sarà dimenticato nel giro di un paio di settimane, la sua canzone non ricorderemo nemmeno più come faceva (ma gli Stadio, l’anno scorso, che hanno cantato?): ma fino a stanotte, pace, c’è Sanremo.

Oggi – domani, in realtà – festeggeremo una data speciale: un anniversario tondo, di quelli che fanno quasi paura a sentirli nominare. La mia bella ed io saremo state insieme un numero di anni che non avevo mai pensato che potesse anche solo pronunciarsi: e mi fa strano che ormai, nella mia vita, è quasi più lunga la parte passata insieme di quella in cui c’ero solo io. Ecco, allora, questo post è per lei (che ama Sanremo non meno di me), insieme a tutto quel che di meglio ho, o posso sperare di avere: perché non merita niente di meno, ma solo pizze fumanti, risate a piena gola, corse in riva al mare, leccate di cane nell’orecchio, tisane bollenti quando fuori piove e bibite fresche in agosto; e gioia, serenità, felicità: di quella che ti prende la pancia e il cuore e il petto, e ti fa sorridere fino ad avere male alle guance. Tutto questo, e molto altro ancora: la sicurezza e la realizzazione, la consapevolezza di sé e l’appagamento, la stima di chi la circonda, il sostegno, il rispetto. E, in un angolino, tutto l’amore di cui sono capace.

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