Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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(P)ossessione.

Cos’è un’ossessione? Facendo una rapida ricerca, sfogliando un po’ di dizionari cartacei e dando un’occhiata sul web, appare evidente che l’ossessione sia una fissazione, nei confronti di qualcosa o di qualcuno, che varca la soglia della patologia quando porta con sé ansia e incapacità di sfuggire al pensiero persistente e invasivo, costante e assoluto, per l’oggetto della nostra attenzione. Si fa riferimento al disturbo ossessivo-compulsivo, a uno stato di disagio e prostrazione, al deterioramento dei rapporti sociali: il pensiero che si attorciglia, che di solito distingue l’uomo dal cane (ma non lo rende migliore), in questo caso diventa un viluppo di nodi impossibile da sciogliere, se non con un adeguato sostegno. Di fatto, essere vittima di un’ossessione patologica è un bel problema. Essere, invece, semplicemente monomaniacali può essere molto meno disagevole, sebbene rimanga parecchio noioso per chi ci circonda; se una persona, a cui non sono legata da particolare affetto o da anni di condivisione di tempo, esperienze e sentimenti, gorgheggia quotidianamente di sturalavandini, quanti minuti aspetterò prima di decidere di declinare il suo invito per un caffè? Ecco, tutto questo – come molti altri fenomeni, dal bullismo alla molestia verbale – è stato acuito dall’imperare dei social network, che ci portano a trascorrere intere ore della nostra giornata gomito a gomito con una pletora di semi-sconosciuti, che dovrebbero avere interessi e comportamenti simili ai nostri e la cui vicinanza dovrebbe essere uno stimolo alla nostra crescita, o semplicemente un piacevole passatempo. Recentemente, però, ho fatto caso che i tre quarti delle persone che scrivono sui social – e molto più quelle che scrivono compulsivamente, viaggiando al ritmo di un post al quarto d’ora, e questo meriterebbe un’analisi a parte – tendono a fissarsi su qualcosa e ripeterla ossessivamente, costantemente, senza avere la percezione della propria monotonia. Ma cosa si nasconde dietro questo mostrarsi costantemente di sbieco? Forse la paura di apparire persone a tutto tondo? Quando un poco-più-che-trentenne, appassionato lettore, sottolinea diverse volte al giorno il suo fastidio per uno scrittore mainstream e pubblicamente acclamato, non avendone neanche la percezione, perché lo fa? Ha forse timore di sembrare come gli altri? Vuole ribadire la sua assoluta unicità con questa affermazione? Pensa che i suoi gusti in fatto di letture lo rendano una persona migliore? Si sente così poco speciale da cercare un’unicità vicaria che lo renda diverso dal gregge? E quando una persona risponde a settantrè post diversi, in cui si parla di cultura religione cibo per cani coltivazione della canna da zucchero, seguendo esclusivamente la propria chiave di lettura, è una spia di un possibile problema o soltanto un enorme egocentrismo? Le persone che parlano solo di una cosa sono davvero appassionate solo di quella cosa, o pensano che solo quella meriti di essere condivisa con gli altri? Hanno forse vergogna dei proprio interessi, dei passatempi, di tutte le piccole manie e idiosincrasie e particolarità che fanno di ognuno di noi un essere umano unico? Molti anni fa, quando andavo all’università, notavo come i miei colleghi parlassero esclusivamente della nostra materia di studio: mai un riferimento a una canzone ascoltata in radio, a un film visto al cinema, al colore degli occhi del proprio fidanzato; una di loro arrivò a dirmi che la mia passione per la lettura era da scoraggiare, da trattare come una perdita di tempo: lei, ad esempio, anche prima di andare a dormire, leggeva solo libri che potessero esserle utili in vista degli esami. Il senso di noia che mi ha pervasa al sentire quelle parole è ancora vivo dentro di me.

Sto leggendo un libro bellissimo, uno di quelli che fanno battere il cuore a ogni parola: è La corsara di Sandra Petrignani, uno stupendo ritratto di Natalia Ginzburg, composto partendo dalla loro conoscenza personale e integrando l’analisi con la lettura di testi e con interviste ai figli e nipoti di Natalia. Non posso dire altro che questo: è davvero un delicato, dirompente capolavoro.

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