Sensi di colpa.

Anche se il lockdown è finito ormai da tempo e a Palermo la fase 3 ha coinciso con un generico e indistinto liberi tutti in cui le mascherine sono ormai un lontano ricordo e le persone hanno ricominciato a chiamarsi Cumpa’, darsi amichevoli pacche sulle spalle e finte strizzate ai testicoli e salutarsi schioccando sonori baci sulle guance, Ste ed io continuiamo a mantenere il nostro consueto basso profilo: di fatto, spacciandola per comportamento difensivo anti-Covid, facciamo la stessa vita di sempre, alternando qualche passeggiata in luoghi aperti con sacchetto del pranzo al seguito a frenetiche serate sul divano guardando serie tv con Anastasia e commentando i post del Signor Distruggere sulla chat cazzeggio&supporto morale.

Tra le attività che per noi sono ancora sospese – mangiare un gelato fuori, prendere il caffè al bar, usare l’ascensore – ci sono le visite agli amici: per questo, non vediamo Mohamed da febbraio. Nell’ultimo periodo, complice anche un guasto al suo telefono, ci siamo sentiti poco: lo chiamavo parecchie volte al giorno e scattava sempre la segreteria, e io provavo un misto di ansia, frustrazione e vago, colpevole sollievo, perché temevo il momento in cui avremmo parlato. Mohamed, infatti, è un esperto instillatore di sensi di colpa, e con me ha gioco facilissimo: io sono portata all’intenerimento immotivato, alla tristezza senza fondo e al sentirmi sempre responsabile dei problemi altrui. Paventavo una lunghissima telefonata – Mohamed non concepisce chiacchierate che durino meno di mezz’ora – all’insegna della lamentela per la nostra prolungata e ingiustificata assenza dal compound. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi ha risposto: e come sempre ha gridato Pronto, pronto, ma chi parla?!, e visto che sente poco, anche se non vuole ammetterlo, e urla molto, sovrastava la mia voce con la sua e non riusciva a capire chi fossi. Poi, finalmente, l’illuminazione: Disgraziata!, mi ha strepitato nelle orecchie, Ma dove eri finita? Come stai, che fai?, ma rideva molto e ho capito che non era arrabbiato. Come sta la mamma?, mi ha chiesto immediatamente: e io gli ho spiegato che sta bene, ma che come sempre sono molto preoccupata per lei, perché è immunodepressa, e c’è ancora il virus in giro, e la gente non si comporta con scrupolo, e sono terribilmente in ansia: e Aiutami, Moha, sono in crisi, che devo fare? E lui, che è solitamente malmostoso e pessimista ma che ha un’enorme capacità di empatia, Non preoccuparti, mi ha detto, Vedrai che si sistema tutto. Poi mi ha raccontato dei due gattini nuovi, di Biagio Conte che fa lo sciopero della fame, di una manciata di comuni amici, con dovizia di pettegolezzi. Aspetta!, ha strillato a metà di una frase, C’è il furgone del cibo: forza, mettetevi tutti in fila, e ho capito che stava parlando con gli altri ragazzi che dormono sulle panchine intorno a lui, e Tu richiamami tra mezz’ora, devo dirti una cosa importante, ha sibilato, e questa volta parlava con me. L’ho richiamato, e abbiamo parlato ancora a lungo: di Iran, della sua famiglia, di mascherine e guanti e Covid, di vino e di panini con le melanzane fritte, di tabacco e di mal di denti, ma della cosa importante che doveva dirmi non c’è stata traccia.

Quando ormai stavamo chiacchierando da moltissimo tempo ed era ora, per me, di preparare la cena, e per lui di accendere la torcia a manovella ed entrare nella tenda, Devo andare, Moha, gli ho detto; E noi quando ci vediamo?, mi ha subito interrotta: ma poi Quando te la sentirai, non preoccuparti, tanto io ti aspetto, ha concluso. E io non ho saputo più cosa rispondere.

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A distanza.

Sono quasi tre mesi che non vedo Mohamed. Le restrizioni per il Covid ci hanno allontanati, e il mio atteggiamento ansioso rende complicato il passaggio a una possibile futura fase 3 che comprenda la mia presenza al compound: temo che ci vorranno ancora parecchie settimane prima di riuscire a sentirmi nuovamente a mio agio in un posto in cui le più semplici regole igieniche sono interpretate creativamente, e in cui l’ultima volta in cui qualcuno si è lavato le mani col sapone era ancora presidente Pertini. Con tutta la buona volontà di cui è dotato, Mohamed si sforza di mantenere la sua tenda in ordine, di dividere accuratamente i sacchetti del cibo per i gatti da quelli del pane per i piccioni, di lavare i vestiti alla fontana e stenderli sulla recinzione di metallo che delimita l’aiuola, di mettere le coperte al sole: purtroppo, però, la sua routine di quotidiana non prevede la doccia, o un accurato lavaggio dei capelli, e quindi.

Per sopperire alla distanza, Mohamed ed io parliamo al telefono: o meglio, io grido, lui non sente, io urlo, lui biascica, io mi sgolo, lui posa il suo vecchio nokia per terra per dare la pappa ai gatti, abbandonandomi a strepitare Moha Moha, ma dove sei finito?, rispondi! con tono sempre più agitato. La conversazione è sempre faticosa, interminabile e tortuosa: ogni telefonata dura almeno mezz’ora, e si alternano lagnanze, Non ti fai vedere mai, ormai se ti incontro per strada non ti riconosco!, grandi risate, considerazioni generali sulla vita, sul rapporto con i genitori, Devi prenderti cura di loro!, con la religione, con le istituzioni, e poi succosi pettegolezzi su tutti i senzatetto della città e su tutti gli operatori di gruppi di assistenza ai senzatetto della provincia: peccato che io non conosca quasi nessuno di loro. Mohamed mi istruisce sulla corretta alimentazione, Devi mangiare la frutta, altrimenti i dolori non ti passano!, mi spiega come il Covid sia in realtà tutta una bieca manovra del capitalismo ai danni dei proletari, Anche se, hai visto, non colpisce le persone di colore, chissà come mai?, mi comunica che lui comunque sta benissimo, perché ha gli speciali anticorpi tipici dei persiani. Ma quindi in Iran non è arrivato, il Covid?, gli chiedo: e lì si rabbuia e mi spiega che sì, è arrivato, e un sacco di gente sta male, e infatti vorrebbe proprio sentire suo padre. A quel punto raggiungiamo il solito impasse: io gli spiego che i suoi familiari sono preoccupati per lui, lo chiamano ogni giorno ma non riescono a parlargli, il suo telefono non funziona; lui mi risponde che non può chiamarli, non ha soldi, dovrebbe fare la ricarica, è troppo lontano, si stanca, non se la sente di arrivare a piedi fino alla stazione, ormai c’è troppo caldo, non può camminare al sole: E quindi, vedi?, devi venirmi a trovare prima possibile, così facciamo una videochiamata dal tuo smartphone prima che sia troppo tardi. E in quel momento, sempre, inevitabilmente, mi sento uno schifo.

Con la mia proverbiale ansia, cerco sempre di sincerarmi che Mohamed abbia tutto quello che può servirgli: e quindi cibo, gel disinfettante per le mani, batterie per la torcia, tabacco, cartine, accendino e mascherine. Me ne hanno portate alcune, mi ha detto l’altra volta: tranquilla, le mascherine ce le ho. Ma le usi, Moha?, gli ho chiesto. No, no, poi si sporcano, mi ha risposto: però le ho conservate bene. E dove, di grazia?, gli ho chiesto trepidante. In un sacchetto di plastica nella cuccia dei gattini, mi ha comunicato trionfante.

E tant’è.

Per fortuna che ci sono i gatti a vigilare sulle mascherine.

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Al telefono (col rumore del mare in sottofondo).

Come succede in media un paio di volte a settimana da quando la quarantena ci ha costrette ad annullare le visite settimanali alla tenda, qualche giorno fa Mohamed mi ha chiamata. Quando ho visto il suo nome sul telefonino e ho risposto ho sentito, come sempre, un rumore forte di vento, di risacca e di fronde, e poi la sua voce perplessa che diceva Pronto?, e poi tramestio, il telefonino che di sicuro era caduto a terra, fracasso, parolacce biascicate in due o tre lingue diverse, colpi come di mani a spolverare i pantaloni e poi di nuovo Pronto?, e io intanto gridavo Moha, sono io, Moha!, e finalmente mi è arrivata la sua voce che diceva Ehiii, Stelluccia, come stai?

Lui sta bene, mi ha detto. Si annoia, soffre la solitudine, nessuno lo va a trovare, ma sta bene. Nessuno ti viene a trovare?, gli ho chiesto, E chi ti porta da mangiare, e il tabacco?, e già ero nel panico e pensavo a come fargli avere le cartine, il caffè, le batterie per la radio, il patè di fegato per Shab, e poi mi avevano detto che i volontari della Croce Rossa venivano ogni sera, e anche quelli della Comunità di Sant’Egidio, ché loro hanno un permesso e possono girare, Moha, ma non sono venuti, eh? Aspetta che li chiamo. Non preoccuparti, mi ha subito arginata, ho tutto, vengono regolarmente, ho scorte di cibo per me e per i gatti, ma non è come vedere gli amici; invece, sai, la gatta più grande ha fatto sei cuccioli, ma io non li ho visti. Come fai a sapere che sono sei, se non li hai visti?, gli ho chiesto, ma lui non mi ha saputo rispondere, o forse non ha voluto farlo, e ha nicchiato. Sono preoccupato, mi ha spiegato, c’è ancora troppo freddo, le cucciolate di primavera avrebbero bisogno di sole e calore, e poi la gatta ha nascosto i cuccioli in un anfratto vicino agli scogli che secondo me non è adatto, e se fosse troppo umido? Ma no, ho cercato di rassicurarlo, la gatta sa il fatto suo, in fondo fa tremila cucciolate l’anno, è la decana della zona! Ci ha pensato su e poi È vero, mi ha detto, e poi mica sono figli miei, e ha riso molto, e anche io ho riso. Mohamed ride sempre moltissimo.

Sai chi mi è venuto a trovare?, mi ha chiesto a un certo punto. No, chi?, gli ho detto, anche se un’idea ce l’avevo. Biagio Conte!, mi ha risposto, e gongolava; loro sono stati amici, tanti anni fa, quando a Palermo il volontariato in favore dei senzatetto non era ancora strutturato, non c’erano gruppi e ronde e turni per consegnare i pasti. Quando Mohamed aveva ancora una casa, e anche Biagio Conte l’aveva. Sei stato contento di vederlo, Moha?, gli ho chiesto, Eh sì sì sì, mi ha risposto, perché lui dice sempre sì tre volte, ma non posso dirti cosa ci siamo detti, è un segreto. Io comunque non glielo avevo chiesto, eh.

Come sempre, ho cercato di convincere Mohamed ad andare a trascorrere la quarantena in un dormitorio, ché per ora stanno aperti tutto il giorno e non solo la notte e fanno anche servizio mensa. Ma non ha senso, mi ha risposto: non dovremmo stare tutti lontani? Qua ci sono solo io, e poi alberi e mare e gatti e qualche macchina lontana, là ci sono moltissime persone in poche stanze. L’altra volta è passata la polizia, mi hanno detto che devo stare a duecento metri dalla tenda, e per me va bene. Il cassonetto è a meno di duecento metri da qui, e il bar è chiuso, che ci vado a fare? Non pensi che sia più pericoloso, stare in un luogo chiuso e affollato? Effettivamente aveva ragione lui, e non ho saputo cosa ribattere.

Lo sai che stanno facendo tante iniziative per i poveri?, mi ha chiesto all’improvviso. Sì, gli ho risposto, ma tu che ne sai? Ma soprattutto, ti serve qualcosa? Vuoi che ti faccia mettere in lista per la spesa sospesa? Io mi informo, mi ha risposto, e non mi serve nulla: preferisco lasciare il posto a chi ne ha bisogno.

Ci siamo salutati, con affetto e con una punta di tristezza, ché chissà quando ci rivedremo. E a me manca, quell’iraniano malmostoso che ride e mi chiama disgraziata. Mi manca un bel po’.

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La vita del vagabondo.

Dopo qualche giorno di silenzio, in cui ho seguito Mohamed da lontano, attraverso i messaggini di una persona della Comunità di Sant’Egidio che lo vede e sente spesso, oggi l’iraniano malmostoso mi ha chiamata un numero allarmante di volte. Il telefonino non funziona!, mi ha urlato in un orecchio in tono drammatico appena gli ho risposto: e ci sono voluti parecchi minuti perché riuscissi a convincerlo che, se in quel momento stavamo parlando, era perché invece il telefonino funzionava regolarmente. Allora funziona, ma solo se ti chiamo io, non posso ricevere!, mi ha comunicato sempre più agitato e per nulla persuaso delle condizioni del suo vecchio e derelitto alcatel. Abbiamo quindi fatto una prova: interrotto la comunicazione, ristabilita su mia chiamata. Mi ha risposto trafelato, al primo squillo, strepitando Lo vedi che non va?!, e anche questa volta ci sono volute calma e lucidità per convincerlo che non c’era proprio nulla che non andasse. L’argomento telefonia è stato dibattuto a lungo: sono state analizzate n+1 variabili che dimostrassero che il cellulare era guasto, da Non prende quando sono nella tenda a Non prende quando ci sono i gatti accanto a me, per finire con un trionfale Prende solo se parlo con te. Accantonati i telefoni, la chiamata ha raggiunto l’assetto abituale: io ho fatto l’ansiosa e subissato Mohamed di raccomandazioni, dal non fare avvicinare le persone a meno di due metri – Ma tanto qui non viene nessuno! – al lavarsi le mani spessissimo – E va bene, lo senti? Sono alla fontanella! – al non condividere con altri sigarette, bicchieri o bottiglie – Ma questo non lo faccio mai, non sai mai chi hai accanto in strada, sono tutti drogati e malati! Non si beve dal bicchiere degli altri! – all’aspergersi con copiosa amuchina – Tranquilla, me l’hanno portata quelli della Croce rossa, ho scorta per me e per i gatti!, No, Moha, i gatti no! Non mettere Shabe nell’amuchina, le fa male!

E come sta tua madre?, mi ha chiesto a un certo punto: perché lui sa che mia madre è immunodepressa, e che finché non passerà l’epidemia non ci vedremo, e che sono atterrita e non chiudo occhio da due settimane per questo. Come sta, eh?, mi ha ripetuto, e io gli ho detto Tutto bene, Moha, ma è in isolamento a casa, e lui mi ha detto E tuo padre?, e io ho detto Anche lui, e Mohamed ci ha pensato su qualche minuto e mi ha detto Devi prenderti cura dei tuoi genitori, loro ti hanno cresciuto, e io gli ho risposto che sto facendo del mio meglio per farlo, e mi sono sentita molto triste e impotente e sola e sull’orlo del panico, come ormai sono sempre da parecchi giorni.

Poi, quando ero sul punto di mettermi a piangere, si è sentita una voce che farfugliava, e poi Mohamed che gridava e diceva No no vattene subito!, e io mi sono ovviamente spaventata e gli ho chiesto che stesse succedendo: e lui mi ha detto che il ragazzo che guarda le macchine nella piazzetta, che di solito gli chiede soldi, gli ha portato un euro e dieci. Ma dai, che gentile!, ho commentato con gli occhi a cuoricino. Gentile?! Domani me li chiederà di nuovo!, ha esclamato Mohamed con tono burbero. E perché?, gli ho domandato. È la vita del vagabondo, questa, Stelluccia, mi ha risposto. Non potrai capire mai, ma ti voglio bene lo stesso e, almeno per telefono, ti mando un abbraccio e un bacio.

(Poi, insensatamente, due ore dopo mi ha chiamata di nuovo per dire che il telefono non funzionava, ma questi sono dettagli).

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Call me!

Stelluccia, hai sentito di questo nuovo virus?, mi ha chiesto ieri Mohamed al telefono: perché lui vive in un universo parallelo in cui i cani parlano e siamo tutti spiati da sconosciuti che si spacciano per passanti con la borsa della spesa ma sono in realtà subdoli appartenenti ad oscuri servizi segreti stranieri che vogliono metterci sotto controllo i telefoni, ma riesce anche ad essere attento e preciso e aderente alla realtà, per cui sa sempre se il Palermo ha vinto, se il sindaco è andato all’inaugurazione del nuovo parcogiochi a Bonagia, se la Sharapova si è ritirata dallo sport professionistico o se c’è una nuova epidemia che sta gettando mezza Italia nel panico. Allora, hai sentito di questo nuovo virus?, mi ha chiesto, senza sapere di stare toccando un nervo scoperto. Certo, che l’ho sentito, Moha!, ho gridato – non solo per isteria, ma anche perché è piuttosto sordo; l’ho sentito, e sono anche piuttosto preoccupata, ho confessato.

Puoi stare tranquilla, mi ha rassicurata lui, che è bravissimo quando si tratta di prendersi cura di qualcuno, e appena vede un momento di debolezza entra immediatamente in modalità da accudimento. Non aver paura, mi ha detto: basta che non abbracci o baci nessuno, e soprattutto che non ti fai toccare i capelli. I capelli?, gli ho chiesto, pensando di non aver sentito bene, perché come sempre il vento, i camion di passaggio, la sigaretta tra le labbra, al telefono con Mohamed non si capisce mai molto; i capelli?, ho ripetuto: e lui mi ha confermato che sì, si riferiva proprio ai capelli; e io li tengo sempre legati, i capelli, e non me li tocca mai nessuno, anzi, quasi nessuno li vede, e ci sono persone che conosco da anni che non sanno neanche quanto sono lunghi, e davvero non capisco da dove gli sia venuta in mente questa bizzarra strategia di profilassi, ma tant’è: mi atterrò al metodo scientifico made in Iran di Moha. Giù le mani dai miei capelli, please.

Abbiamo cambiato argomento e, dopo molti minuti di chiacchiere, in cui abbiamo parlato di gatti, di cellulari malfunzionanti, del tipo che ha un furgone di panini e che staziona vicino alla tenda, dello stigghiolaro all’angolo e del colore del mare all’alba, ho comunicato a Mohamed che per ora ci vedremo meno: e lui ha brontolato moltissimo, si è lagnato del mio lavoro, ha provato a blandirmi, a dirmi che doveva farmi vedere misteriosissime cose di cui non poteva parlare al telefono, a spaventarmi dicendo che non gli bastano i soldi per le pile della torcia, e se non me le porti resto al buio; poi gli ho spiegato che non posso andarci perché mia madre è molto immunodepressa, e io sono più nevrotica del solito, e di andare in un posto dove nessuno si lava le mani dal 1998 per ora non me la sento. Lui ha capito e si è ritirato in buon ordine, augurandomi ogni bene per tutta la famiglia. Abbiamo iniziato quindi la lenta procedura di congedo, quella in cui io di solito gli dico che ora devo davvero andare e lui invece vuole raccontarmi per forza del viaggio in Pakistan che ha fatto nel 1973 con tre amici e suo fratello minore. Questa volta sono stata io a prendere tempo; sono preoccupata per te, Moha, gli ho detto: perché tu non hai la possibilità di lavarti assiduamente le mani, e poi accanto alla tenda passano sempre persone sconosciute e poco raccomandabili che frugano tra le tue cose, e c’è freddo e umidità e la prossima settimana piove, e quindi attenzione, ti raccomando, l’amunchina, il sapone, oddio ti servirebbe anche uno shampo, hai del disinfettante? E poi non parlare con nessuno, non baciare nessuno, non stare vicino a nessuno, gli ho detto sempre più angosciata, mentre lui cercava di sovrastrami dicendo che no, non abbraccerà né bacerà nessuno, tanto lui vuole stare solo con i suoi gatti e gli altri farebbero meglio a girare al largo. Soprattutto, gli ho detto per concludere, non abbracciare per nessun motivo Consuelo: che è una nostra amica, molto affettuosa e assidua e protettiva, che in settimana dovrebbe andarlo a trovare; non abbracciarla, eh!, gli ho detto: guarda che lei ha avuto da poco la febbre. Ma che c’entra, lei ha avuto la febbre, ma non per il virus: l’ha avuta perché è vecchia!, mi ha comunicato lui con fare trionfale, e ha messo giù il telefono.

Io ho preferito far finta di niente, ho detto ciao ciao e stop: ma spero che non gli venga in mente di dire questa frase a Consuelo (che, per la cronaca, è anche più giovane di lui).

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Se non ti cerco io.

Disgraziata, se non ti cerco io!, mi ha gridato oggi al telefono Mohamed: e rideva forte e, ne sono sicura, si dava pacche sulle gambe, perché lui, quando è contento, ride e si dà pacche sulle gambe e poi finge di dare un pugno sul braccio alla persona alla sua destra, e spesso la colpisce con più veemenza del necessario e le fa anche male.

Stelluccia, se non ti cerco io!, ha urlato, ed era contento, oggi, Mohamed: perché finalmente ha di nuovo un telefono, anche se è un vecchissimo modello azzurro a conchiglia, di quelli con i tasti grossi e lo schermo piccolo in cui non si possono tenere in memoria più di dieci o quindici messaggini, ma tanto a lui non importa perché i messaggi non li sa mandare, anche se ho cercato di insegnarglielo molte volte. Era contento, Mohamed, e mi ha raccontato che suo fratello gli ha telefonato dall’Iran e sono stati a parlare per più di due ore, Ma non posso dirti quello che ci siamo detti, sono cose nostre.

Se non ti cerco io!, mi ha ripetuto, e ha ragione: perché per ora lavoro molto e mi sento sempre stanca e ho poco tempo, e quindi non ci vediamo da un po’; ma Mohamed, che ha capito che il senso di colpa con me non fa il suo dovere e mi rende invece astiosa e scostante, invece di rinfacciarmi assenze e disattenzioni mi ha telefonato per fare due chiacchiere e raccontarmi che domani gli daranno il passaporto nuovo, e Che me ne farò di tutti questi documenti?, ha biascicato, perché sicuramente aveva la sigaretta tra le labbra; Che ci devo fare, eh, col passaporto? Mica voglio partire, diceva, ed era incredulo per lo spreco, ma anche un po’ compiaciuto, perché a lui un tempo piaceva molto viaggiare, e adesso gli piace molto raccontare i suoi viaggi, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, la Germania dove non capiva nulla di quello che gli dicevano, e la Jugoslavia con le colline e i paesini, e il Mar Caspio e l’Adriatico e poi il Tirreno, lui ama il mare.

Se non ti cercassi io chissà se ti ricorderesti di me, ha detto Mohamed: perché lui parla un italiano bizzarro in cui non ci sono gli articoli determinativi e le preposizioni articolate ma ci sono il periodo ipotetico e la consecutio temporum. Dovresti portarmi una nuova rubrica telefonica, mi ha detto qualche giorno fa: e oggi me lo ha ribadito, Perché quella che mi avevi regalato non ce l’ho più da quando mi hanno saccheggiato la tenda, ha concluso: e io ho riso e gli ho detto che non sentivo parlare di saccheggi da quando non leggevo dei Lanzichenecchi sul sussidiario di scuola.

Se non ti cerco io, ha detto Mohamed con tono pensoso, ma poi ha sorriso nel suo modo sghembo e Sono felice che l’altra volta mi hai portato la mamma, è stato un onore per me, ha confessato: e mia madre, che era seduta accanto a me in macchina, ha sentito e ha gridato Anche io sono stata felice di vederti, Mo, e lui gridava che accidenti se era felice lui, e mia madre ripeteva che era più felice lei, e in questo loop di felicità gridate attraverso le mie orecchie ho pensato che avremmo potuto rimanere incastrati per sempre.

Devo andare, Moha, ma vengo presto a trovarti, ho concluso: e lui mi ha detto Che bello, grazie, ho proprio voglia di vederti, e anche io, in quel momento, sono stata felice.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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Incomprensioni, ovvero quando sei arrabbiata con un amico.

Sono un po’ arrabbiata con Mohamed. Alcune settimane fa abbiamo avuto una brutta discussione e mi sono infuriata e, ecco, ce l’ho con lui; meglio, ce l’avevo con lui, perché è passato del tempo e io solitamente mi offendo e rimango delusa e ferita facilmente, ma altrettanto facilmente decido di passarci sopra: non di dimenticare, ma di stornare la rabbia e andare avanti, fosse solo per metterla in serbo per la prossima volta che mi sentirò offesa con quella persona e aggiungerò la rabbia vecchia a quella del momento, così, per buon peso.

Non è stato facile, in queste settimane, essere infuriata con lui: perché farsi negare al telefono e rifiutare le chiamate e non andare a far visita a un amico è già di per sé pesante, ma lo diventa ancora di più se quell’amico è solo, triste e in una situazione di costante pericolo e disagio. Entrano in gioco un sacco di sentimenti, in una situazione come questa; ci sono grandi dosi di senso di colpa, perché io ho una famiglia amorevole e amici che mi supportano e tre lavori stancanti ma divertenti, e una casa e una macchina e molti libri e uno zerbino su cui pulirmi le scarpe, un divano dove sdraiarmi a guardare la tv, un albero di Natale pieno di luci e palline e un tavolino su cui poggiare i piedi e un plaid in cui avvolgermi, e lui ha solo una tenda sbilenca piena di cianfrusaglie e cibo per cani e uova sode e coperte bagnate di pioggia; ci sono ansia e preoccupazioni, perché è quasi inverno, e quindi il vento, la grandine, la tenda che vola, le scarpe piene di fango, che farà Mohamed in questo momento? Si starà riparando dalle raffiche ghiacciate dietro il muro del convento? O starà vagando sotto gli alberi senza giubbotto alla ricerca di Sciagurato? C’è il bisogno di rassicurarlo, stai tranquillo Moha, andrà tutto bene, e anche di rassicurarmi: perché quando sento la voce di Mohamed, arrochita dall’influenza e dai colpi di tosse e dalle sigarette, almeno so che è vivo, che nessuno gli ha fatto del male, che la bronchite non lo ha lasciato stecchito nella tenda, e anche se sono perfettamente cosciente che le cattive notizie volano e che se gli succedesse qualcosa lo saprei immediatamente, quando penso a lui c’è in me sempre un filo di preoccupazione che corre sottotraccia, come se in qualsiasi momento la sua vita fosse in pericolo.

Sono meno arrabbiata, ecco: e quando oggi Mohamed mi ha chiamata l’ho richiamato quasi subito, anche se avevo appena finito di mangiare e dovevo ancora lavorare e poi uscire ed ero già in ritardo e. Aveva una voce terribile, Mohamed, tossicchiava e biascicava e Non preoccuparti, mi ha detto, penso di avere la febbre alta ma ce la farò anche stavolta. Ti ho chiamata per rassicurarti, ha continuato: volevo che sapessi che sto quasi bene, oggi, e io ho pensato Matri santa, chissà come stava ieri, allora, ma non gliel’ho detto. Gli ho fatto una serie di proposte secondo me ragionevoli – passare qualche notte al dormitorio, prendere dell’aspirina, coprirsi bene – che sono state scartate a priori. Abbiamo chiacchierato per qualche minuto e gli ho promesso che a breve saremmo andati a trovarlo: e lui mi ha detto Ti voglio bene, e io non gli ho risposto ma ho pensato che a questo malmostoso, scostante, presuntuoso e invadente iraniano anche io, nonostante tutto, voglio bene.

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In sei in una tenda (si sta benissimo?)

Mentre ero in ufficio mi ha chiamata Mohamed. Come sta quella picciridda?, mi ha gridato in un orecchio – perché lui al telefono pensa sempre che non senta bene e quindi grida e dice Mi senti? ogni poche battute. Io all’inizio non capivo: da lui c’era rumore di vento e di camion che passavano veloci e da me ticchettio di tasti al pc e capo che chiamava, sono uscita in balcone e c’era freddo, sono rientrata per prendere il giubbotto, le telefonate con Mohamed non durano mai poco. Che hai detto prima, Moha?, gli ho chiesto, e lui Dimmi della picciridda, e ho capito che intendeva Ste che ha avuto un piccolo intervento e ha ancora i punti. Sta bene, gli ho spiegato: e mentre gli raccontavo in dettaglio quello che aveva detto il medico mi ha interrotta: Non mi interessa di quello che dicono gli altri, lei che dice, come si sente, pensa che sia andato tutto bene?, perché Mohamed non crede ai medici e pensa che ognuno di noi, ascoltando il proprio organismo, sappia autoregolarsi e curarsi in maniera autonoma. Dopo molti minuti di rassicurazioni – perché Ste sta benissimo, non ha fastidi o dolori o altro, ma Moha mi ha chiesto coscienziosamente se avesse qualcuno di questi sintomi, sanguinamenti o perdita della memoria o convulsioni o crescita di peli verdi sul palmo delle mani – abbiamo parlato del freddo: perché io sono molto angosciata dall’imminente inverno, e allora il gelo, la pioggia, la tenda, il vento, come si fa, che ansia. Giorni fa mio padre aveva portato a Mohamed un completo da pioggia: e Non avresti dovuto farlo venire qui, mi sono mortificato, mi ha detto. E di cosa, scusa?, gli ho chiesto. Sei stata di sicuro tu a costringerlo, poverino, fargli fare tutta quella strada, è vecchio, non è giusto. Avete la stessa età, Moha, gli ho ricordato, e poi è stata idea sua, io neanche sapevo che lo stesse comprando: ed è vero, è stato mio padre a comprare quel completo, lo ha visto esposto dal ferramenta mentre portava Nando a fare pipì e lo ha comprato e mi ha telefonato per dirmi Sai che cosa ho comprato?, e sentivo mia madre in sottofondo che diceva Sai cosa ha comprato papà?, e io stavo dormendo e ho risposto Cosa hai comprato?, ma sottovoce per non svegliare Ste che ancora dormiva, e loro non sentivano e Nando faceva bau bau, è stato un risveglio complicato. L’ho raccontato a Mohamed, e lui ha risposto Va bene, non fa niente: tanto io e tuo padre siamo comunisti, e tra compagni ci si aiuta. Poi gli ho chiesto del cane, quella bestiella gialla col muso nero e le zampotte tozze che ha adottato; Come sta Felipe, Moha?, che ho detto, e lui mi ha risposto Sta bene ma è una peste, quindi gli ho cambiato nome: tu lo puoi chiamare come vuoi, ma lui si chiama Sciagurato; dormiamo insieme, nella tenda siamo in sei: i quattro gatti, io e Sciagurato, stiamo al caldo e si sta benissimo.

Dopo alcuni minuti, mentre io parlavo sporta dal balcone, col busto inclinato oltre la balaustra e un piede a tenere aperta l’anta della finestra che è difettosa e rischiavo di rimanere chiusa fuori e lui strepitava per richiamare indietro Felipe, abbiamo chiuso la conversazione: e io mi sono accorta che stavo sorridendo, perché con Moha non si può non sorridere, il suo mix di cura per gli altri, buon umore, insensato ottimismo e sana follia è un antidepressivo naturale.

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