Il mio nuovo guru.

Non ho un enorme appeal con i bambini, in generale: ho poca dimestichezza con loro e mi sento spesso giudicata dai genitori in quanto non-madre, quindi per natura incapace di rapportarmi con gli infanti, oltre che impossibilitata a stancarmi (Sei stanca?, ma come è possibile, non hai figli!), egoista e cronicamente mancante di femminilità e spirito di sacrificio. È difficile che vezzeggi i bambini in coda alla cassa del supermercato, a meno che non siano molto simpatici o non ridano subito alle mie smorfie o non tentino di lanciarsi giù dal carrello – in quest’ultimo caso mi prodigo anche a prenderli al volo, se necessario. Non ho grande afflato con l’idea platonica di bambinità, dicevo: ma ci sono dei bambini in particolare a cui sono molto affezionata e che sono una parte fondamentale della mia vita. C’è Piroetta, che ancora non è qui ma che aspettiamo con gioia e trepidazione e curiosità e una punta di incredula commozione e a cui voglio bene da quasi nove mesi, e Lentezza, che anche se non sarà qui resterà nel mio cuore sempre. Ci sono i miei nipoti, i Tre L, che vedo poco ma con cui mi piace molto giocare: soprattutto col più grande, che è un bambino tenero e desideroso di coccole che mi percepisce come poco più grande di lui e quando mi vede mi sorride con complicità e mi dice Andiamo di là, non stiamo con i grandi che sono noiosi, e poi mi fa passare un intero pomeriggio a fare le gare con le automobiline sul pavimento del corridoio. E c’è PF, il figlio della mia amica Fra’ e di suo marito, che si chiama Fra’ anche lui.

Dopo il lockdown, quando l’Italia è passata di corsa alle fasi 2, 3 e via rapidamente enumerando, Ste ed io siamo rimaste volutamente indietro; usciamo poco, siamo andate a mangiare fuori solo una volta, non ci accalchiamo in negozi e centri commerciali e cerchiamo di mantenere uno stile di vita austero e serioso da novizie. Tolti i nostri genitori e alcuni contatti di lavoro, non abbiamo incontrato nessuno per molti mesi; poi, forzando la mia ossessività e le mie paure, abbiamo deciso di provarci: e ci siamo accordate per incontrare Fra’ e PF, in un parco, per fare una passeggiata all’aperto e trascorrere un paio d’ore insieme. Il bambino sarà cresciuto un sacco, non lo riconoscerai!, aveva pronosticato mia madre: e invece l’ho riconosciuto immediatamente, ma soprattutto lui ha riconosciuto noi. Lo abbiamo individuato da lontano, con i capelli corti e gli occhioni e i braghini gialli, e ho pensato che l’ultima volta che lo avevamo visto era pieno inverno e lui aveva maglioncino di lana e pantaloni lunghi e i calzini antiscivolo; lo abbiamo chiamato da qualche metro di distanza, e lui si è girato e ci ha scrutate per un attimo e poi ho visto distintamente accendersi una luce nel suo sguardo, e ha gridato per l’emozione, e io non ho gridato, ma solo perché mi vergognavo, ma lo avrei fatto volentieri, e allora ho sorriso molto, e mi ero tolta la mascherina e lui ha visto che sorridevo. Poi noi, io e Ste e la Fra’, ci siamo sedute su una panchina e ci siamo raccontate per ampie linee quello che abbiamo fatto in questi ultimi mesi – ché va bene sentirsi su whatsapp, ma di persona è diverso, e un sacco di cose non ce le eravamo dette perché erano troppo belle o troppo lunghe o troppo complicate o non avevamo tempo o semplicemente ce le eravamo scordate. PF, intanto, giocava nell’area bimbi del parco: si arrampicava sulla scala di corda, si sedeva su una aeroplanino a molla, si aggrappava agli anelli e scalava lo scivolo. Ogni tanto ci guardava, e noi non lo perdevamo di vista: e a un certo punto un gruppo di ragazzini è salito sulla casetta di legno che sovrasta lo scivolo e si è asserragliata lì. Non avevano un’aria minacciosa, ma neanche particolarmente cordiale: e così, quando PF ha deciso di voler giocare proprio con lo scivolo, ci siamo avvicinate anche noi. Lui è salito agilmente, e quando è stato in cima è stato apostrofato da uno dei ragazzetti, Ma chi è questo bambino piccolo?. Sono seguite delle risatine, non sprezzanti ma neanche gradevoli. Non mi fate paura, ha risposto PF con enorme semplicità, guardandoli tranquillamente: e quindi si è seduto sullo scivolo ed è venuto giù e noi gli abbiamo detto che era stato bravissimo. E io mi sono segnata questa frase e ho pensato a me, che mi spavento di tutto e di tutti e che mi sarei allontanata, imbarazzata e a disagio, alla frase antipatica del ragazzino, rinunciando a giocare dove volevo: e mi sono appuntata mentalmente di pensare a PF e al suo sorriso fiero mentre scivolava giù, ogni volta che qualcuno farà la voce grossa, reale o metaforica, con me.

Read More

Del gruppo di lettura, ovvero del leggere in compagnia.

Poche cose sono stimolanti come fare parte di un gruppo di lettura; è l’hobby perfetto per me: prevede di leggere, parlare e mangiare, che sono tre delle attività che preferisco in assoluto; per questo, quando poco più di due anni fa, piroettando leggiadramente su Facebook come faccio per il 90% del tempo in cui non dormo, ho intercettato un post che parlava della possibilità che si creasse un gruppo di lettura a Palermo, ho subito drizzato le antenne. Una ragazza gentile e con una cascata di capelli ricci proponeva agli interessati di vedersi, in un locale che mi faceva una cordiale antipatia, per parlare di un libro che Ste ed io avevamo già letto, e che ci era piaciuto parecchio: e così avevo commentato dicendo che ok, noi c’eravamo, quando ci saremmo incontrati?

Di lì a pochi giorni Ste ed io ci siamo trovate, un po’ intimidite, sedute a un lungo tavolo, in un locale che non era quello di cui si era parlato all’inizio, per fortuna. C’era una quindicina di persone, e quasi tutti sorridevano molto, e sul tavolo c’erano delle buone tisane e fette di torta e biscotti al burro da sgranocchiare. Io avevo le mani sudate e quando mi è stato chiesto di presentarmi sono diventata rossa, ma nessuno ha fatto commenti né mi ha detto Guarda, sei diventata rossa!, e così mi sono sentita più a mio agio e quando si è trattato di dire cosa pensavamo del romanzo ho detto che mi era piaciuto parecchio anche se mi aveva spaventata moltissimo – un commento che può essere applicato ai tre quarti dei libri che ho letto nella mia vita, dalle favole di Esopo a Niccolò Ammaniti – e questa volta non sono diventata rossa.

Ero seduta su una panchetta imbottita, quel primo giorno: e accanto a me c’era un ragazzo simpatico che parlava di libri giapponesi, e di fronte una ragazza magra, coi capelli lisci e scuri, e mi sono sembrati simpatici e non-spaventosi, mi sono appuntata mentalmente di sedermi di nuovo accanto a loro, se ci fossero stati altri incontri; e altri incontri ce ne sono stati tanti, ma il ragazzo simpatico e la ragazza magra non sono venuti più.

Le riunioni del gruppo di lettura si svolgono il sabato pomeriggio, una volta al mese. Ci vediamo e parliamo del libro che abbiamo letto, e di solito Filippa fa riflessioni molto interessanti, e Stefania vuole ascoltare il parere di ognuno di noi, e Mati ed Emma e Laura parlano delle loro impressioni, e poi Marco dice che il libro non gli è piaciuto, e Ste fa un’analisi psicologica dei personaggi, e io dico che avevo già letto il libro ma che comunque rileggerlo mi ha fatto piacere, io amo rileggere. Poi parliamo di quale romanzo proporre per il mese successivo, e il lunedì Stefania lancia un sondaggio sul nostro gruppo Facebook, e io voto e spero che esca il libro che ho proposto, o comunque che esca un libro non troppo classico, lento, lungo o spaventoso.

Prima del covid, della quarantena, del distanziamento sociale, di questo tempo senza abbracci e baci e strette di mano e sorrisi, ci vedevamo nel locale dove siamo stati per il primo incontro: e io sorbivo ogni volta la stessa tisana e mangiucchiavo ogni volta gli stessi biscotti ed ero molto contenta. Adesso ci incontriamo virtualmente, ed è divertente e piacevole e molto stimolante, ma non è la stessa cosa, e non vedo l’ora di tornare a sedere al tavolo insieme, e scegliere la tisana alla rosa, e prendere in giro Ste perché vuole una grossa fetta di torta, e ciacolare allegramente e poi uscire dal locale e dire Ci vediamo tra un mese.

Non vedo l’ora.

Read More

Cose che ho fatto durante la quarantena (che per ora è ufficialmente finita).

Ho lavorato moltissimo: perché quando è iniziato il lockdown tutti si sono chiusi in casa e hanno iniziato subito ad annoiarsi e hanno cercato succedanei sul web, e tutte le aziende hanno provato a riciclare le loro attività sul web, e quindi noi che lavoriamo sul web siamo improssivamente saliti di qualche anello nella catena alimentare, passando in un unico fluido balzo da Quelli che scrivono scempiaggini su Facebook a Ti prego fammi una profilazione del cliente medio/sistemami il Seo/organizzami una diretta al volo/trova una soluzione pratica e a costo zero per fare un laboratorio online sulla cartapesta per bambini di cinque anni, e siamo stati subissati di email e chiamate, Perché tanto sei a casa, che hai da fare?

Ho sentito persone con cui non avevo rapporti da anni: perché abitano al nord o fanno mestieri a rischio ed ero in ansia e volevo sapere come stavano e far sentire loro un poco di vicinanza, o semplicemente perché avevo voglia di parlare con loro e non ne avevo avuto occasione da molto tempo.

Ho mangiato quasi solo minestre a base di zucchine, e risotti con le zucchine, e passati di zucchine, e frittate con le zucchine, e una volta anche pasta con le zucchine fritte: perché le zucchine sono economiche e si trovano ovunque e noi ordinavamo la spesa al telefono o tramite whatsapp in botteghe poco fornite e le zucchine eravamo sicure di trovarle sempre; e anche perché una volta avevo scritto su whatsapp di portarci due zucchine, e ce ne hanno portato due chili, e quindi pace, bisognava pur consumarle.

Ho parlato al telefono per l’80% del tempo in cui sono stata sveglia: ho parlato con i miei genitori, che hanno sofferto molto per la mia assenza e che ho cercato di compensare con ore di ciacole a distanza e videochiamate e foto; ho parlato con colleghi e datori di lavoro e amici e fornitori, e anche con la segreteria telefonica della farmacia per un intero sabato mattina.

Ho superato i momenti di tristezza e stanchezza e nervosismo ingravescente grazie alla nostra chat di cazzeggio & supporto morale e all’idea di un piccolo felino della savana che presto sentiremo ruggire.

Ho vinto trentasei centesimi a un quiz online, e non li ho ancora spesi.

Ho letto poco e male, cercando di applicarmi alla lettura e ottenendo in cambio solo frustrazione e un vago mal di testa.

Ho ordinato online – o meglio, ho chiesto a Massi e Ale di aiutarmi a ordinare online – dozzine di mascherine di diverse fogge e misure, e guanti di lattice, e un regalo per un bimbopiccolo che non vedo l’ora di conoscere, e quattro uova di Pasqua e una camicia da notte blu e un piccolo stereo per mia madre.

Ho partecipato due volte agli incontri del gruppo di lettura: e una volta era il pomeriggio del 25 aprile e c’era molto caldo e io e Ste eravamo sul letto e scrivevamo i commenti su un post Facebook piuttosto che chiacchierare con gli altri del gruppo e sgranocchiare biscotti, e mi sono sentita un po’ triste.

Ho guardato moltissime serie tv, e alcune mi sono piaciute molto, Atypical e Vis a vis su tutte, altre mi sono piaciute pochino, e altre ancora mi hanno ammazzata di noia – ma sono serie considerate molto fighe, quindi tacerò sul nome.

Ho cucinato diverse volte la pasta al forno con la besciamella e ho impastato e steso la pizza ogni sabato sera e ho preparato insieme a Ste la torta con la marmellata di fragole, e la pizza era sempre parecchio buona come è nella sua natura di comfort food, mentre la torta non.

Sono stata preoccupata o in ansia per la quasi totalità del tempo.

Ho fatto moltissima ginnastica e ho perso cinque chili, e ne vado molto fiera, anche se Capo mi ha vista in videochiamata e mi ha detto che sono sicca caliata e Mohamed ha commentato che sicuramente somiglio a una mummia.

Ho litigato con la vicinainvadente, ma questo non c’entra con la quarantena.

Ho ascoltato Ste che suonava la chitarra, e un paio di volte le ho chiesto di suonarmi delle canzoni che mi piacevano e lei lo ha fatto, ma poi per tigna ha voluto suonare anche i Baustelle e mi sono lamentata molto.

Ho portato fuori la spazzatura quasi ogni giorno, e all’inizio del lockdown avevo un giubbotto molto pesante e il berretto di lana e la sciarpa di pile, mentre alla fine indossavo solo una t-shirt e i jeans.

Ho assistito a due scene che non dimenticherò facilmente: la benedizione del Papa in una piazza San Pietro spettrale e deserta, con le sirene delle ambulanze in sottofondo, e il Presidente della Repubblica che, in un fuori-onda, si dispiaceva di non essere potuto andare dal barbiere.

Ho aspettato ogni giorno le 18 per conoscere il numero dei contagiati e dei guariti – questo lo faccio anche ora.

Ho provato a giocare con Anastasia, ma lei ha reagito chiudendosi nella cuccia e mordendomi e allontanandosi da me con aria sdegnata. Poi le abbiamo pulito la gabbia, e ha deciso di odiarci per sempre.

Ho trascorso tutto il mio tempo con Ste, e ne sono stata davvero felice.

Read More

A distanza.

Sono quasi tre mesi che non vedo Mohamed. Le restrizioni per il Covid ci hanno allontanati, e il mio atteggiamento ansioso rende complicato il passaggio a una possibile futura fase 3 che comprenda la mia presenza al compound: temo che ci vorranno ancora parecchie settimane prima di riuscire a sentirmi nuovamente a mio agio in un posto in cui le più semplici regole igieniche sono interpretate creativamente, e in cui l’ultima volta in cui qualcuno si è lavato le mani col sapone era ancora presidente Pertini. Con tutta la buona volontà di cui è dotato, Mohamed si sforza di mantenere la sua tenda in ordine, di dividere accuratamente i sacchetti del cibo per i gatti da quelli del pane per i piccioni, di lavare i vestiti alla fontana e stenderli sulla recinzione di metallo che delimita l’aiuola, di mettere le coperte al sole: purtroppo, però, la sua routine di quotidiana non prevede la doccia, o un accurato lavaggio dei capelli, e quindi.

Per sopperire alla distanza, Mohamed ed io parliamo al telefono: o meglio, io grido, lui non sente, io urlo, lui biascica, io mi sgolo, lui posa il suo vecchio nokia per terra per dare la pappa ai gatti, abbandonandomi a strepitare Moha Moha, ma dove sei finito?, rispondi! con tono sempre più agitato. La conversazione è sempre faticosa, interminabile e tortuosa: ogni telefonata dura almeno mezz’ora, e si alternano lagnanze, Non ti fai vedere mai, ormai se ti incontro per strada non ti riconosco!, grandi risate, considerazioni generali sulla vita, sul rapporto con i genitori, Devi prenderti cura di loro!, con la religione, con le istituzioni, e poi succosi pettegolezzi su tutti i senzatetto della città e su tutti gli operatori di gruppi di assistenza ai senzatetto della provincia: peccato che io non conosca quasi nessuno di loro. Mohamed mi istruisce sulla corretta alimentazione, Devi mangiare la frutta, altrimenti i dolori non ti passano!, mi spiega come il Covid sia in realtà tutta una bieca manovra del capitalismo ai danni dei proletari, Anche se, hai visto, non colpisce le persone di colore, chissà come mai?, mi comunica che lui comunque sta benissimo, perché ha gli speciali anticorpi tipici dei persiani. Ma quindi in Iran non è arrivato, il Covid?, gli chiedo: e lì si rabbuia e mi spiega che sì, è arrivato, e un sacco di gente sta male, e infatti vorrebbe proprio sentire suo padre. A quel punto raggiungiamo il solito impasse: io gli spiego che i suoi familiari sono preoccupati per lui, lo chiamano ogni giorno ma non riescono a parlargli, il suo telefono non funziona; lui mi risponde che non può chiamarli, non ha soldi, dovrebbe fare la ricarica, è troppo lontano, si stanca, non se la sente di arrivare a piedi fino alla stazione, ormai c’è troppo caldo, non può camminare al sole: E quindi, vedi?, devi venirmi a trovare prima possibile, così facciamo una videochiamata dal tuo smartphone prima che sia troppo tardi. E in quel momento, sempre, inevitabilmente, mi sento uno schifo.

Con la mia proverbiale ansia, cerco sempre di sincerarmi che Mohamed abbia tutto quello che può servirgli: e quindi cibo, gel disinfettante per le mani, batterie per la torcia, tabacco, cartine, accendino e mascherine. Me ne hanno portate alcune, mi ha detto l’altra volta: tranquilla, le mascherine ce le ho. Ma le usi, Moha?, gli ho chiesto. No, no, poi si sporcano, mi ha risposto: però le ho conservate bene. E dove, di grazia?, gli ho chiesto trepidante. In un sacchetto di plastica nella cuccia dei gattini, mi ha comunicato trionfante.

E tant’è.

Per fortuna che ci sono i gatti a vigilare sulle mascherine.

Read More

Esasperazione (Covid-19 edition).

Non è niente di grave, è solo un’influenza.
Ma lo sai ogni anno quanti morti fa l’influenza?
Basta lavarsi le mani.
Basta usare la mascherina.
Basta non essere vecchi.
Basta che nessuno ti tossisca in faccia.

State esagerando, così non si vive più.
La vera malattia è l’ignoranza.
La vera malattia è l’indifferenza.
Non moriremo di Covid ma di povertà.

Lo fanno solo per tenerci chiusi in casa.
Vogliono tenere tutto chiuso per farci fallire.
Vogliono aprire tutto per farci morire.

Se la quarantena non finisce in fretta impazzisco.
Ah, no, io ho paura, resto a casa anche nella fase 2.
Ma tanto vedrai, la fase 2 durerà un paio di settimane e basta.
Io non mi fido degli altri.
Io sono prudente e scrupoloso, sono gli altri che non sanno comportarsi.
Le strade sono piene!, vedrai che nel giro di poco saremo di nuovo chiusi dentro.
Non accetto di dover stare chiuso dentro per colpa degli altri.
Io sono uscito, ché avevo cose importanti da fare; ma che ci facevano tutti gli altri in giro?

Qua non c’è nessun controllo.
Basta con questi controlli, non se ne può più!
Ho visto dei posti di blocco.
Qua non ci sono mai stati posti di blocco.

Mi rifiuto di scrivere un’autocertificazione per uscire di casa.

Non torneremo mai alla normalità.
Io non voglio tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.
Ma cosa vuol dire, tornare alla normalità?
Io voglio andare al cinema e a cena fuori, questa per me è la normalità.

Se riaprono le chiese, riaprano anche i cinema.
Io ho un cinema e non voglio riaprire, con i posti scaglionati guadagnerò un quarto rispetto al solito, non mi conviene.
Io ho un locale e lo voglio riaprire.
Io ho un locale e non lo voglio riaprire, voglio i soldi dallo Stato.

Io sto bene a casa, per me potete richiudere quando volete.

Io voglio vedere gli amici.
Io devo uscire per lavoro e ho paura.
Io lavoro da casa e non ho problemi, chi se ne frega delle paure degli altri.
Io ho paura per me, ma non mi interessa se gli altri corrono un pericolo.
Io sto a casa e pretendo che gli altri escano per me.
Io voglio stare a casa e pretendo che gli altri stiano a casa come me.

Questa cosa degli affetti stabili è assurda, non si capisce cosa significa.
Questa cosa degli affetti stabili è eteronormata e moralista.
Questa cosa degli affetti stabili è anacronistica.
Chi sono gli affetti stabili?
Il cognato del salumiere è un affetto stabile? E il fidanzato? Il marito? L’amante? Il mio vecchio compagno di banco delle medie? Posso vedere il tipo che ho incontrato due volte al panificio prima della quarantena? Posso vedere il panettiere? E come compro il pane, allora?
Sono stanco di questo bigottismo, la famiglia non è solo quella del Mulino Bianco.
Gli amici sono i miei affetti stabili, non me ne frega niente di vedere i familiari.
Io non ho familiari vicini e mi sento discriminato.
Io non ho un compagno e mi sento discriminato.
Io sto sulle palle ai miei parenti e mi sento discriminato.
Io sono gay e mi sento discriminato, anche se non è specificato da nessuna parte che gli affetti stabili devono essere di sesso diverso, ma se non faccio battaria poi magari nessuno si ricorda della mia esistenza.

Io non voglio vedere solo le persone con cui ho uno stabile legame affettivo, rivendico il mio diritto al sesso mercenario e occasionale.
Io voglio uscire la sera e fare sesso con sconosciuti, li si può considerare affetti stabili dopo due cocktail? Ah, non posso ancora andare a bere due cocktail?

Io in questo periodo non riesco a leggere: capita solo a me?
Io in questo periodo leggo un sacco: capita solo a me?

Mi manca la quarantena, mi sono goduto la mia famiglia e ho imparato a impastare il pane.
Non ne potevo più della quarantena, mi è mancata la mia famiglia e non ho nessuna voglia di impastare il pane.

Per me non cambia niente, tanto la sera guardo Netflix sul divano.

Fanno pochi tamponi, così non ne usciremo mai.
Conosco una persona che aspetta da marzo 2012 il risultato del tampone.
Conosco una persona che fa cofcof da marzo 2012 e non le fanno il tampone.

Sicuramente abbiamo avuto tutti il Covid quest’inverno, altro che influenza.

L’unica soluzione è l’immunità di gregge.
L’unica soluzione è il tracciamento dei casi.
L’unica soluzione è la terapia col plasma.
L’unica soluzione è fare millemila tamponi.
Altro che quarantena, servono i tamponi, ma tanto li danno solo ai calciatori.

Conosco mille persone che sono scese da Milano in Sicilia, che vergogna.
Conosco mille persone che sono bloccate a Milano e non possono scendere in Sicilia, che vergogna.

E i bambini? Nessuno pensa ai bambini?!
I bambini sono le vere vittime.
Pretendo che riaprano le scuole, non ce la faccio più a tenere i bambini in casa.
Non voglio che riaprano le scuole, insegno e mi spavento.
Con la didattica a distanza i bambini devono essere seguiti.

Se torno al lavoro, chi si occuperà dei miei figli?
Io ho una baby-sitter che pago tre euro l’ora, ma voglio il bonus baby-sitter da 1200 euro al mese.

Hanno riaperto i parchi, ma lo spazio per cani è chiuso, quindi monto una bega infinita per questo.
I cani hanno più diritti dei bambini.

I padroni dei cani sono dei privilegiati.
I genitori sono dei privilegiati.
I single sono dei privilegiati.
Gli insegnanti sono dei privilegiati.
Quelli che lavorano da casa sono dei privilegiati.
Quelli che non hanno perso il lavoro sono dei privilegiati.

(Tutti noi che siamo qui, che parliamo, che stiamo bene, che non abbiamo perso nessuno dei nostri cari: noi, sì, siamo dei privilegiati).

Read More

I piatti della festa

Quando ero bambina e poi ragazzina, a casa mia gli onomastici si festeggiavano con più cura e attenzione dei compleanni. È sempre stato così, nella mia famiglia, e non mi sembrava strano, lo consideravo normale: ma quando, già grandetta, ho scoperto che invece tutti gli altri, compagni di scuola e figli di amici e vicini di casa, prestavano più attenzione al compleanno che all’onomastico e ho chiesto come mai da noi si facesse al contrario, Gli onomastici si ricordano più facilmente, fu la spiegazione della nonna, anche se io sul momento non ne fui molto persuasa, e ancora adesso non sono sicura che avesse davvero senso; ma tant’era.

Eravamo una famiglia poco numerosa, ma in compenso eravamo parecchio rumorosi e litigavamo spesso, con scoppi fragorosi di urla e qualche volta una porta sbattuta; eravamo anche molto uniti e abbastanza felici, insieme, e quando qualcuno di noi faceva l’onomastico andavamo tutti a mangiare dai nonni. Non importava che fosse mercoledì o venerdì, che mio padre smontasse da parecchie ore di guardia o che mio cugino il giorno dopo avesse la versione di greco, o anche che io avessi ginnastica artistica alle tre del pomeriggio: non era presa in considerazione l’idea di spostare l’appuntamento al sabato o alla domenica successiva, o di vederci a cena. Uno di noi faceva l’onomastico, tutti andavamo a pranzo dai nonni. Faccenda chiusa.

Il giorno dell’onomastico-di-uno-di-noi io di solito arrivavo dai nonni dopo la scuola con i miei cugini; saltavamo giù con gli zainetti in spalla dallo scalcinato scuolabus del signor Mandalà e affrontavamo i sei pieni di scale a piedi, e arrivati su scoprivamo che i nostri genitori non erano ancora arrivati. In compenso, trovavamo la nonna freneticamente impegnata con gli ultimi preparativi: il nonno, invece, di solito stava leggendo il giornale nello studio. Venivamo subito coinvolti: mio cugino, in qualità di maschio impavido e temerario, era invitato a compiere la pericolosissima operazione di allungamento del tavolo della stanza da pranzo. Intanto io impilavo i bicchieri sul carrello, mia nonna controllava il forno e si scottava il polso chiudendolo e metteva il ghiaccio e cercava la pomata e riapriva il forno e si scottava di nuovo. Mia cugina di solito si defilava, giocava con le barbie, ci accusava di non dedicarle abbastanza attenzione e si metteva a piangere. Poi pian piano iniziavano ad arrivare tutti, mia madre con la sua Panda amaranto che si riconosceva da diversi isolati di distanza, mio padre con i regali, mia zia con dei fiori gialli per la nonna; per ultimo di solito arrivava mio zio, quando noi avevamo già mangiato la pasta da un bel po’.

La nonna cucinava ogni volta una cosa speciale, il piatto preferito del festeggiato: il mio era la pasta al ragù, e poi la crostata al cioccolato; mia madre preferiva la pasta col sugo del latte e la crostata con crema e amarena, mio nonno la pasta con le cozze, mia zia la pasta al forno. Per tutti quelli che non volevano mangiare quello che era previsto, la nonna proponeva il menu alternativo: pasta con la salsa e cotolette. Io di solito mangiavo i piatti della festa, con una sola alternativa: quando c’era la pasta al forno, che insensatamente non mi piaceva.

Poi sono cresciuta, e i miei gusti sono cambiati, e la pasta al forno alla napoletana della nonna è diventato uno dei miei piatti preferiti: uno di quelli che so fare a occhi chiusi. Si cuoce la pasta, penne rigate: e se sono mezze penne o sedanini è ancora meglio. Intanto si prepara una besciamella morbida e non troppo densa, arricchita con noce moscata e grana grattuggiato, e si tagliano a cubetti prosciutto cotto e scamorza affumicata. Si assembla tutto, si inforna, si mangia.

In questi due mesi di isolamento dal mondo, di preoccupazioni e scoppi di rabbia e incertezza e mancanza, Ste mi ha chiesto la pasta al forno per ogni giorno di festa, Pasqua, 25 aprile, 1° maggio. E io gliel’ho fatta ogni volta, e ogni volta lei mi ha detto che era buonissima, più buona dell’altra volta; e ogni volta io mi sono chiesta come mai da bambina non mi piacesse, chissà.

E ogni volta, mentre mescolavo la besciamella masticando un pezzo di scamorza e dicendo a Ste di lasciare stare il prosciutto, che poi la pasta viene scondita, ogni volta ho pensato alla nonna, alla sua figura rasserenante in cucina, intenta ad allineare i piatti pieni, alla sicurezza assoluta che mi trasmetteva la sua voce, alla dolce fermezza con cui mi ha cresciuta. Mi manca ancora moltissimo.

Read More

Quis ut Deus?, ovvero del senso di colpa durante una pandemia.

Che ci sia una pandemia in corso lo sa anche il canenando; che finora la si sia affrontata chiedendo alla popolazione di collaborare stando a casa, limitando le uscite e mettendo in atto dei comportamenti virtuosi – corretta e attenta pulizia delle mani, scrupolosità nel mantenere la distanza dalle persone con cui si viene a contatto, se possibile uso di dispositivi di protezione come mascherine e guanti – è anch’esso argomento arcinoto al pavido meticcetto giallo del mio cuore: che ne ha piene le tasche di non uscire e si aggira mogio e disfiziato tra poltrona e divano, come mi è stato documentato da un allarmante numero di video girati da mio padre e mandatimi su WhatsApp con commenti sempre più perplessi, Lo vedi?, non vuole giocare con la pallina, Hai visto?, rifiuta anche i biscotti vegani crusca&farro, Ti rendi conto?, non ha voglia neanche di portarmi le pantofole, fino al tremebondo e dolente Non mi porge più le zampe mentre lo spazzolo. Ma tant’è.

Che ci sia una pandemia, dicevo, lo sappiamo tutti. Che non tutti la stiano affrontando nella stessa maniera è evidente e scontato: c’è chi lavora e chi può rimanere a casa, c’è chi ha spazio e tempo a disposizione e chi vive in due stanze e un bagno con altre sette persone, c’è chi ha perso il lavoro e chi sa che lo perderà a breve e che non può fare nulla per evitarlo; c’è chi impasta e chi mangia, chi beve molto e chi prende ansiolitici, chi dorme tutto il pomeriggio e chi ha gli incubi, chi vede Netflix e chi litiga con la moglie, chi si preoccupa dei suoi figli e chi dei suoi nonni. C’è anche chi se ne frega, vivaddio, e chi si lamenta sempiternamente. E poi, c’è chi si sente in colpa, chi attribuisce agli altri una colpa, chi cerca un eroe da venerare e chi un capro espiatorio da additare.

Mi imbatto spesso, sui social, in post in cui ci si scusa con i bambini di averli privati, nell’ordine, del divertimento, della spensieratezza, dei giochi all’aria aperta, della scuola, della compagnia di amichetti, zii e maestre. E io non capisco: posto che è ovvio che dispiaccia, ma perché dovremmo sentirci in colpa di stare cercando di proteggere i più piccoli da una pandemia? Non li stiamo tenendo a casa per un sadico piacere, ma per non farli entrare in contatto con un virus potenzialmente letale. Alla mia domanda sul perché ci si senta in colpa, Non è di questo che ci stiamo scusando, mi è stato risposto: ma di averli messi in condizione di trovarsi in mezzo a un’epidemia di questa portata. Qui, mostrando i miei evidenti limiti, capisco ancor meno: ma perché addossarci la colpa di una malattia? Sì, probabilmente è stata gestita male, occultata e sottovalutata e ci sarà modo e tempo di comprendere chi avrebbe potuto far meglio e non lo ha fatto, per mancanza di volontà, per impreparazione, per insipienza o per dolo. Ma al di là di queste considerazioni, il Covid è, appunto, una malattia: un accidente che capita da sempre, da che mondo è mondo, e delle cui cause non sono sicuri, al momento, neanche i più titolati a parlarne. E allora, perché attribuircene una colpa? Forse che ci sia, come sempre, la tracotanza di pensare che tutto ciò che avviene sulla Terra abbia origine antropica? È così difficile pensare che non tutto, e non sempre, dipenda da noi? L’impressione è che, sotto la patina appiccicosa del senso di colpa e del piagnisteo, ci sia il superomismo di credersi i detentori delle sorti del mondo.

L’altra faccia della medaglia è quella di chi attribuisce agli altri una colpa: il ragionamento secondo cui, se qualcuno si è ammalato, è perché non è stato abbastanza attento; e anche lì, sottotraccia leggo il bisogno, prettamente umano, di credere di poter controllare tutto, anche un virus ancora in larga misura sconosciuto: come se i nostri comportamenti, da soli, bastassero a decretare il nostro destino.

Ci sono poi, gli stuoli di persone che gridano all’eroismo: dei medici e degli infermieri che affrontano il loro lavoro con sprezzo del pericolo, dei cassieri che non abbandonano la loro postazione all’ipermercato nemmeno nel momento di massima diffusione della malattia, dei malati che affrontano a viso aperto gli effetti della patologia. Ma l’eroe è, per definizione, qualcuno che affronta una situazione potenzialmente pericolosa per libera scelta, spinto da altruismo o da un superiore bene collettivo, senza alcun vincolo che lo costringe a farlo: cosa che non si attaglia a chi lavora – e non può mettersi in ferie o malattia o darsi alla macchia – o a chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi. Che gente eroica, quella che ogni giorno indossa il camice (o la divisa del lidl) e va al lavoro!, leggo sui social; Quanto sono eroici i malati che si sottopongono alle cure!, c’è scritto due righe dopo. Ma cos’altro avrebbero potuto fare? Licenziarsi, fuggire, chiedere alla malattia di lasciarli in pace e andare a infettare qualcun altro? I medici, gli autisti dei mezzi pubblici, i magazzinieri e i librai e i lavoratori della Gdo non sono eroi, ma persone che fanno il loro mestiere come meglio possono, e che un domani potranno e dovranno lamentarsi con chi (padroni, dirigenti, sindacati) non li ha tutelati abbastanza: ma non c’è niente di eroico in questo. E per fortuna, mi viene da dire: perché gli eroi son tutti giovani e belli, e di solito morti, mentre i lavoratori possono essere meno giovani, panciuti o stempiati o con i denti storti, ma hanno il diritto di godere di ottima salute e di morire anziani a casa propria.

Infine, c’è chi cerca qualcuno con cui prendersela: da chi vorrebbe sanzionare il vicino che è sceso due volte in un pomeriggio a buttare la spazzatura a chi pensa che all’intera classe politica vada indicato il patibolo, la gamma di sfumature è varia; è anche questo un bisogno umano, quello di trovare qualcuno a cui dare la colpa: ma di solito lo si supera a cinque o sei anni, quando si smette di indicare alla mamma il fratellino colpevole di una marachella. Quando si capisce che le cose a volte capitano, e basta.

Sarebbe il caso di darci tutti una bella calmata, su.

Read More

Fenomenologia del condominio, ovvero i vicini di casa all’epoca della quarantena.

Da quasi sei anni, Ste ed io abitiamo in un appartamento al settimo piano di un palazzo alto e molto assolato, in una zona di semi-periferia stretta tra un quartiere vagamente snob e la circonvallazione con le auto che sfrecciano sul sottopassaggio e gli autobus e i camion della spazzatura che accelerano e frenano e suonano il clacson a ogni ora. Ogni piano ospita tre famiglie: al nostro stanno Vicinainvadente e Vicinidistratti. Vicinainvadente è una donna in là con gli anni, che reputa normale bussare con insistenza alle otto di domenica mattina per chiedere aiuto nello svitare il tappo un po’ ostico di una boccetta di smalto rosso fragola. Dopo anni di pretese di assistenza quotidiane per risolvere problemi complessi e di fondamentale importanza come una cerniera lampo inceppata, Vicinainvadente ha improvvisamente deciso di giurarci odio, quando le ho fatto notare che aspettarci sul pianerottolo e impedirci di entrare in casa con i sacchetti della spesa perché aveva bisogno di noi per cancellare i messaggi del gestore telefonico dal suo vecchio Nokia non era un atteggiamento cordiale o urbano. Il risultato è che non vediamo Vicinainvadente da un paio di mesi, ma la sentiamo quotidianamente litigare al telefono con parenti lontani, fornitori incompetenti e ignari operatori di call center.

Vicinidistratti, invece, sono una coppia poco più grande di noi. Lui è burbero ma fondamentalmente gentile e una volta mi ha aiutata, sbuffando e lamentadosi, a caricare le casse di acqua in ascensore; ha un’insana passione per il karaoke, e la quarantena gli dà tempo a sufficienza per coltivare quotidianamente il suo hobby, con nostro sommo sgomento. Lei è simpatica, gentile e alla mano: e a Pasquetta abbiamo chiacchierato amabilmente, ai due lati del vetro smerigliato che separa i nostri balconi, mentre prendevamo il sole – lei su una sdraio, noi in bikini su un telo da mare, abbondantemente asperse di protezione solare. Ci siamo confessate reciprocamente oscuri timori per il futuro lavorativo e una generalizzata ansia: e abbiamo deciso di comune accordo di non andare a fare la spesa ancora per qualche settimana, ma di continuare a ordinarla a domicilio. Se avete bisogno di qualcosa, bussate!, ci ha detto: Tanto, sono sempre a casa, ha chiosato con una risata. E io non credo che le busseremo, ma il fatto che ci abbia esortate a farlo mi è sembrata una cosa molto dolce, e ne sono stata contenta.

Al piano di sopra abita una famiglia con due bambine: di loro sappiamo solo che sono appassionate di danza, perché prima della quarantena le vedevamo uscire ogni giorno, con tutù e chignon, serie e compunte come delle giovanissime e cicciottelle carlefracci. Per anni ci siamo stupite della loro capacità di non far rumore: non abbiamo mai sentito scalpiccìo di passi, piedini che saltellavano o giocattoli scagliati al suolo. Adesso, invece, sembra che l’intera famiglia Vicinidanzanti abbia come unico passatempo quello di spostare i mobili, far strusciare i tappeti, trascinare letti e divani. Ne ignoriamo il motivo.

Al piano di sotto abita una coppia piuttosto giovane. Hanno un bambino di pochi mesi, che piange costantemente. Loro urlano, il bambino strilla, loro gli intimano il silenzio, lui sbraita. La quarantena non c’entra, facevano così anche prima. Comprendo la loro fatica, riesco a sentire il loro disagio, ma non ho idea di come aiutarli. I Viciniesasperati sono anche francamente esasperanti.

Dal 9 marzo non usciamo di casa se non per buttare la spazzatura o andare in farmacia, e tutti i nostri rapporti con gli altri vicini si svolgono dal balcone o in fugaci incontri nel portone. Il palazzo è molto più rumoroso del solito, e io non posso mai annaffiare le piante perché tutti stanno sui terrazzini e sbirciano per capire se quelle sette sparute gocce d’acqua sono cadute dai nostri vasi o da quelli della famiglia al nono piano, i Vicinidranti che allagano l’intero palazzo ogni volta che bagnano il loro ficus.

Merita una menzione speciale il Vicinoconlamascherina: pensionato, sfaccendato, che ogni mattina va a compare il pane e ogni pomeriggio scende a portare giù i sacchetti per la raccolta differenziata. Indossa sempre la mascherina, un modello costoso, di quelli con la valvola. La mette sempre, rigorosamente, con il naso fuori. Chissà che qualcuno, un giorno, non gli spieghi che così ha poco senso.

Read More

Amici (quarantine edition).

Quando è iniziata la quarantena, Ste ed io siamo state colte di sorpresa. Il giorno stesso eravamo andate al supermercato: era lunedì e noi, che siamo prevedibili e abitudinarie come criceti, facciamo sempre la spesa il lunedì. Dobbiamo prendere qualcosa in più del solito?, mi aveva chiesto lei: e si riferiva al fatto che un paio di settimane prima, dato che sembrava che la gente stesse dando l’assalto ai generi di prima necessità, avevamo aggiunto qualche confezione di legumi in più alla nostra solita lista della spesa. No, ma figurati!, le avevo risposto: ed eravamo tornate a casa con i nostri usuali quattro sacchetti con dentro una bottiglia di cocacola, svariate monodosi di stracchino, yogurt magro, mele rosse e petti di pollo e una confezione di detersivo per i piatti e molti crackers integrali. La sera stessa la tv ci aveva comunicato che bell’e buono dal giorno dopo saremmo dovuti rimanere tutti a casa: e io, nella mia ansia di capire come organizzarmi per il lavoro, avevo temporaneamente accantonato l’idea che fossimo parecchio carenti di approvvigionamenti.

Superato il temporaneo choc delle prime quarantotto ore di reclusione, abbiamo iniziato a capire quanto possa essere faticoso fare la spesa in periodo di quarantena; vicino casa nostra non ci sono supermercati a buon prezzo: quello a cui andiamo di solito dista circa un chilometro. Raggiungerlo a piedi, attraversando la circonvallazione con i sacchetti in mano, era inconcepibile: e poi, fino a due giorni fa, non avevamo neanche mascherine, e quindi. In zona ci sono solo negozi per ricchi, di quelli che vendono la frutta già tagliata, gli acini d’uva pelati, le arance divise a spicchi: e noi abbiamo pochi soldi, e siamo in grado di sbucciarci autonomamente la frutta o tagliare a cubetti una zucchina già da molti anni, e dunque.

Dopo dozzine di telefonate, molti consulti telefonici con genitori e suoceri, ché tanto stiamo tutti nella stessa zona e abbiamo esigenze simili, e con il consueto e provvidenziale aiuto di Ale da Roma, siamo riuscite a trovare un supermercato che porta la spesa a domicilio; abbiamo anche recuperato una farmacia (anzi, tre) che porta le medicine direttamente a casa inviando per email la ricetta dematerializzata del medico, un negozio di sigarette elettroniche ci ha fatto avere il liquido per la sigaretta di Ste, uno di cibo per animali ci ha riforniti di croccantini monoproteici per Nando e pappa-tredici-semi per Anastasia. Non siamo riuscite a ottenere solo una cosa: un plettro per Ste, che in questi giorni suona moltissimo la chitarra e che pensava di avere un plettro blu nella tasca esterna della custodia, e invece non lo ha trovato, e quindi da un mese alterna i polpastrelli con plettri fatti in casa. Siamo passate da un triangolo ritagliato dalla mia confezione di merendine al doppio cioccolato e ricoperto di scotch marrone a uno strano accrocchio costruito con una vecchia ricarica telefonica e uno spesso strato di attack. I risultati erano mutevoli: lo scotch era scivoloso, la scheda telefonica troppo flessbile, e il barré non viene bene, e quindi No, basta, non te le suono più le Spice Girls. E poi.

E poi abbiamo una chat di cazzeggio & sostegno morale, con Mirella e Ale e Massimo e Leone, e facciamo insieme un giochino online, un quiz di quelli che due volte al giorno ti arriva la notifica sullo smartphone e devi rispondere a dodici domande. Noi lo facciamo, e poi ci diciamo quante ne abbiamo sbagliate: e qualche giorno fa io e Ste abbiamo vinto, e riceveremo 37 centesimi in buoni Amazon. Siamo state molto fiere di noi, abbiamo anche fatto un discorso tramite vocale su whatsapp in cui ci dicevamo commosse ma desiderose di restare umili.

Ce n’eravamo scordate. Poi, qualche giorno fa, un corriere ci ha bussato al citofono e ci ha detto che avrebbe messo nella cassetta un pacchetto. E dentro c’era un biglietto scritto da tutti e quattro, Ale e Massimo e Leone e Mirella, e poi un porta-plettri, e millemila plettri colorati, di misure e spessori diversi, bellissimi. Ste è rimasta senza fiato, io ho rischiato di piangere nella mscherina, e poi ecco, adesso abbiamo moltissimi plettri. Ma soprattutto, abbiamo splendidi, splendidi amici.

[A latere: non avevo mai saputo che esistesse una cosa di nome porta-plettri, e questo oggetto rotondo e ignoto mi era sembrato un trita-erba, e mi chiedevo con viva curiosità che ci facesse a casa nostra, dove a fumare c’è solo Ste che usa sigarette elettroniche senza nicotina. E non sapevo neppure che i plettri avessero spessori diversi. Ma non ricordi che Carmen Consoli ne usa tanti diversi?, mi ha chiesto Ste. E sì, mi ricordo che ne usa tanti, e che li getta dietro le spalle durante i concerti, e che una volta, a fine concerto, ci siamo avvicinate al palco e abbiamo cercato di prenderne uno, ma non pensavo che c’entrasse niente lo spessore. Pensavo che li lanciasse perché non andavano più bene, come i tennisti quando cambiano le palline, o perché era stufa di usarli, o chissacciu. Si vede che non ne capisco nulla di musica].

Read More

Al telefono (col rumore del mare in sottofondo).

Come succede in media un paio di volte a settimana da quando la quarantena ci ha costrette ad annullare le visite settimanali alla tenda, qualche giorno fa Mohamed mi ha chiamata. Quando ho visto il suo nome sul telefonino e ho risposto ho sentito, come sempre, un rumore forte di vento, di risacca e di fronde, e poi la sua voce perplessa che diceva Pronto?, e poi tramestio, il telefonino che di sicuro era caduto a terra, fracasso, parolacce biascicate in due o tre lingue diverse, colpi come di mani a spolverare i pantaloni e poi di nuovo Pronto?, e io intanto gridavo Moha, sono io, Moha!, e finalmente mi è arrivata la sua voce che diceva Ehiii, Stelluccia, come stai?

Lui sta bene, mi ha detto. Si annoia, soffre la solitudine, nessuno lo va a trovare, ma sta bene. Nessuno ti viene a trovare?, gli ho chiesto, E chi ti porta da mangiare, e il tabacco?, e già ero nel panico e pensavo a come fargli avere le cartine, il caffè, le batterie per la radio, il patè di fegato per Shab, e poi mi avevano detto che i volontari della Croce Rossa venivano ogni sera, e anche quelli della Comunità di Sant’Egidio, ché loro hanno un permesso e possono girare, Moha, ma non sono venuti, eh? Aspetta che li chiamo. Non preoccuparti, mi ha subito arginata, ho tutto, vengono regolarmente, ho scorte di cibo per me e per i gatti, ma non è come vedere gli amici; invece, sai, la gatta più grande ha fatto sei cuccioli, ma io non li ho visti. Come fai a sapere che sono sei, se non li hai visti?, gli ho chiesto, ma lui non mi ha saputo rispondere, o forse non ha voluto farlo, e ha nicchiato. Sono preoccupato, mi ha spiegato, c’è ancora troppo freddo, le cucciolate di primavera avrebbero bisogno di sole e calore, e poi la gatta ha nascosto i cuccioli in un anfratto vicino agli scogli che secondo me non è adatto, e se fosse troppo umido? Ma no, ho cercato di rassicurarlo, la gatta sa il fatto suo, in fondo fa tremila cucciolate l’anno, è la decana della zona! Ci ha pensato su e poi È vero, mi ha detto, e poi mica sono figli miei, e ha riso molto, e anche io ho riso. Mohamed ride sempre moltissimo.

Sai chi mi è venuto a trovare?, mi ha chiesto a un certo punto. No, chi?, gli ho detto, anche se un’idea ce l’avevo. Biagio Conte!, mi ha risposto, e gongolava; loro sono stati amici, tanti anni fa, quando a Palermo il volontariato in favore dei senzatetto non era ancora strutturato, non c’erano gruppi e ronde e turni per consegnare i pasti. Quando Mohamed aveva ancora una casa, e anche Biagio Conte l’aveva. Sei stato contento di vederlo, Moha?, gli ho chiesto, Eh sì sì sì, mi ha risposto, perché lui dice sempre sì tre volte, ma non posso dirti cosa ci siamo detti, è un segreto. Io comunque non glielo avevo chiesto, eh.

Come sempre, ho cercato di convincere Mohamed ad andare a trascorrere la quarantena in un dormitorio, ché per ora stanno aperti tutto il giorno e non solo la notte e fanno anche servizio mensa. Ma non ha senso, mi ha risposto: non dovremmo stare tutti lontani? Qua ci sono solo io, e poi alberi e mare e gatti e qualche macchina lontana, là ci sono moltissime persone in poche stanze. L’altra volta è passata la polizia, mi hanno detto che devo stare a duecento metri dalla tenda, e per me va bene. Il cassonetto è a meno di duecento metri da qui, e il bar è chiuso, che ci vado a fare? Non pensi che sia più pericoloso, stare in un luogo chiuso e affollato? Effettivamente aveva ragione lui, e non ho saputo cosa ribattere.

Lo sai che stanno facendo tante iniziative per i poveri?, mi ha chiesto all’improvviso. Sì, gli ho risposto, ma tu che ne sai? Ma soprattutto, ti serve qualcosa? Vuoi che ti faccia mettere in lista per la spesa sospesa? Io mi informo, mi ha risposto, e non mi serve nulla: preferisco lasciare il posto a chi ne ha bisogno.

Ci siamo salutati, con affetto e con una punta di tristezza, ché chissà quando ci rivedremo. E a me manca, quell’iraniano malmostoso che ride e mi chiama disgraziata. Mi manca un bel po’.

Read More