Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Prendersi cura.

Come va?, ho chiesto sabato scorso a Mohamed, quando l’ho visto; io sto bene, mi ha risposto, ma sono preoccupato per G. – cenno del braccio ad indicarlo – che sta parecchio male. G. è un senzatetto del compound di Mohamed: originario del Nord Italia, a occhio poco più che cinquantenne, solitamente silenzioso e sulle sue, algido e cortese, moderatamente antipatico. Vive su una panchina da quando la sua compagna è morta e lui è finito in mezzo a una strada; ha un trolley con dentro poche cose, dei jeans ormai troppo stretti, saluta formalmente e quando arriviamo rimane al suo posto sulla panchina e ci scruta da lontano; con Mohamed è sempre stato in rapporti freddini: Moha, caciarone e desideroso di contatto umano, e G., musone e rigido, hanno sempre condiviso i bidoncini d’acqua, i pasti caldi e le coperte, ma niente di più. Adesso però G. sta male, e Mohamed ha deciso che spetta a lui accudirlo.

Ho preparato un letto nuovo per G., ci ha detto subito Moha: non poteva stare sulla panchina, ha mal di schiena e ho paura che cada; ha approntato, quindi, un giaciglio comodo per lui: isolato dal terreno, impermeabile, comodo e confortevole. Ha deciso anche di gestire i suoi pasti: cibo sano, in piccole quantità ma spesso, tanta acqua, tanta frutta, niente vino. Controlla che prenda le medicine all’orario, che si copra adeguatamente, che non soffra il freddo. Ci ha chiesto di andare a fargli visita: in fila indiana, con viso compunto e voci sommesse, siamo andate a salutarlo, gli abbiamo detto di restare pure disteso, abbiamo ascoltato le sue lamentele, lo abbiamo abbracciato per incoraggiarlo. Mohamed ha supervisionato tutto, ci ha detto di non stancarlo, ci ha portate via dopo qualche minuto. E io sono rimasta straordinariamente colpita, e ho capito qual è la cosa che il nostro malmostoso amico iraniano sa fare meglio: curare, confortare, incoraggiare. Prendersi cura.

Mohamed, che dorme in una tenda in un’aiuola, che per chiamare la sua famiglia ha bisogno del mio telefono, che combatte la pioggia, le angherie e i cattivi pensieri; che mendica ogni briciola di attenzione, che per farsi una doccia usa un catino e la pompa dell’acqua dei giardinieri, che ha una piccola torcia a manovella per illuminare il metro quadrato intorno ai suoi piedi; che sfida ogni giorno il mondo, la fatica, la stanchezza e la paura, che dipende dagli altri per piccole cose che per chiunque sono scontate, che dorme di giorno perché la notte non si sente sicuro, è bravissimo a prendersi cura degli altri. Lo fa con me, quando mi chiede ansiosamente se sono troppo stanca, se sto lavorando ancora, se ho mangiato; lo fa con mia madre, per la quale sta cercando una cura scomodando i medici tradizionali persiani che conosce; lo fa con G., con Ste, con chiunque gli stia intorno. Lo fa con amore, con dolcezza, con il suo atteggiamento da vecchio saggio, senza giudicare, senza criticare, mandandoci ogni tanto tutti a quel paese. Lo fa, e quando lo fa non sembra più un sessantenne senzatetto con pochi denti e la barba non fatta. Quando lo fa, sembra un re.

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Un caffè per tre.

Foro_Italico_10Andare da Mohamed significa, la maggior parte delle volte, trascorrere il pomeriggio con tipi insoliti: quasi tutti sono senzatetto che sfruttano la sua benevolenza e le sue capacità organizzative per avere un posto dove dormire, acqua fresca o cibo o medicine, perché Mohamed è l’uomo dalle mille risorse, sa creare una cuccia per gatti con una coperta e due corde, una casa a tenuta di pioggia con un tubetto di silicone e qualche foglio di plastica trasparente, sa come trovare un dentista che ti tolga un molare di domenica pomeriggio o come prenotare una visita veterinaria per un gatto affetto da Fiv; ha una scorta di medicine e batterie e cibo per animali vari e riesce a procurarsi in mezza giornata qualsiasi cosa gli manchi, che sia un apriscatole o un francobollo o un passaggio in auto o una videochiamata in Canada.

Da Mohamed ci sono anche, solitamente, altri buffi personaggi che orbitano intorno al compound: sono suore, volontari, gente variamente affiliata ad associazioni caritatevoli, gattare e proprietari di bar e panifici. E poi c’è signorfranco. Signorfranco è il custode notturno di un cantiere che confina col lato sud del compound. Fa un lavoro noioso, pericoloso e solitario, ed è sempre in cerca di compagnia: e visto che anche Mohamed ama stare in compagnia, lui e signorfranco sono diventati amici. Signorfranco l’altra volta mi chiedeva di te, mi ha detto sabato scorso Mohamed: Diceva che se quando vieni lui non c’è, ti devo portare i suoi saluti; dice che sei simpatica e che si vede che sei una brava ragazza. Grazie, ho risposto: e quando signorfranco si è palesato gli ho offerto il caffè: e Ste, come sempre, ha attraversato il Foro Italico per andare al bar e prendere il famoso caffèlungo che Mohamed chiede ogni volta e che poi divide con due o tre persone – signorfranco, Mustafà, Adriano – e conserva per la colazione del giorno dopo. Dopo il caffè, Mohamed mi ha mostrato la splendida torcia nuova che gli è stata regalata dalla Croce Rossa: si ricarica tirando una leva e ha un bottone che la fa lampeggiare. La notte, nella tenda, Mohamed fa lampeggiare la torcia: è un segnale per signorfranco, che si precipita dal suo container per vedere se ha bisogno di qualcosa o se si sta solo annoiando e vuole raccontargli di quella volta che, nel 1983, è stato due settimane con gli amici a Pantelleria.

Signorfranco mi chiama signora, e io lo chiamo signorfranco, ma ci diamo del tu: me lo ha chiesto lui, scavalcando con un balzo le regole base del galateo; ma quando si sta seduti insieme su un bancale di legno, si divide un caffè, si beve da un tubo di gomma e ci si parla attraverso una rete metallica colpendosi ripetutamente le braccia perché è pieno di zanzare va bene così, è inutile formalizzarsi. E quindi io posso permettermi di dirgli Stai attento, stanotte, che gira gente strana, tieni gli occhi ben aperti, e lui può rispondermi Tranquilla, io sono sempre sul chi va là, e non preoccuparti che a Mohamed bado io, ogni mezz’ora lo passo a controllare e se c’è qualcuno vicino a lui gli chiedo chi è, e Ste può sorridere e Mohamed può chiosare Lasciatemi in pace, io sono un vagabondo, ho scelto di vivere così per non avere nessuno che mi rompe scatole, andate tutti a fare culo, e bon, pace.

Per ora sono triste, ansiosa e spaventata, e andare da Mohamed mi piace: perché ci si astrae per qualche ora da contesto, si cambia prospettiva, si chiacchiera e si ride e ci sono i gatti. Stai un po’ meglio, adesso?, mi ha chiesto Mohamed l’altra volta, mentre andavamo via: Sì, gli ho detto, e grazie per la compagnia, e forse in pochi lo ringraziano per la compagnia, e Mohamed era stupito e anche contento, penso.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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L’estate (è quasi finita).

I negozi ancora chiusi, ma che riapriranno a breve.

Gli amici che sono andati via, o che andranno via a breve, e la tristezza nel pensare che chissà quando ci rivedremo di nuovo.

Gli abbracci molto forti agli amici, quando stanno andando via.

Gli amici che non abbiamo visto, perché sono venuti a Palermo e non ci hanno avvertito, forse si sono scordati o forse non ne avevano voglia o forse chissacciu pensavano che avremmo dovuto sapere noi quando sarebbero venuti: ma comunque pace, va bene così.

Il ritorno in ufficio, la noia, il caldo, i ventilatori, le millemila email arretrate. Capo che mi saluta contento e mi abbraccia perché non ci vediamo da tre settimane e ha dimenticato quanto posso essere noiosa e assillante. Colleganuova che mi offre il suo aiuto e un po’ di chiacchiere e il primo caffè del rientro. Autricedelcuore che mi chiama il secondo giorno di lavoro dicendo che non mi ha chiamata il giorno prima perché non voleva stressarmi subito, e io le voglio bene anche per questo.

I baristi che ci accolgono festanti alla prima pausa-caffè del rientro, e ricordano ancora come vogliamo il caffè, che io lo voglio macchiato e colleganuova lo vuole con il latte di soja. Il barista che continua a fare la battuta “un macchiato con latte di sogliola” e ride molto. Io che continuo a ridere a questa battuta solo per fargli piacere, ma mi viene fuori un eh eh poco credibile.

L’ansia del rientro al lavoro.

La stanchezza del rientro al lavoro.

Assillare amicastorica con tredicimila vocali perché sono stanca e in ansia per il rientro al lavoro.

Ale che mi manda un messaggio per dirmi che mi pensa perché sa che sono in ansia per il rientro al lavoro.

Mohamed che mi chiama e si stupisce moltissimo che io sia al lavoro, e mi chiede come mai sono già rientrata, non era meglio se stavi ancora un poco in ferie?

Il posto per la macchina sotto casa che già non si trova più.

Il posto per la macchina sotto l’ufficio che si trova ancora, ma solo se arrivo presto.

Il tramonto alle otto di sera.

Andare via da Mohamed quando è buio.

Le previsioni che annunciano pioggia, e invece c’è molta afa e mi piacerebbe che piovesse, ma poi penso che Mohamed sta in mezzo alla strada e che se piovesse il suo letto si bagnerebbe e anche il cibo dei gatti e la radio e il caricabatterie e il tabacco si bagnerebbero e allora non voglio più che piova, e vorrei solo che ci fosse meno caldo.

Mettere ancora gli occhiali da sole per andare a lavoro, anche se non c’è più così tanta luce la mattina.

Il profumo dolcissimo estenuante dei gelsomini e delle pomelie.

La pizza di Peco’s mangiata ai tavolini di Peco’s sul marciapiede, ché loro non chiudono mai.

Dormire sotto il lenzuolo.

Il centro commerciale pieno il sabato pomeriggio.

Gli zainetti e i pacchi di quadernoni e le penne in esposizione al supermercato, dove fino a una settimana fa c’erano palette e secchielli e formine e fenicotteri gonfiabili. I solari e i doposole e gli antizanzare in sconto. Le seggioline da spiaggia esposte nell’ultimo corridoio in fondo, no signora c’è solo in questo colore, sono terminate.

La zucchina lunga che già qualche fruttivendolo non ha più.

Mancano 115 giorni al Natale.

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Due o tre cose che Mohamed mi ha insegnato.

A sostenere uno stralcio di conversazione in persiano; so salutare, chiedere come va (ma non rispondere se qualcuno lo chiede a me), mandare i saluti alla famiglia, dire di sì o di no, ringraziare: ma sono timida e la mia pronuncia, a detta di Mohamed, fa orrore, e quindi quando mi passa suo fratello mi limito a fare grandi sorrisi, dire salam e gridare Mohaaamed, parla tu con Amin, per favore.

A travasare il vino da un cartone da tre litri a una bottiglietta di plastica, al buio, mentre due gatti mi saltellano tra i piedi.

Una ricca infarinatura di storia: e non sono della Persia, ma anche dell’Europa prima della caduta del Muro di Berlino, dell’impero jugoslavo (il posto più bello che abbia mai visitato!), della guerra con l’Iraq, del comunismo, delle religioni, con particolare riferimento a quella zoroastriana (buoni pensieri, buone parole, buone azioni: potrebbe essere un buon principio, ma le religioni sono sempre l’oppio dei popoli, ricordalo).

A costruire una cuccia per gatti con due coperte, alcuni metri di corda sapientemente annodati, un pezzo di cartone e un po’ di creatività.

A gioire delle piccole cose: il pollo arrosto mangiato a pranzo, la gattina Shiva che non tossisce più, la temperatura che per fortuna è risalita, un amico che è passato a fare due chiacchiere, l’autobus che non ha tardato troppo, il rumore del mare, il riflesso del sole sulle onde che fa socchiudere gli occhi, un abbraccio forte.

A fare partire una videochiamata su Imo, sotto la pioggia battente, reggendo l’ombrello con una mano e il gomito di Mohamed con l’altra.

Il piacere di un buon caffè, preso al distributore automatico della pompa di benzina di via Crispi, in un pomeriggio freddo e ventoso: e il bicchierino tiepido che scalda le mani, e dividere la bevanda perché troppo caffè mi agita, poi mi viene la tachicardia e non dormo.

A fidarmi un po’ di più: dell’aiuto e del senso di responsabilità e dell’attenzione degli altri, dell’istinto dei cani, delle buone azioni, dei controllori degli autobus, del caso.

A comunicare con persone delle più varie nazionalità ed estrazione sociale: dalle signore radical chic che scambiano me e Ste per due volontarie di qualche associazione benefica ai giovani senzatetto del Ghana, dalle suore dell’istituto di Padre Messina ai pastori rumeni disfasici, dalle attiviste cariche di buone intenzioni ai parcheggiatori e venditori di panini e benzinai e stigghiolari palermitani.

Che un vestito rosso è un regalo bellissimo.

[Ecco, questa è una parte delle cose che ho imparato da Mohamed. Poi ci sono quelle che ancora non sono riuscita ad assimilare: ad esempio, a rialzarsi dopo un durissimo colpo. A ricordarsi sempre dei problemi degli amici, e a chiamare per chiedere come va, anche se piove molto e il telefono non prende e bisogna andare all’angolo della strada, nel punto più esposto alla buriana. A non vergognarsi nel chiedere aiuto. A ridere molto forte. A buttarsi a capofitto nelle cose, fosse anche dover girare l’intera città in autobus per consegnare un pezzo di carta inutile, ma la signora si è fidata di me e me lo ha prestato e quindi devo restituirlo. A sedare l’ansia altrui dicendo che è tutto a posto, anche se non è a posto proprio niente.

A fare complimenti col cuore. A fare qualcosa per gli altri, sempre, perché la mia etica vuole così. A ringraziare, sempre.
Vorrei che Mohamed fosse felice. Lo vorrei davvero].

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Due o tre cose che ho imparato (conoscendo Mohamed).

Da una manciata di mesi, nella mia vita – e anche in quella di Ste, che subisce senza lagnarsi tutte le mie manie e ossessioni – c’è Mohamed: un architetto sessantenne iraniano, senza casa (e adesso, dopo l’incendio di un mese e mezzo fa, anche senza camper) e con una spiccata predilezione per gli animali domestici, divertente e spiritoso e riconoscente, ma anche malmostoso e cocciuto e complicato, incostante e umorale, pronto a passare da una risata sgangherata alla commozione fino alle lacrime, dalla rabbia al disagio ai sorrisi al mutismo, da ma cosa ne sai tu di me a grazie, ti voglio bene nel giro di un quarto d’ora.

Da quando c’è Mohamed, molte cose nella mia vita sono cambiate; al filo sottile ma persistente di ansia che scorre da sempre sotto la mia pelle si è aggiunta una dose massiccia e intermittente di angoscia: perché Mohamed è vulnerabile come un cucciolo, dolce e pronto a credere a (quasi) tutto quel che gli viene detto, fiducioso nelle buone intenzioni altrui, ottimista e sorridente anche nelle disgrazie, e quindi portato a farsi condurre fuori strada da chiunque voglia turlupinarlo, o semplicemente parli senza cognizione di causa.

Da lui ho imparato molto: adesso ho una discreta conoscenza della storia dell’Iran, e anche un minimo bagaglio di parole in persiano (pronunciate pedestremente, ma non si può avere tutto); ho appreso qualche nozione sugli scacchi e gli integrali, sull’educazione dei cani e sui costumi della Jugoslavia all’epoca di Tito, sui viaggi in treno tra Asia ed Europa e su come gestire il dolore, la lontananza dalla famiglia, la paura e la solitudine. Ho imparato anche altro: ad esempio, che le persone si stancano facilmente, e che basta un mese e mezzo per passare dall’assiduità al fastidio, dalle mille chiamate al giorno al silenzio per settimane, dalla volontà di aiutare e proteggere e supportare Mohamed all’alzare le spalle dicendo se la caverà come ha sempre fatto. Ho imparato che, per quanto in pochi lo ammettano, quasi nessuno tratta un senzatetto come un uomo qualsiasi, come un amico o un conoscente dotato di casa: ma la maggior parte delle persone che si rapportano con lui si aspettano che un senzatetto debba essere per natura sereno e docile, riconoscente e disposto a farsi plasmare, che non abbia idiosincrasie e fastidi, passioni e desideri e sogni e la strenua volontà di realizzarli. Ho imparato che essere povero e indifeso significa che chiunque ti può criticare perché bevi, perché ti trascuri, perché mangi troppo o troppo poco, perché non ti radi con regolarità o indossi sempre gli stessi vestiti: anche se la persona che ti critica è obesa o fuma quaranta sigarette al giorno o si compiace di ubriacarsi ogni sera con gli amici. Ho imparato che avere a che fare con un senzatetto può essere molto faticoso, fisicamente ed emotivamente: perché la rabbia e la disperazione e il disagio di Mohamed mi restano attaccate addosso per giorni, quando lo vado a trovare, insieme a un profondo, insensato e lancinante senso di colpa: e mi sento sola e non capita e giudicata quando ne parlo, e quindi preferisco non farlo. Ho imparato che si può avere pochissimo, e quel poco volerlo dividere con gli altri: che sia una fetta di pizza a taglio, uno yogurt alla frutta, tre monete trovate in fondo a una tasca. Ho imparato che un abbraccio molto forte può aiutare, quando il tuo camper brucia e i cani non si trovano e tutto sembra perso: ma che servono, poi, per uscire dal caos, razionalità ed equilibrio, e capacità di non lasciarsi trascinare a fondo, e voglia di stare a fianco di chi soffre senza condizionarlo, senza avere l’ambizione di cambiare la sua vita.

Ho imparato che l’affetto non è mai scontato. Ho imparato che poche cose scaldano il cuore, in una notte ghiacciata e piovosa, come un sorriso sdentato e sghembo e imprevisto.

 

 

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Ansie.

Due settimane fa ero preoccupata per Mohamed: perché Piccolo stava male, perché l’inverno sembrava non finire mai, perché il freddo e il buio e la tristezza e i ricordi lo tormentavano, perché il pacco di dolciumi e verdure disidratate e borsette di stoffa mandato da suo fratello languiva nella cantina dei miei genitori, perché Mohamed non aveva tempo e voglia di smontare scatole e scatolette, porzionare i dolci, spiegarmi come cucinare gli ortaggi. Ero preoccupata per il vento, per i cani nelle loro cucce sotto la pioggia, per suor Elena che non voleva caricargli il telefonino, per la mancanza di ricezione della wind nella zona del camper. Ecco, adesso buona parte di questi crucci ha perso consistenza: perché, ormai da quasi due settimane, non esiste più il camper, né il compound in cui Mohamed viveva; non c’è più la cuccia di Nocciolino, non c’è la lampadina a led né la radiolina, non ci sono le sedie e nemmeno la coperta rossa regalata da Serena in un giorno di gran freddo. Non ci sono le ciabatte spaiate, e neanche il taccuino con i numeri di telefono di amici e parenti, e il rasoio elettrico che avevo ricaricato da poco, e le latte di cibo per cani, e lo specchietto di mia madre, e il berretto di pile che gli avevamo regalato per Natale: è bruciato tutto. Era un lunedì, Ste ed io stavamo tornando a casa con i sacchi della spesa, io agognavo un caffè e due biscotti, quando una mia vecchia conoscente, amica di Mohamed, mi ha chiamata. Mi ha detto solo il camper è in fiamme e lui non risponde al telefono, e io ero già fuori, in ascensore e poi in macchina accanto a mio padre, con le mani che tremavano e un senso di nausea profondo e la bocca secca e il cervello offuscato, ottuso. Ci ho messo più di mezz’ora ad arrivare, ché il camper stava all’altro capo della città: e per fortuna a un certo punto Mohamed ha risposto alle mie chiamate, e io non sapevo che dire e alla sua voce sconvolta e irriconoscibile ho detto solo sei tu?, sei vivo?, e lui mi ha risposto sì, almeno questo sì, sono vivo. Poi sono arrivata lì, ed è stata una serata orribile, tra l’odore acre dell’incendio e la preoccupazione per i gatti che non si trovavano, scappati chissà dove per la paura delle fiamme e delle sirene dei pompieri; c’era un freddo terribile, diluviava, e tutti i cani erano tornati ma Piccolo mancava all’appello, ed eravamo convinti che fosse morto, schiantato dalla paura e dalla fatica di scappare, e lo abbiamo trovato solo ore dopo, in mezzo a un mucchio di foglie secche, stanco e ansimante ma vivo. È stata una delle serate più faticose e tristi e angoscianti della mia vita: e gli occhi arrossati di Mohamed, le sue mani nere di fumo, le guance che iniziavano a mostrare i segni delle ustioni mi hanno sconvolta e avvilita e riempita di un’ansia che ha impiegato giorni a calare, lentamente come una marea.

Adesso, quasi due settimane dopo, i problemi pratici abbondano, Mohamed non ha più una casa, deve rimettere insieme i cocci della sua vita: e sta provando a farlo, con testardaggine e impegno e quella vena di folle ottimismo che lo contraddistinguono. E io, una volta di più, osservo da un punto di vista provilegiato la sua vita e cerco di capire come supportarlo senza assillarlo, come stargli accanto senza intralciarlo, come donargli affetto senza fargli credere di dovermi dare qualcosa in cambio. E non è facile, accidenti, non lo è affatto.

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Un interminabile inverno.

Devi scrivere tutto quello che ti dico, mi ha detto Mohamed un paio di settimane fa. Era parecchio imbronciato, quando lo ha bofonchiato tra i baffi: sentiva molto freddo – tocca le mie mani, sono gelate! – e indossare dei sandali spaiati non aiutava a migliorare il suo umore. Ma io lo faccio già, gli ho risposto, soprattutto per calmarlo, perché quando Mohamed diventa nervoso può essere poco piacevole: e comunque, in buona parte è vero, e se non lo è del tutto è perché molte delle frasi che pronuncia non ho bisogno di appuntarmele. Alcune me le ricordo perché le ripete spesso: per esempio, che il suo cane Stella aveva anche una sorella, che era bellissima e obbediente, ma qualcuno l’ha avvelenata; altre me le ricordo perché mi colpiscono: qualche domenica fa mi ha telefonato per scambiare due chiacchiere, e poi si è ricordato che di solito la domenica faccio compagnia a mia madre, e si è scusato e mi ha detto vai da lei, stai con lei, perché gli amici sono intorno, ma i genitori stanno accanto.

Non è di buon umore, spesso, Mohamed: perché la vita per strada è faticosa, le persone intorno a lui sono spesso subdole o minacciose, e poi l’inverno sembra non finire mai, piove spesso e le cucce dei cani si bagnano e lui ha un gran da fare per spostarle sotto gli alberi e cercare di asciugarle e spazzare via il fango dalla soglia del camper. Non è di buon umore, ma di solito la burrasca dura poco: basta una battuta a farlo sorridere, un ricordo a distrarlo; gli basta vedermi preoccupata per precipitarsi a rassicurarmi: i cani stanno bene, non c’è troppo freddo, non è buio come sembra, non ho affatto bisogno di una lampada a led, ci vedo benissimo. Si rabbuia se riceve un regalo, Mohamed: ma, dietro lo sguardo burbero e la mano che getta via con malagrazia il pacchetto, si vede un mezzo sorriso compiaciuto. Lo specchio che mi ha regalato tua madre si è rotto, mi ha comunicato l’altra volta: ma, prima che potessi dirgli che gliene portavo un altro, mi ha detto non c’è bisogno, ne è rimasto un bel pezzo, e lo tengo conservato, insieme al bigliettino in cui era avvolto, proprio qui, tra le cose a cui tengo di più.

Qualche giorno fa il suo cane, Piccolo, è stato parecchio male: ha diciotto anni, e li ha passati tutti per strada accanto al suo padrone; hanno diviso cibo e notti al freddo, e paura e sconforto e disagio e incertezza, ma anche momenti di allegria e serenità, soddisfazioni e gioie, e all’idea che Piccolo un giorno non sarà più con lui Mohamed si dispera, piange e alza la voce e scaglia via con rabbia il pacchetto del tabacco. Quando Piccolo ha avuto il malore, Mohamed non mi ha telefonato: perché sa che io con i cani mi confondo, che se stanno male mi spavento, che non sarei stata di nessun aiuto. Me lo ha detto il giorno dopo, a cose fatte, quando il quadrupede sdentato era ormai in clinica: e mi ha chiesto di accompagnarlo al momento della dimissione, ho già preparato una coperta, lo avvolgiamo e lo mettiamo in macchina, non darà fastidio. Io tentennavo, non volevo prendermi quella responsabilità, e se poi si sente male durante il trasporto?, e lui lo ha notato: ed è riuscito a convincere qualcun altro a riportargli Piccolo, senza allontanarsi dal camper né perdere il controllo della situazione. Ora il cane sta meglio, e Mohamed lo veglia e gli massaggia le zampe e lo fa passeggiare e mangiare e dormire a intervalli di tempo regolari, e sembra convinto che sia tutto a posto: e io, invece, so che Piccolo potrà vivere ancora qualche giorno, qualche settimana, ma temo non di più, e mi sento triste e impotente e terribilmente in ansia.

Quando andiamo da Mohamed, Ste è impegnata a preparargli “il tabacco”: perché a lui piace farsi le sigarette, ma ha difficoltà e dolori alle mani, allora gliele confeziona lei, e viene criticata e redarguita tutto il tempo perché le sigarette le vengono poco sottili, troppo vuote, con un filtro troppo corposo. Io, invece, armata di cellulare, mi imbarco in faticosi tentativi di videochiamate con i parenti in Iran: e quasi sempre ci riesco, e ascolto le conversazioni e imparo qualche parola in farsi. Adesso sono in grado di scambiare cinque o sei battute, anche se la mia pronuncia, a detta di Mohamed, è pessima. Mi allenerò di più.

Quando andiamo da Mohamed, sulla strada del ritorno sono parecchio sconfortata, e passo la sera a tormentare Ste con i miei rimorsi e a disperarmi e a immaginare avventurose soluzioni per migliorare la sua vita: tutte ovviamente insensate, futili, oziose. Vorrei solo che fosse felice, almeno un po’.

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Buon compleanno, Mohamed.

Dopo giorni di patemi e frenetiche consultazioni sul web, mentre Mohamed oscillava tra lo scetticismo pessimista e l’insensata fiducia nei miei mezzi tecnologici e mi assillava con dozzine di telefonate bofonchianti e recriminanti e piagnucolanti, la famiglia di Mohamed ed io abbiamo trovato un modo per comunicare; grazie ad app di messaggistica di cui sconoscevo l’esistenza siamo riusciti a mettere a punto un sistema che comprende brevi messaggi di testo nel mio stentato inglese per prendere un appuntamento e poi una raffica di videochiamate in cui Mohamed, ciabattando avanti e indietro sul marciapiede davanti al camper, strilla in farsi allo schermo del mio smartphone.

Più o meno una volta ogni dieci giorni Mohamed mi chiama al telefono, di solito di mattina; mi chiama al telefono anche se ci siamo visti il giorno prima, perché di queste cose preferisce non parlare di persona, chissà perché. Dopo qualche minuto di convenevoli, in cui di solito si preoccupa per la mia tosse, mi incita a non prendere freddo e a non lavorare troppo e cerca di instillarmi senso di colpa, Mohamed mi comunica che vorrebbe chiamare suo padre. Solitamente ci accordiamo per il giorno dopo, e io scrivo a suo fratello in Iran e a suo nipote in Canada e cerco di trovare una fascia oraria che vada bene per entrambi, in modo da sentire tutti contestualmente. Il giorno stabilito, arrivo da lui per tempo, con il powerbank carico e un paio di cuffiette che tento senza successo di convincerlo a indossare. Arrivo da lui, dunque, e Mohamed inizia a prendere tempo; vuole bere, e poi vuole farsi un tabacco, e deve dare da mangiare ai gatti o raccontarmi una cosa importantissima di quella volta in cui era in Iraq o forse in Turchia o aspetta, no, in Germania. Non vuole chiamare dal camper, ma fuori c’è vento e rumore, e nella mia macchina sta scomodo, e se si avvicina all’angolo della strada c’è poco campo, ma dall’altra parte c’è troppa gente. Alla fine, di solito, mi stanco e chiamo io: e appare il faccione ridanciano di suo fratello Amin, e io dico Salam che è una delle dieci parole che so dire in farsi e poi gli passo Mohamed, che all’inizio si lamenta perché non era pronto ma poi, appena prende in mano il telefono, subito urla e ride tantissimo. La videochiamata dura di solito molto: un’ora almeno, con sette-otto interruzioni per la linea che cade e l’audio troppo basso, e loro ovviamente parlano in farsi, ma Mohamed vuole che io stia lì, a dieci centimetri dalla sua faccia, perché ha paura che il telefono si blocchi e gli viene il panico all’idea. Per cui io guardo lo schermo, vedo suo fratello, sua nipote, sua cognata, suo padre, anziano e provato, e non capisco una parola: e Mohamed di solito si scorda del fatto che io non capisco una parola, e tra scroscianti risate mi dà di gomito e mi dice hai sentito che ha detto Farnaz?, e io per sentire ho sentito, ma non ho capito niente. O meglio, a volte qualcosa capisco: per esempio, l’altra volta ho capito che dicevano Maria non capisce il farsi, e io ho risposto che davvero non capivo, ma l’ho detto in italiano e loro non hanno capito me. Può essere parecchio frustrante, ma anche vagamente esilarante. Ste di solito si scoccia abbastanza presto e se ne va a comprare le sigarette.

È abbastanza bizzarro e stancante, chiamare la famiglia di Mohamed, e lui di solito dopo la telefonata è di cattivo umore perché suo padre parla troppo piano e lui non lo sente e gli sembra sempre che sia lì lì per trapassare e quando vede il suo viso smagrito gli si riempiono gli occhi di lacrime, e poi perché suo fratello gli ha comunicato qualche cattiva notizia, o semplicemente gli è venuta nostaglia di casa, di loro tutti insieme, seduti in fila sul divano, che scherzano e mangiano qualcosa di buono, ma tant’è: domani è il compleanno di Mohamed, e lui mi ha chiesto di chiamare casa. Così io sarò lì alle 17:30, con Ste e una torta al cioccolato e le candeline, e poi grideremo e sghignazzeremo con i suoi parenti e io cercherò di dirgli che suo padre mi sembra che stia ancora bene, come l’altra volta, e lui non sarà affatto convinto, ma.

Buon compleanno, Mohamed: spero che il prossimo anno ti porti moltissime risate, tanto affetto che ti scaldi il cuore, giorni sereni e notti piene di stelle, e il peso dolce e struggente dei tuoi animali addosso. Tante melanzane fritte, dolciumi e sigarette, e amici e chiacchiere e ricordi e qualcuno a cui raccontare le tue storie. E serenità, e sonni tranquilli, e caffè caldi al risveglio. Che ti porti un poco della felicità che meriti.

[Il compleanno di Mohamed è stato ieri. È andato tutto bene, ma.]

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