Quella volta.

L’altra sera, nella nostra chat salvavita di cazzeggio & supporto morale, il mio amico Massimo ha nominato un notissimo doppiatore. Lo conosco, gli ho comunicato – e intendevo So chi è, non che lo conosco di persona, ovviamente: Lo conosco, ho ripetuto, ha declamato un mio racconto a Milano, una volta. Un racconto?, ha risposto Massimo: che racconto, che Milano?, ha detto, e io ho detto Ma sì, non te lo ricordi, quella volta dell’aereo, e lui ha detto Quale volta?, e anche Ale ha detto Quale volta?, e Mirella ha risposto Me la ricordo, quella volta, ed è venuto fuori che invece loro non lo sapevano, cosa è successo quella volta, e quindi ecco, questa è la storia di quella volta, di Milano e dell’aereo.

Alcuni anni fa, prima di iniziare a lavorare alla casa editrice Piccolamacarina, ho scribacchiato qualche racconto; mi ero laureata da poco, avevo lavorato per un breve periodo per un’azienda municipalizzata, non ero sicura di sapere cosa avrei voluto fare nella vita. Avevo molto tempo a disposizione, e l’ho impiegato per scrivere qualcosa di breve e poco impegnativo, che poi ho inviato a qualche premio letterario: e, per la legge dei grandi numeri, un paio di premi li ho vinti davvero. Uno si chiamava, credo, Premio letterario città di Milano; avevo spedito un racconto, per posta, e me n’ero scordata, e alcuni mesi dopo avevo trovato nella cassetta delle lettere una busta, ed era un invito a ritirare il premio, un tardo pomeriggio di ottobre, a Milano. Avevo comprato un vestito – che poi ho riciclato per i successivi due o tre matrimoni – e preparato il trolley: sarei rimasta due giorni a Milano, ospite di un cugino, così avrei avuto anche il tempo di dare uno sguardo alla città. E invece.

E invece, in aereo mi sono sentita male, mi è salita violentemente la febbre, e prima che me ne accorgessi ero stesa in mezzo al corridoio e una hostess mi teneva le gambe in alto e un’altra chiamava all’interfono per sapere se ci fosse un medico a bordo; c’era, il medico: era una dermatologa siciliana che ha trascorso il resto del volo seduta accanto a me, dicendomi che non sapeva come aiutarmi e che l’unico suggerimento che poteva darmi era di stare al caldo. La solerte hostess che mi aveva sollevato le gambe ha ritenuto, quindi, di avvolgermi in una grossa coperta di lana; io sentivo caldo, sudavo, la coperta era scomoda e ingombrante, cercavo di togliermela: ma la hostess e la dermatologa, con puntiglio, la rimboccavano e tiravano su e mi coprivano le spalle e sprimacciavano il cuscino. Poi è stato il momento dell’atterraggio, e quando l’aereo ha toccato la pista mi hanno detto di restare seduta al mio posto, e hanno chiamato un’ambulanza.

Sono stata portata giù in barella e accompagnata al punto di primo soccorso dell’aeroporto. Lì, senza che ce ne fosse una buona ragione, hanno deciso di maltrattarmi. Io stavo parecchio male e volevo solo andar via: mio cugino doveva essere pochi metri più in là, agli arrivi, ad aspettarmi. Ma medici e infermieri non volevano darmi la borsa, dove c’era il mio telefono: così non potevo dire a mio cugino dov’ero, né potevo avvertire i miei genitori e Ste di essere arrivata ammaccata ma viva a Milano. A me servivano, nell’ordine, togliere quell’orrenda coperta, un termometro, dell’acqua fresca e un po’ di serenità. Loro pensavano che fossi una non meglio identificata “drogata”, e che stessi simulando il mio malessere perché in cerca di qualche strana sostanza dopante. È stato sgradevole e frustrante.

Dopo un lungo stallo alla messicana, mentre loro continuavano a guardarmi come se fossi stata una formica sul tavolo della colazione, ho deciso di sparigliare dicendo Mio cugino è avvocato, se non mi vede arrivare subito si preoccuperà e chiamerà la polizia. Et voilà, il telefono mi è stato restituito, il cugino è apparso accanto a me con espressione preoccupata, mi è stato dato un termometro e si è scoperto che avevo 39,7°. Una flebo, del paracetamolo e qualche altro sguardo di disapprovazione e finalmente mi hanno lasciata andar via, Vai vai, tanto siete tutti così, noi lo sappiamo bene cosa volevi.

Dei successivi due giorni ho un ricordo sfocato: ci sono i miei cugini costernati perché mi avevano preparato una splendida cena che non ho toccato, e poi sempre loro che mi costringono a dormire nel loro letto mentre si accomodano sui divani, e non vogliono sentire ragioni, e io che sto troppo male anche per oppormi. Ci sono la premiazione e le persone che applaudono e il mazzolino di fiori che ricevo, e il famoso doppiatore che legge il mio racconto, e poi nuovi applausi e io che torno al mio posto. Ci siamo noi che in macchina verso casa passiamo davanti al Duomo, Così puoi dire di aver visto almeno qualcosa di Milano, e poi un’altra notte a Milano, stavolta sul divano, e di nuovo in aereo e a Palermo. La febbre mi è durata ancora due giorni.

A distanza di più di dieci anni, continuo a chiedermi per quale motivo, invece che ascoltarmi e aiutarmi, abbiano scelto di trattarmi con sufficienza e disprezzo. Perché ti avevano scambiata per una drogata, hanno risposto la maggior parte delle persone a cui ho posto la domanda. E quindi? Chi fa uso di droga non ha diritto a una corretta assistenza? È giusto che venga trattato con freddezza, superiorità e un tono di sprezzante disgusto? Che accidenti di mondo abitiamo, per reputare normale tutto questo?

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Salvete.

Qualche giorno fa, la mia amica Ale ci ha mandato, sul nostro gruppo Whatsapp di cazzeggio&sostegno morale, un messaggio del suo professore di latino: ricordava loro di non fare tardi alla lezione online; lo ricordava, con tono piacevole e disteso, in latino. Io ho sorriso e ho scritto ad Ale e Massi e Mirella e Ste Ricordatemi che poi vi racconto della volta che ho fatto il certamen, e quindi ecco: questo è quello che mi ricordo della volta che ho fatto il certamen.

Vent’anni fa andavo a scuola, ero piuttosto brava e anche parecchio infelice; ero arrabbiata e solitaria, innamorata della persona sbagliata, sempre in conflitto con il mondo e in cerca di un angolo di serenità. Avevo poche soddisfazioni: una di queste era prendere bei voti, con assiduità e scarsa fatica.

Non avevo mai sentito parlare di certamen, in quegli anni: poi un giorno la professoressa di latino ci aveva detto che avrebbero selezionato delle persone dalle ultime classi e le avrebbero sottoposte a un test, e io ero tra quelle, e poi era venuto il bidello in classe, durante l’ora di geografia astronomica, e aveva detto La vicepreside ti vuole parlare, e io mi ero molto agitata e avevo pensato che volesse dirmi qualcosa di brutto, ma invece la vicepreside voleva dirmi che avevo passato la selezione e che, appunto, sarei andata a fare il certamen: che è una competizione di latino che si svolge ad Arpino, si chiama Certamen Ciceronianum Arpinas, ed è una discreta figata. Al certamen sono andata con la mia professoressa di latino e con un ragazzetto sconosciuto della mia scuola: un biondino serioso che disse a mia madre all’aeroporto Guardi che se vuole le dico se sua figlia fuma, e mia madre, che odia i secchioncelli e i delatori, aveva risposto M’hann ‘a accire’. Avevamo preso un aereo e poi un treno e arrivati lì ci avevano portati in un albergo enorme, e avevano detto che ci sarebbero state assegnate camere da tre, e io avevo già fatto amicizia con una ragazza pisana simpatica e il tipo della reception ci aveva detto che serviva una terza persona in camera con noi, così mi ero girata e avevo detto a nessuno in particolare Chi vuole stare in camera con noi?, e una persona mai vista aveva detto Vengo io, se mi volete: e si chiamava Alessandra, e per anni ci siamo continuate a sentire per mail e anche adesso siamo in contatto su Facebook.

Sono stati giorni folli e assurdi, quelli del certamen: e mi ricordo solo sprazzi, come lo striscione con scritto Salvete che ci accoglieva in città, o i giovani cadetti della Nunziatella in alta uniforme, o i seminaristi con le toghe, o le foto davanti alla statua di Cicerone; e giovani da tutta Europa, tantissimi, buona parte dei quali parlava fluentemente in latino: ed erano bravissimi i polacchi, i rumeni, mentre noi italiani arrancavamo. Mi ricordo il concerto di benvenuto e un uomo che chiedeva al tipo seduto accato a me se se la sentiva di assistere il pianista e girargli le pagine dello spartito: e il mio sollievo all’idea che lo avesse chiesto a lui perché, se invece lo avesse chiesto a me, non avrei saputo come fare.

Ricordo la mattina della versione, i ragazzi che venivano in aula con tre o quattro vocabolari diversi per avere più sfumature di significato, e io che avevo solo il mio fido Calonghi che era stato di mio padre e prima ancora di mia zia; e la merendina e il succo sotto il banco, perché avevamo tantissime ore per tradurre e non potevamo portare cibo da fuori. Ricordo che quella versione l’ho di certo sbagliata, non lo so: ci hanno comunicato solo i nomi dei primi dieci, e non ero tra questi, ma non me ne importava molto. E poi la festa di chiusura, e il poster che ci hanno regalato, dove c’era un lungo discorso in latino sui genitori e il rispetto degli anziani e un recente caso di cronaca nera. Ho ancora da qualche parte l’albo ufficiale e, appeso tra i miei badge del lavoro, c’è quello col mio nome e il nome della scuola che ho indossato in quei matti giorni.

È stata una delle cose più belle e assurde ed esaltanti della mia vita.

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Di quando finii per la prima volta in commissariato (e non avevo ancora dieci anni).

Quando ero piccola, abitavo con i miei genitori in un quartiere residenziale: uno di quelli con i palazzi bassi e i giardini e le macchine che corrono veloci sullo stradone, con l’edicola e il bar e la merceria ma niente scuola, o almeno, non abbastanza vicina da raggiungerla a piedi. Per questo, i miei genitori mi avevano iscritta, dopo un faticoso biennio in una scuola di frontiera in cui ero tre anni più piccola della media dei miei compagni di classe, ad un’elementare che si trovava a qualche centinaio di metri da casa dei nonni. Il meccanismo era semplice: mio padre mi accompagnava in auto ogni mattina, mi lasciava a scuola una buona mezz’ora prima dell’orario di ingresso e andava al lavoro. All’uscita, lo scuolabus mi scodellava dalla nonna, dove ingurgitavo un pasto completo di tre portate, frutta, pane, caffè e cioccolatino a tappe forzate, guardavo Non è la Rai o La ruota della fortuna cominciando a fare i compiti e aspettavo che mio padre venisse a recuperarmi per portarmi a ginnastica artistica e poi di nuovo a casa. Il viaggio di ritorno sullo scuolabus lo facevo con i miei cugini: tutti e tre frequentavamo la stessa scuola e loro, con mia somma invidia, abitavano nel palazzo della nonna.

Lo scuolabus era un pulmino volkswagen grigio chiaro guidato da un sessantenne burbero e ammaccato; a me sembrava vecchissimo e faceva molta paura. Il signor Mandalà guidava con espressione imbronciata, ci faceva salire sullo scuolabus con espressione imbronciata, si rivolgeva a noi, in qualsiasi situazione, con espressione imbronciata. Aveva la tendenza a caricare sullo scuolabus un numero di bambini nettamente superiore alla reale capienza del pulmino; io e i miei cugini, ad esempio, occupavamo in tre due posti: Tanto quella là è piccola, diceva il signor Mandalà indicando mia cugina, stringetevi e lei si siede in braccio. Ogni giorno uscivamo da scuola alle 12:30 e prima delle 13 varcavamo la soglia del portone della nonna, salutavamo il signor Carbone, l’anziano portinaio a cui eravamo molto affezionati, e ci accingevamo a salire sei piani a piedi con le cartelle sulle spalle, perché la nonna, ligia alle regole, non ci lasciava prendere l’ascensore da soli, dato che nella cabina c’era un cartello che recitava È vietato l’uso dell’ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati, e nessuno di noi tre aveva più di dodici anni.

Solitamente il viaggio da scuola a casa avveniva senza intoppi: noi bambini scambiavamo figurine o bisticciavamo, il signor Mandalà si lamentava delle nostre intemperanze, mia cugina si lagnava, mio cugino cercava di convincermi a giocare a carta forbice pietra. Un giorno, però, un giorno di inizio primavera – andavo in terza elementare – un’auto della polizia decise di fermarci. I documenti del signor Mandalà furono accuratamente controllati, e purtroppo qualcosa non andava; ci vollero interi quarti d’ora per capire cosa non funzionasse: interi quarti d’ora in cui tutti noi rimanemmo sul pulmino, fermo a un angolo di strada, mentre il signor Mandalà spiegava il suo punto di vista e i poliziotti stavano in silenzio e scuotevano la testa. La situazione sembrava grave e il signor Mandalà fu invitato ad andare in commissariato: e ci andò col pulmino e tutti noi a bordo. Tutti noi che ovviamente, all’inizio degli anni Novanta, non avevamo un telefonino o qualcosa di simile per chiamare la famiglia. La nonna, a casa, aspettò a lungo; poi iniziò a preoccuparsi. Anche il signor Carbone, non vedendoci arrivare, si preoccupò, e citofonò alla nonna per sapere se ci fossero nostre notizie. La nonna non ne aveva, e non sapeva a chi chiederle; il nonno era fuori città, tutti i nostri genitori erano al lavoro, il custode della scuola, consultato per telefono, confermò che sì, eravamo saliti sul pulmino molto tempo prima; i vigili, raggiunti anche loro per telefono, non sapevano come aiutarla: non c’erano stati incidenti nelle strade intorno alla scuola. Finalmente, quando ormai le due del pomeriggio erano passate da un pezzo, una solerte poliziotta telefonò alla nonna dicendo Signora, lei ha tre nipoti che fanno le elementari alla scuola Madonie? Questo è il commissariato San Lorenzo, i bambini sono qui. Mi sono sempre domandata come la nonna sia riuscita a mantenere la calma e venirci a recuperare con la sua 126 azzurra: ma era così preoccupata e affannata che aveva il cappotto sul grembiule e il telecomando del televisore in tasca. Facemmo il nostro ingresso trionfale a casa alle tre: il signor Carbone ci aspettava davanti al portone con aria perplessa.

Di quel giorno ricordo solo la fame e la noia, e mia cugina che sfogliava l’album con le figurine della sirenetta, e la nostra preoccupazione all’idea della nonna sola in casa ad aspettarci. Alcuni dei bambini che erano con noi si spaventarono molto, altri considerarono la giornata un simpatico diversivo; di uno non si riuscirono a rintracciare per telefono i genitori e fu riaccompagnato a casa con la volante. Ancora adesso mi chiedo come mai a nessuno venne in mente di far finire il giro di consegna alunni al signor Mandalà prima di portarlo in commissariato, né di offrirci un panino o un succo di frutta. Fu una delle giornate più assurde della mia vita.

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In frittata we trust.

Il mio amico Massi dice che non parlo di frittate su questo blog da troppo tempo: e io, per dimostrargli che non è vero, ho deciso che oggi parlerò solo di questo, con buona pace della mia dieta, del colesterolo, dei cultori dell’alta cucina e dei vegani.

Nella mia famiglia, quando ero piccola, c’era una marcata distinzione tra le cose “da grandi” e quelle “da bambini”. I grandi potevano bere attaccandosi alla bottiglia, dire parolacce, scegliere di non andare alla spiaggia o di non mangiare la cotoletta, avere il gelato al caffè per merenda, camminare in giro per casa senza pantofole, fare la doccia e lasciare i capelli bagnati, guardare Giochi senza frontiere fino alla fine della puntata. I bambini, invece, non potevano fare tutte quelle cose lì, ma in cambio ci era concesso di mangiare il budino al cioccolato a metà mattina, guardare la tv a letto la domenica, fare i tuffi dal pedalò, tornare dal mare in calzoncini e costume senza mettere la maglietta, andare a prendere il pane in bicicletta, guardare Non è la Rai.

Una cosa prettamente da adulti – e che io, in quanto tale, ammiravo moltissimo – era mangiare la frittata di maccheroni. In realtà, penso che questo divieto nasca da un enorme malinteso: la frittata di maccheroni a noi non era realmente preclusa; solo, veniva preparata con gli avanzi della pasta (spaghetti, che venivano cotti in abbondanza solo a quello scopo) per chi aveva fatto molto tardi e mangiava dopo, quando tutti gli altri avevano finito. E dato che ad arrivare in ritardo e mangiare dopo non ero mai io, che tornavo da scuola con lo scuolabus e che ho fatto tardi solo una volta perché ci avevano portati tutti in commissariato, non io, dicevo, ma solitamente mio padre, che smontava dal turno di guardia nel primo pomeriggio e ci raggiungeva quando i grandi erano al caffè e noi bambini stavamo già faacendo i compiti, era a lui che veniva fritta in padella la pasta, amalgamata con un uovo e una buona spolverata di parmigiano e girata dalla nonna con un rapido colpo di polso, ooop!, come adesso faccio io. Lo invidiavo biecamente, per la frittata, che era molto più gustosa e succulenta del nostro piatto di pasta, e perché mangiava da solo e tutti gli stavano intorno e gli domandavano del lavoro e gli chiedevano se era stanco e se voleva altra acqua, la frutta, un poco di insalata, e gli portavano via il piatto per non farlo alzare perché aveva detto prima che sì, era molto stanco.

A noi bambini la frittata di maccheroni veniva proposta in un’unica occasione: quando andavamo in gita e, al posto dei panini, veniva preparata una frittata tonda e alta che ci veniva messa nello zainetto, tagliata in quarti, avvolta nella stagnola, accanto alla borraccia, alla mela e al ciocorì. Mi piaceva un sacco.

Ad oggi, la frittata è, insieme alla pizza e alle barrette lindt al latte e caramello che mi compra Ste, il mio comfort food per eccellenza. Un buon bocconcino di rimacinato, farcito con un’ottima frittata, ben condita e profumata di basilico e maggiorana, è il mio personale antidoto all’inverno, al freddo, al troppo lavoro, alle persone che mi riversano addosso insoddisfazioni e negatività, al mal di piedi e al pessimo umore. God bless frittata.

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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Psicopatologia della frittata, ovvero la frittata come stile di vita.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano moltissimo; andavano tutto il tempo su e giù dalle Madonie con la vecchia Golf blu di mio padre, perché mia madre faceva Guardia Medica in oscuri paesini popolati da pecore e mucche e gente riservata ma cordiale, e mio padre lavorava in Pronto Soccorso a Palermo, e dovevano far quadrare gli orari e i turni di notte e i riposi in modo da poter essere entrambi nello stesso posto alla stessa ora, perché mia madre non aveva dimestichezza con la macchina e la sua Panda amaranto era troppo scalcagnata e ansimante per affrontare l’uscita di Resuttano col ghiaccio delle mattine di gennaio. In più, facevano attività privata: visite domiciliari dove di solito ero costretta ad accompagnarli anche io, timida e silenziosa e costantemente in imbarazzo, solitamente costretta a rimanere in salotto coi parenti dei pazienti che loro, in un’altra stanza, stavano visitando, e obbligata a rispondere a sciocche domande e a ingurgitare biscotti di riposto e dolcetti alle mandorle; oppure ricevevano i pazienti a casa nostra, e allora rispondevo compitamente al citofono e poi dovevo restare nella mia stanza e non fare troppo rumore e per nessun motivo aprire la porta del corridoio. La nostra vita frenetica era accuratamente pianificata e organizzata, e il rumore costante del lettore Holter che ronza e scoppietta è uno dei miei primi ricordi d’infanzia.

Quando ero bambina, al di là della scientifica pianificazione dei tempi, i miei genitori erano sempre di corsa: perché un imprevisto capitava sempre, una festicciola a cui dovevo essere accompagnata o un quaderno smarrito o un tacco rotto potevano far saltare lo schema e richiedere aggiustamenti e limature di orari; in camera mia c’era uno zainetto sempre pronto, col pigiama e un cambio e un giocattolo, per le notti in cui non dormivo a casa: e non dormivo a casa quasi mai, ma passavo la notte dalle nonne quattro sere a settimana, ed ero sempre un po’ confusa su dove mi sarei addormentata e dove mi sarei risvegliata: tanto che, a cinque anni, avevo dettato una regola inderogabile: non dovevano per nessun motivo spostarmi mentre dormivo, neanche se fosse successo per caso, alla fine di una cena di compleanno andata per le lunghe o dopo un cenone di capodanno; avevo deciso che volevo addormentarmi e risvegliarmi sempre nello stesso letto.

Quando ero bambina, cenavamo a casa raramente, io e i miei genitori: perché di solito, quando si mettevano in viaggio per Blufi, loro portavano con sé dei panini, e io mangiavo stelline col formaggino dalla nonna di turno, e poi le estorcevo succhi di frutta e patatine al formaggio e ovetti di cioccolato facendo la faccia triste da bambina abbandonata dai genitori, specialità in cui ero campionessa olimpica. Non cenavano quasi mai insieme, io e i miei genitori, ecco: ma quando lo facevamo, mangiavamo quasi sempre la frittata: e forse per questo, adesso, la considero uno dei cibi che mi dà più sicurezza e serenità. Dalle nonne la frittata non si mangiava mai: perché ai bambini, si sa, bisogna dare la fettina di carne, e poi le uova sono pesanti, e il fritto non va bene, e allora se non vuoi la carne ti faccio il merluzzo, ma non vorresti le polpette?, guarda che bello, ti ho preparato il pollo, il nonno è andato a comprarlo appositamente. E quindi, solo a casa, nelle rare sere in cui cenavamo insieme davanti alla tv, magari in soggiorno, con i piatti sul tavolino basso, io in ginocchio sul tappeto, arrivava lei: bollente, perfettamente tonda, colore d’oro brunito, soffice e profumata da mille foglie di basilico sminuzzate, da mangiare, in buona parte, in mezzo al pane. Piaceva a tutti e tre, era economica e semplice da preparare e mia madre, per fare prima, spesso lasciava in frigo le uova già battute con parmigiano e pangrattato, e per questo, per la sua mania di fare tutto in anticipo, da ragazzina la prendevo in giro a più non posso. È il sapore felice delle cene dell’infanzia, la frittata: e, più grande, delle gite, dei pranzi a mare, dei panini al volo perché stavamo facendo qualcosa di speciale. È il piatto più versatile e umile e godurioso, il mio comfort food, l’unico cibo che, nel mio personale empireo, batte perfino la pizza.

Adesso che ai pasti penso quasi sempre io, la frittata è uno dei piatti che cucino più volentieri per la mia bella: e mi viene quasi sempre bene, anche se la riempio di patate e carciofi e dico a Ste chiudi gli occhi che stavolta non riuscirò a girarla, e invece oplà, anche stavolta ce l’ho fatta.

Quando morirò, voglio che sulla mia tomba sia scritto Girava la frittata con la paletta.

[Massimiliano, ogni promessa è debito].

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