Due o tre cose che Mohamed mi ha insegnato.

A sostenere uno stralcio di conversazione in persiano; so salutare, chiedere come va (ma non rispondere se qualcuno lo chiede a me), mandare i saluti alla famiglia, dire di sì o di no, ringraziare: ma sono timida e la mia pronuncia, a detta di Mohamed, fa orrore, e quindi quando mi passa suo fratello mi limito a fare grandi sorrisi, dire salam e gridare Mohaaamed, parla tu con Amin, per favore.

A travasare il vino da un cartone da tre litri a una bottiglietta di plastica, al buio, mentre due gatti mi saltellano tra i piedi.

Una ricca infarinatura di storia: e non sono della Persia, ma anche dell’Europa prima della caduta del Muro di Berlino, dell’impero jugoslavo (il posto più bello che abbia mai visitato!), della guerra con l’Iraq, del comunismo, delle religioni, con particolare riferimento a quella zoroastriana (buoni pensieri, buone parole, buone azioni: potrebbe essere un buon principio, ma le religioni sono sempre l’oppio dei popoli, ricordalo).

A costruire una cuccia per gatti con due coperte, alcuni metri di corda sapientemente annodati, un pezzo di cartone e un po’ di creatività.

A gioire delle piccole cose: il pollo arrosto mangiato a pranzo, la gattina Shiva che non tossisce più, la temperatura che per fortuna è risalita, un amico che è passato a fare due chiacchiere, l’autobus che non ha tardato troppo, il rumore del mare, il riflesso del sole sulle onde che fa socchiudere gli occhi, un abbraccio forte.

A fare partire una videochiamata su Imo, sotto la pioggia battente, reggendo l’ombrello con una mano e il gomito di Mohamed con l’altra.

Il piacere di un buon caffè, preso al distributore automatico della pompa di benzina di via Crispi, in un pomeriggio freddo e ventoso: e il bicchierino tiepido che scalda le mani, e dividere la bevanda perché troppo caffè mi agita, poi mi viene la tachicardia e non dormo.

A fidarmi un po’ di più: dell’aiuto e del senso di responsabilità e dell’attenzione degli altri, dell’istinto dei cani, delle buone azioni, dei controllori degli autobus, del caso.

A comunicare con persone delle più varie nazionalità ed estrazione sociale: dalle signore radical chic che scambiano me e Ste per due volontarie di qualche associazione benefica ai giovani senzatetto del Ghana, dalle suore dell’istituto di Padre Messina ai pastori rumeni disfasici, dalle attiviste cariche di buone intenzioni ai parcheggiatori e venditori di panini e benzinai e stigghiolari palermitani.

Che un vestito rosso è un regalo bellissimo.

[Ecco, questa è una parte delle cose che ho imparato da Mohamed. Poi ci sono quelle che ancora non sono riuscita ad assimilare: ad esempio, a rialzarsi dopo un durissimo colpo. A ricordarsi sempre dei problemi degli amici, e a chiamare per chiedere come va, anche se piove molto e il telefono non prende e bisogna andare all’angolo della strada, nel punto più esposto alla buriana. A non vergognarsi nel chiedere aiuto. A ridere molto forte. A buttarsi a capofitto nelle cose, fosse anche dover girare l’intera città in autobus per consegnare un pezzo di carta inutile, ma la signora si è fidata di me e me lo ha prestato e quindi devo restituirlo. A sedare l’ansia altrui dicendo che è tutto a posto, anche se non è a posto proprio niente.

A fare complimenti col cuore. A fare qualcosa per gli altri, sempre, perché la mia etica vuole così. A ringraziare, sempre.
Vorrei che Mohamed fosse felice. Lo vorrei davvero].

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Due o tre cose che ho imparato (conoscendo Mohamed).

Da una manciata di mesi, nella mia vita – e anche in quella di Ste, che subisce senza lagnarsi tutte le mie manie e ossessioni – c’è Mohamed: un architetto sessantenne iraniano, senza casa (e adesso, dopo l’incendio di un mese e mezzo fa, anche senza camper) e con una spiccata predilezione per gli animali domestici, divertente e spiritoso e riconoscente, ma anche malmostoso e cocciuto e complicato, incostante e umorale, pronto a passare da una risata sgangherata alla commozione fino alle lacrime, dalla rabbia al disagio ai sorrisi al mutismo, da ma cosa ne sai tu di me a grazie, ti voglio bene nel giro di un quarto d’ora.

Da quando c’è Mohamed, molte cose nella mia vita sono cambiate; al filo sottile ma persistente di ansia che scorre da sempre sotto la mia pelle si è aggiunta una dose massiccia e intermittente di angoscia: perché Mohamed è vulnerabile come un cucciolo, dolce e pronto a credere a (quasi) tutto quel che gli viene detto, fiducioso nelle buone intenzioni altrui, ottimista e sorridente anche nelle disgrazie, e quindi portato a farsi condurre fuori strada da chiunque voglia turlupinarlo, o semplicemente parli senza cognizione di causa.

Da lui ho imparato molto: adesso ho una discreta conoscenza della storia dell’Iran, e anche un minimo bagaglio di parole in persiano (pronunciate pedestremente, ma non si può avere tutto); ho appreso qualche nozione sugli scacchi e gli integrali, sull’educazione dei cani e sui costumi della Jugoslavia all’epoca di Tito, sui viaggi in treno tra Asia ed Europa e su come gestire il dolore, la lontananza dalla famiglia, la paura e la solitudine. Ho imparato anche altro: ad esempio, che le persone si stancano facilmente, e che basta un mese e mezzo per passare dall’assiduità al fastidio, dalle mille chiamate al giorno al silenzio per settimane, dalla volontà di aiutare e proteggere e supportare Mohamed all’alzare le spalle dicendo se la caverà come ha sempre fatto. Ho imparato che, per quanto in pochi lo ammettano, quasi nessuno tratta un senzatetto come un uomo qualsiasi, come un amico o un conoscente dotato di casa: ma la maggior parte delle persone che si rapportano con lui si aspettano che un senzatetto debba essere per natura sereno e docile, riconoscente e disposto a farsi plasmare, che non abbia idiosincrasie e fastidi, passioni e desideri e sogni e la strenua volontà di realizzarli. Ho imparato che essere povero e indifeso significa che chiunque ti può criticare perché bevi, perché ti trascuri, perché mangi troppo o troppo poco, perché non ti radi con regolarità o indossi sempre gli stessi vestiti: anche se la persona che ti critica è obesa o fuma quaranta sigarette al giorno o si compiace di ubriacarsi ogni sera con gli amici. Ho imparato che avere a che fare con un senzatetto può essere molto faticoso, fisicamente ed emotivamente: perché la rabbia e la disperazione e il disagio di Mohamed mi restano attaccate addosso per giorni, quando lo vado a trovare, insieme a un profondo, insensato e lancinante senso di colpa: e mi sento sola e non capita e giudicata quando ne parlo, e quindi preferisco non farlo. Ho imparato che si può avere pochissimo, e quel poco volerlo dividere con gli altri: che sia una fetta di pizza a taglio, uno yogurt alla frutta, tre monete trovate in fondo a una tasca. Ho imparato che un abbraccio molto forte può aiutare, quando il tuo camper brucia e i cani non si trovano e tutto sembra perso: ma che servono, poi, per uscire dal caos, razionalità ed equilibrio, e capacità di non lasciarsi trascinare a fondo, e voglia di stare a fianco di chi soffre senza condizionarlo, senza avere l’ambizione di cambiare la sua vita.

Ho imparato che l’affetto non è mai scontato. Ho imparato che poche cose scaldano il cuore, in una notte ghiacciata e piovosa, come un sorriso sdentato e sghembo e imprevisto.

 

 

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Ansie.

Due settimane fa ero preoccupata per Mohamed: perché Piccolo stava male, perché l’inverno sembrava non finire mai, perché il freddo e il buio e la tristezza e i ricordi lo tormentavano, perché il pacco di dolciumi e verdure disidratate e borsette di stoffa mandato da suo fratello languiva nella cantina dei miei genitori, perché Mohamed non aveva tempo e voglia di smontare scatole e scatolette, porzionare i dolci, spiegarmi come cucinare gli ortaggi. Ero preoccupata per il vento, per i cani nelle loro cucce sotto la pioggia, per suor Elena che non voleva caricargli il telefonino, per la mancanza di ricezione della wind nella zona del camper. Ecco, adesso buona parte di questi crucci ha perso consistenza: perché, ormai da quasi due settimane, non esiste più il camper, né il compound in cui Mohamed viveva; non c’è più la cuccia di Nocciolino, non c’è la lampadina a led né la radiolina, non ci sono le sedie e nemmeno la coperta rossa regalata da Serena in un giorno di gran freddo. Non ci sono le ciabatte spaiate, e neanche il taccuino con i numeri di telefono di amici e parenti, e il rasoio elettrico che avevo ricaricato da poco, e le latte di cibo per cani, e lo specchietto di mia madre, e il berretto di pile che gli avevamo regalato per Natale: è bruciato tutto. Era un lunedì, Ste ed io stavamo tornando a casa con i sacchi della spesa, io agognavo un caffè e due biscotti, quando una mia vecchia conoscente, amica di Mohamed, mi ha chiamata. Mi ha detto solo il camper è in fiamme e lui non risponde al telefono, e io ero già fuori, in ascensore e poi in macchina accanto a mio padre, con le mani che tremavano e un senso di nausea profondo e la bocca secca e il cervello offuscato, ottuso. Ci ho messo più di mezz’ora ad arrivare, ché il camper stava all’altro capo della città: e per fortuna a un certo punto Mohamed ha risposto alle mie chiamate, e io non sapevo che dire e alla sua voce sconvolta e irriconoscibile ho detto solo sei tu?, sei vivo?, e lui mi ha risposto sì, almeno questo sì, sono vivo. Poi sono arrivata lì, ed è stata una serata orribile, tra l’odore acre dell’incendio e la preoccupazione per i gatti che non si trovavano, scappati chissà dove per la paura delle fiamme e delle sirene dei pompieri; c’era un freddo terribile, diluviava, e tutti i cani erano tornati ma Piccolo mancava all’appello, ed eravamo convinti che fosse morto, schiantato dalla paura e dalla fatica di scappare, e lo abbiamo trovato solo ore dopo, in mezzo a un mucchio di foglie secche, stanco e ansimante ma vivo. È stata una delle serate più faticose e tristi e angoscianti della mia vita: e gli occhi arrossati di Mohamed, le sue mani nere di fumo, le guance che iniziavano a mostrare i segni delle ustioni mi hanno sconvolta e avvilita e riempita di un’ansia che ha impiegato giorni a calare, lentamente come una marea.

Adesso, quasi due settimane dopo, i problemi pratici abbondano, Mohamed non ha più una casa, deve rimettere insieme i cocci della sua vita: e sta provando a farlo, con testardaggine e impegno e quella vena di folle ottimismo che lo contraddistinguono. E io, una volta di più, osservo da un punto di vista provilegiato la sua vita e cerco di capire come supportarlo senza assillarlo, come stargli accanto senza intralciarlo, come donargli affetto senza fargli credere di dovermi dare qualcosa in cambio. E non è facile, accidenti, non lo è affatto.

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Un interminabile inverno.

Devi scrivere tutto quello che ti dico, mi ha detto Mohamed un paio di settimane fa. Era parecchio imbronciato, quando lo ha bofonchiato tra i baffi: sentiva molto freddo – tocca le mie mani, sono gelate! – e indossare dei sandali spaiati non aiutava a migliorare il suo umore. Ma io lo faccio già, gli ho risposto, soprattutto per calmarlo, perché quando Mohamed diventa nervoso può essere poco piacevole: e comunque, in buona parte è vero, e se non lo è del tutto è perché molte delle frasi che pronuncia non ho bisogno di appuntarmele. Alcune me le ricordo perché le ripete spesso: per esempio, che il suo cane Stella aveva anche una sorella, che era bellissima e obbediente, ma qualcuno l’ha avvelenata; altre me le ricordo perché mi colpiscono: qualche domenica fa mi ha telefonato per scambiare due chiacchiere, e poi si è ricordato che di solito la domenica faccio compagnia a mia madre, e si è scusato e mi ha detto vai da lei, stai con lei, perché gli amici sono intorno, ma i genitori stanno accanto.

Non è di buon umore, spesso, Mohamed: perché la vita per strada è faticosa, le persone intorno a lui sono spesso subdole o minacciose, e poi l’inverno sembra non finire mai, piove spesso e le cucce dei cani si bagnano e lui ha un gran da fare per spostarle sotto gli alberi e cercare di asciugarle e spazzare via il fango dalla soglia del camper. Non è di buon umore, ma di solito la burrasca dura poco: basta una battuta a farlo sorridere, un ricordo a distrarlo; gli basta vedermi preoccupata per precipitarsi a rassicurarmi: i cani stanno bene, non c’è troppo freddo, non è buio come sembra, non ho affatto bisogno di una lampada a led, ci vedo benissimo. Si rabbuia se riceve un regalo, Mohamed: ma, dietro lo sguardo burbero e la mano che getta via con malagrazia il pacchetto, si vede un mezzo sorriso compiaciuto. Lo specchio che mi ha regalato tua madre si è rotto, mi ha comunicato l’altra volta: ma, prima che potessi dirgli che gliene portavo un altro, mi ha detto non c’è bisogno, ne è rimasto un bel pezzo, e lo tengo conservato, insieme al bigliettino in cui era avvolto, proprio qui, tra le cose a cui tengo di più.

Qualche giorno fa il suo cane, Piccolo, è stato parecchio male: ha diciotto anni, e li ha passati tutti per strada accanto al suo padrone; hanno diviso cibo e notti al freddo, e paura e sconforto e disagio e incertezza, ma anche momenti di allegria e serenità, soddisfazioni e gioie, e all’idea che Piccolo un giorno non sarà più con lui Mohamed si dispera, piange e alza la voce e scaglia via con rabbia il pacchetto del tabacco. Quando Piccolo ha avuto il malore, Mohamed non mi ha telefonato: perché sa che io con i cani mi confondo, che se stanno male mi spavento, che non sarei stata di nessun aiuto. Me lo ha detto il giorno dopo, a cose fatte, quando il quadrupede sdentato era ormai in clinica: e mi ha chiesto di accompagnarlo al momento della dimissione, ho già preparato una coperta, lo avvolgiamo e lo mettiamo in macchina, non darà fastidio. Io tentennavo, non volevo prendermi quella responsabilità, e se poi si sente male durante il trasporto?, e lui lo ha notato: ed è riuscito a convincere qualcun altro a riportargli Piccolo, senza allontanarsi dal camper né perdere il controllo della situazione. Ora il cane sta meglio, e Mohamed lo veglia e gli massaggia le zampe e lo fa passeggiare e mangiare e dormire a intervalli di tempo regolari, e sembra convinto che sia tutto a posto: e io, invece, so che Piccolo potrà vivere ancora qualche giorno, qualche settimana, ma temo non di più, e mi sento triste e impotente e terribilmente in ansia.

Quando andiamo da Mohamed, Ste è impegnata a preparargli “il tabacco”: perché a lui piace farsi le sigarette, ma ha difficoltà e dolori alle mani, allora gliele confeziona lei, e viene criticata e redarguita tutto il tempo perché le sigarette le vengono poco sottili, troppo vuote, con un filtro troppo corposo. Io, invece, armata di cellulare, mi imbarco in faticosi tentativi di videochiamate con i parenti in Iran: e quasi sempre ci riesco, e ascolto le conversazioni e imparo qualche parola in farsi. Adesso sono in grado di scambiare cinque o sei battute, anche se la mia pronuncia, a detta di Mohamed, è pessima. Mi allenerò di più.

Quando andiamo da Mohamed, sulla strada del ritorno sono parecchio sconfortata, e passo la sera a tormentare Ste con i miei rimorsi e a disperarmi e a immaginare avventurose soluzioni per migliorare la sua vita: tutte ovviamente insensate, futili, oziose. Vorrei solo che fosse felice, almeno un po’.

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Buon compleanno, Mohamed.

Dopo giorni di patemi e frenetiche consultazioni sul web, mentre Mohamed oscillava tra lo scetticismo pessimista e l’insensata fiducia nei miei mezzi tecnologici e mi assillava con dozzine di telefonate bofonchianti e recriminanti e piagnucolanti, la famiglia di Mohamed ed io abbiamo trovato un modo per comunicare; grazie ad app di messaggistica di cui sconoscevo l’esistenza siamo riusciti a mettere a punto un sistema che comprende brevi messaggi di testo nel mio stentato inglese per prendere un appuntamento e poi una raffica di videochiamate in cui Mohamed, ciabattando avanti e indietro sul marciapiede davanti al camper, strilla in farsi allo schermo del mio smartphone.

Più o meno una volta ogni dieci giorni Mohamed mi chiama al telefono, di solito di mattina; mi chiama al telefono anche se ci siamo visti il giorno prima, perché di queste cose preferisce non parlare di persona, chissà perché. Dopo qualche minuto di convenevoli, in cui di solito si preoccupa per la mia tosse, mi incita a non prendere freddo e a non lavorare troppo e cerca di instillarmi senso di colpa, Mohamed mi comunica che vorrebbe chiamare suo padre. Solitamente ci accordiamo per il giorno dopo, e io scrivo a suo fratello in Iran e a suo nipote in Canada e cerco di trovare una fascia oraria che vada bene per entrambi, in modo da sentire tutti contestualmente. Il giorno stabilito, arrivo da lui per tempo, con il powerbank carico e un paio di cuffiette che tento senza successo di convincerlo a indossare. Arrivo da lui, dunque, e Mohamed inizia a prendere tempo; vuole bere, e poi vuole farsi un tabacco, e deve dare da mangiare ai gatti o raccontarmi una cosa importantissima di quella volta in cui era in Iraq o forse in Turchia o aspetta, no, in Germania. Non vuole chiamare dal camper, ma fuori c’è vento e rumore, e nella mia macchina sta scomodo, e se si avvicina all’angolo della strada c’è poco campo, ma dall’altra parte c’è troppa gente. Alla fine, di solito, mi stanco e chiamo io: e appare il faccione ridanciano di suo fratello Amin, e io dico Salam che è una delle dieci parole che so dire in farsi e poi gli passo Mohamed, che all’inizio si lamenta perché non era pronto ma poi, appena prende in mano il telefono, subito urla e ride tantissimo. La videochiamata dura di solito molto: un’ora almeno, con sette-otto interruzioni per la linea che cade e l’audio troppo basso, e loro ovviamente parlano in farsi, ma Mohamed vuole che io stia lì, a dieci centimetri dalla sua faccia, perché ha paura che il telefono si blocchi e gli viene il panico all’idea. Per cui io guardo lo schermo, vedo suo fratello, sua nipote, sua cognata, suo padre, anziano e provato, e non capisco una parola: e Mohamed di solito si scorda del fatto che io non capisco una parola, e tra scroscianti risate mi dà di gomito e mi dice hai sentito che ha detto Farnaz?, e io per sentire ho sentito, ma non ho capito niente. O meglio, a volte qualcosa capisco: per esempio, l’altra volta ho capito che dicevano Maria non capisce il farsi, e io ho risposto che davvero non capivo, ma l’ho detto in italiano e loro non hanno capito me. Può essere parecchio frustrante, ma anche vagamente esilarante. Ste di solito si scoccia abbastanza presto e se ne va a comprare le sigarette.

È abbastanza bizzarro e stancante, chiamare la famiglia di Mohamed, e lui di solito dopo la telefonata è di cattivo umore perché suo padre parla troppo piano e lui non lo sente e gli sembra sempre che sia lì lì per trapassare e quando vede il suo viso smagrito gli si riempiono gli occhi di lacrime, e poi perché suo fratello gli ha comunicato qualche cattiva notizia, o semplicemente gli è venuta nostaglia di casa, di loro tutti insieme, seduti in fila sul divano, che scherzano e mangiano qualcosa di buono, ma tant’è: domani è il compleanno di Mohamed, e lui mi ha chiesto di chiamare casa. Così io sarò lì alle 17:30, con Ste e una torta al cioccolato e le candeline, e poi grideremo e sghignazzeremo con i suoi parenti e io cercherò di dirgli che suo padre mi sembra che stia ancora bene, come l’altra volta, e lui non sarà affatto convinto, ma.

Buon compleanno, Mohamed: spero che il prossimo anno ti porti moltissime risate, tanto affetto che ti scaldi il cuore, giorni sereni e notti piene di stelle, e il peso dolce e struggente dei tuoi animali addosso. Tante melanzane fritte, dolciumi e sigarette, e amici e chiacchiere e ricordi e qualcuno a cui raccontare le tue storie. E serenità, e sonni tranquilli, e caffè caldi al risveglio. Che ti porti un poco della felicità che meriti.

[Il compleanno di Mohamed è stato ieri. È andato tutto bene, ma.]

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Una (video)chiamata allunga la vita?

Il padre di Mohamed non sta bene: è anziano e poco in forma, e il fratello, al telefono, gli ha detto di tenersi pronto al peggio e di non spegnere il cellulare neanche di notte, in questo periodo. E Mohamed, che non chiede mai niente, che non accetta favori o regali e che voleva che mi riportassi indietro il maglione di lana che mio padre aveva messo in serbo per lui, per la prima volta mi ha domandato aiuto; mi fai fare una videochiamata dal tuo smartphone?, mi ha detto. Non paghi nulla, la facciamo con internet, ci ha tenuto a specificare: e mi ha spiegato con tono di mortificata urgenza che vorrebbe vedere suo padre per l’ultima volta, e io mi sono stupita che conoscesse le videochiamate e la possibilità di farle tramite web, dato che lui non ha un pc o uno smartphone o una connessione internet e ha sempre precisato che sono cose che non gli interessano, che non gli piacciono e che vede lontanissime da sé. Mi sono stupita, dunque, ma gli ho detto di sì, ovviamente: e poi, altrettanto ovviamente, sono andata subito in panico, perché non so come fare una videochiamata a un anziano iraniano, non ho il suo numero e non ho idea di cosa si usi lì, nel cuore della Persia, come app di messaggistica; avranno Whatsapp? O Skype? Possiamo anche registrarla, questa telefonata?, mi ha chiesto Mohamed: e io, ancora più perplessa e confusa, gli ho detto che credevo di no, ma potevamo provarci. Poi sono tornata a casa, e ho fatto una delle cose che mi vengono meglio: ho chiesto aiuto a chi ne capisce più di me. Ho lanciato l’allarme su Facebook, e tra messaggi privati e commenti e consultazioni e uno sguardo all’app store siamo riusciti a capire come muoverci. Sono bastate un paio d’ore per scaricare una nuova app di messaggistica che sembra sia abbastanza diffusa in Iran: abbiamo fatto una lunga videochiamata di prova, io e Ste’ e Massi&Ale, che vivono lontano da qui ma sono vicini come se abitassero due traverse più in là, e sembra che funzioni. Abbiamo anche trovato, a quanto pare, un modo per registrare audio e video: ma su questo devo ancora smanettare un po’. Poi Mohamed chiamerà suo fratello e prenderemo un appuntamento per la videochiamata: probabilmente se ne parlerà lunedì pomeriggio, e a Palermo sembra che diluvierà, e non posso entrare nel camper di Mohamed e stare lassù per qualche quarto d’ora, quindi penso che ci metteremo nella mia macchina, o forse lui starà in macchina e io da qualche altra parte, perché è un momento intimo e privato e, anche se non capisco il farsi, non voglio origliare la sua telefonata.

Sai, non vedo mio padre dal 1993, mi ha detto Mohamed la scorsa settimana. Io vivevo a Bagheria, allora, e i miei genitori sono stati da me per tre mesi; avevo il lavoro, la casa e la macchina, mi ha raccontato, sottintendendo: non ero come ora, non sono sempre stato così, a dormire per strada con tre cani e tre gatti, su una sdraio scomoda e traballante, con i polsi ancora steccati e il dolore a una spalla e la testa che a volte va per i fatti suoi; e io mi sono chiesta (e per giorni, poi, ho continuato a chiedermelo) come abbia fatto la sua vita a deragliare così, e come mai nessuno, delle tante persone che gli stavano accanto, amici e conoscenti e compagni di viaggio, abbia provato ad aiutarlo a riprendere il controllo. Mi ha parlato a lungo, Mohamed, di quelle settimane in Sicilia, di sua madre che non riusciva ad abituarsi alla lontananza dagli altri figli e nipoti, a suo padre intimidito e a disagio; mi ha raccontato di passeggiate al Foro Italico, di caffè al bar, di sua madre che gli preparava la colazione, di una cucina con le piastrelle pulite, di piatti da lavare, di quanto a lui piacesse cucinare. Si è messo a piangere. Spero davvero che la videochiamata funzioni.

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Un posto nel cuore.

Mohamed ama la compagnia: la compagnia di persone che mi capiscono, dice. E quando lo dice mi sorride e io sono contenta di far parte di quel gruppo. Mohamed ama anche, nell’ordine, il vino rosso, bagnarsi i piedi in mare ogni mattina, le risate, la musica degli anni Settanta, i cani. Non ama, invece, la gente ipocrita, chi dà troppi consigli, la birra, i cibi grassi, i libri. Gli piacciono le battute di spirito, ascoltare la radio, dormire sotto le stelle; non gli piacciono i camion, la città, chi crede di non aver altro da imparare nella vita.

Mohamed mangia poco; gli piacciono la frutta e l’insalata, ma quando gli ho portato le pesche non le ha apprezzate. Mohamed odia ricevere regali: non accetta soldi né sacchetti di spesa; anche per il caffè storce il naso: io non lo voglio, risponde, ne ho già bevuti troppi. Perché non lo bevi tu? Quando porto il caffè a Mohamed, finisce che poi me lo bevo io, e magari la notte non dormo. O forse quando vado da Mohamed non dormo per altri motivi, e il caffè non c’entra.

Se gli serve qualcosa, Mohamed non la chiede: perché non voglio pesare, dice, e allora faccio da me. Ha le braccia ingessate da due mesi, ma ha imparato comunque a farsi le sigarette da solo, e va a prendere l’acqua per i cani alla fontana senza farsi aiutare a portare i bidoni, e non ha lasciato che gli tagliassi le unghie: ma in questo caso, forse, aveva solo paura che potessi fargli male.

Mohamed ha scritto un libro, ha fondato un’associazione, ha girato per mezza Europa; ha vissuto nell’est, quando il muro di Berlino era ancora al suo posto: ma in Polonia no, ci tiene a dirlo. Parlava otto lingue, un tempo, Mohamed: ma poi ha scoperto che si confondeva e ha deciso di dimenticarle, e ora parla solo italiano e siciliano e persiano: ma, da quando è morto Ife, il persiano lo parla solo per telefono con i suoi fratelli.

La madre di Mohamed è morta lo scorso inverno, e lui quando ne parla piange un po’; piange anche quando si ricorda di quel sogno che aveva e che non ha potuto realizzare: e io allora mi intristisco moltissimo, e cerco di farlo sorridere senza riuscirci, ma poi lui sorride da solo pensando a quell’altro sogno che sa che porterà a compimento, perché lui è cocciuto e quando decide di fare una cosa la fa.

Mohamed ha tre cani, ma Piccolo è il suo preferito; Piccolo è grosso e giallo, ha sedici anni e pochi denti e cammina con le zampe posteriori larghe e rigide. Piccolo non sente e vede solo da un occhio e a volte mi ringhia, anche se gli porto le barrette e le altre cose buone. Piccolo è il capobranco e mangia sempre prima degli altri, e Stella, che è giovane e grossa e nera, gli sta seduta accanto e gli lecca il muso. Sabato scorso una macchina lo ha investito e io mi sono terrorizzata ma per fortuna non si è fatto niente, ma Mohamed si è seduto sulla sua sdraio con una mano sul petto e gli occhi chiusi e per mezz’ora non si è mosso più. Ti sei spaventato molto?, gli ho chiesto. Sì, mi ha detto lui: perché Piccolo è un grande amico, siamo cresciuti insieme e senza di lui non saprei come fare, e io so che Piccolo non ha molta strada davanti e che purtroppo non starà con Mohamed ancora a lungo e mi dispiace moltissimo per lui.

Mohamed è un vero gentiluomo d’altri tempi: se vede mia madre le offre la sua sedia e anche se non la capisce non le dice niente. A me offre sempre qualcosa da mangiare: e ieri che aveva degli yogurt buonissimi e io cercavo di convincerli a mangiarli voleva per forza che me li portassi a casa.

A Mohamed piace parlare dell’Iran, dei suoi viaggi e delle persone che ha conosciuto e delle esperienze che ha fatto, e di quella volta che l’Italia aveva vinto la partita contro la Nigeria ai mondiali e lui si è addormentato al sole e si è scottato le gambe; a me piace ascoltare e fare domande, e quindi con Mohamed mi diverto molto e imparo sempre qualcosa. Spesso gli chiedo se sa una cosa (cosa è quell’edificio lì, quanto dura il servizio militare in Iran, come si chiamava il suo cane di quando era bambino) e lui sa sempre la risposta. A me piacciono le persone che si fanno domande e sanno trovare le risposte.

Mohamed abita molto lontano da me, dal lato opposto della città; io cerco di andarlo a trovare più spesso possibile, ma non è facile; quando vado lì, anche se sono stata con lui per due ore, Mohamed non vuole mai che vada via, insiste e cerca di confondermi con cose da fare improrogabilmente per non farmi andare. Poi ci abbracciamo molto forte e lui spesso mi dice che mi vuole bene, e quando me ne vado sono triste e vedo la sua figura in piedi che fa ciao con il braccio ingessato e mi viene da piangere.

Io vorrei che Mohamed fosse felice e al sicuro, e che tutti i suoi sogni si avverassero.

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Buoni propositi.

Quando Ife è morto, ho giurato a me stessa che non mi sarei più affezionata a un senzatetto; ero stanca di preoccuparmi per la sua incolumità, di pregare che i ragazzotti violenti e ipodotati girassero al largo, di leggere il giornale la mattina temendo di incrociare un trafiletto che lo riguardava; di scrutare il cielo ogni quarto d’ora sperando che non piovesse, di leggere le previsioni e incrociare le dita contro il gran caldo, di ascoltare il vento aggressivo di febbraio, di notte, chiedendomi se si stesse spaventando; di percorrere le corsie del supermercato alla ricerca della minestra in scatola, ma si manterrà buona con questo caldo? Non sarà meglio portare della frutta? Ma se poi si deteriora? E quel giubbotto lì serve davvero a mio padre? Per Ife non sarà più utile?

Avevo giurato a me stessa che, e invece.

E invece, una settimana fa, ho incrociato il post di un mio contatto su Facebook: una ragazza che conosceva Ife, che ha portato Mosca e Canepiccolo in un luogo sicuro, che si occupa quotidianamente di canucci e persone randagie. Diceva che Mohamed è stato aggredito, gli hanno rotto le braccia a bastonate, e ora è ingessato e ha bisogno di qualcuno che gli faccia le iniezioni di Seleparina; chi può diversi i turni con me?, si leggeva nel post. Io, ho risposto: e pensavo che in tanti avremmo risposto Conta su di me, e invece dopo molte ore avevo scritto solo io, e quindi abbiamo deciso di spartire i turni tra noi. E ho conosciuto Mohamed.

Mohamed, in realtà, lo conoscevo un poco quando Ife era vivo, ma lui non si ricorda di me; si ricorda, invece, della mia bella: o almeno, dice di ricordarsene, di avere passato molte serate con lei, in taverna alla Vucciria o a Ballarò o in locali che ora non esistono più e in cui lui organizzava misteriose serate danzanti; e la mia bella non si ricorda di lui, ma gli dice di sì, per non farlo rimanere male. E io, ché di me non si ricorda nessuno, un po’ ci resto male ma non importa.

Parla moltissimo, Mohamed, e si capisce quasi tutto quello che dice: e sono tutte cose abbastanza centrate, soprattutto quando parla della Jugoslavia di Tito, o della Germania degli anni Ottanta, quando lui era un ventenne che non parlava tedesco e nessuno lo aiutava a trovare gli indirizzi sulla cartina. Parla dei suoi cani e dei suoi gatti, e anche di piccioni e gabbiani e topi. Ride e finge di scappare, quando brandisco la siringa: e quando gli chiedo se gli ho fatto male, che io a fare iniezioni non sono molto brava, sgrana gli occhi e dice che no, non gli ho fatto male io, gli ha fatto male la vita.

Dice che lui e Ife si conoscevano bene, che erano due dervisci: e io non so se sia vero, ma un po’ mi piace crederlo; dice che le braccia gli fanno male, ma che lui preferisce non pensarci: perché a pensare sempre alle cose negative si diventa tristi, e invece lui si sforza di essere sempre allegro e positivo e per questo tutti gli stanno accanto; effettivamente, ho pensato, ha ragione: se le cose negative comunque esistono, a che serve pensarci? Gli ho chiesto se è la prima volta che si rompe qualcosa, e lui ha riso guardandomi, e mi ha risposto che no, si è rotto una spalla e la testa e tanto altro: se si dorme per strada, mi ha detto, queste cose succedono.

Gli ho portato delle pesche gialle e del cibo per cani, ma mi ha detto che aveva già tutto quello che gli serviva, ed è vero; l’unica cosa che gli serve è qualcuno che gli faccia le sigarette, perché con le mani bloccate non può: e io non le so fare, ma la mia bella sì, e gli ha portato cartine e filtri e gliene ha preparate un bel po’, e lui le passava il tabacco e diceva devi metterti al lavoro!, e rideva profondo di gola.

C’era l’eclissi di luna, ieri: e Mohamed mi ha detto che lui ha studiato astronomia e di queste cose ne capisce, e ne capisce davvero, almeno per me: e mi ha spiegato il meccanismo dell’eclissi, e quando siamo andate via abbiamo guardato la luna che diventava bruna, sul mare di Sant’Erasmo, ma Mohamed no, non l’ha guardata, era stanco. Ha studiato ingegneria, dice: dice che era venuto a Palermo proprio per iscriversi all’università, ma io penso che forse in Iran in quel periodo c’era la guerra, e in realtà è andato via per quello. La guerra è orribile, mi ha detto: e parlava della Bosnia bombardata dai serbi, ma forse non solo.

Adesso Mohamed dovrà essere operato, o forse no: beve e non ci sono medici che si prendano la responsabilità dell’anestesia. Forse rimarrà così, con le braccia ingessate e dolenti, a farsi fare iniezioni nella pancia, a ridere e asciugarsi il sudore dalla fronte col polso steccato. E io, io so solo che ci sono ricaduta: che sono preoccupata per lui, che penso al momento in cui si è svegliato con due persone che lo colpivano; penso al suo dolore, alla paura e alla disperazione, e ringrazio il cielo che al mio Ife tutto questo sia stato risparmiato; penso a quando lunedì sarò lì e lui fingerà di nascondersi per non farsi punzecchiare, e a cosa gli porterò, perché davvero ha tutto ma un regalino vorrei farglielo, ma devo ancora scoprire cosa gli piace. Dice che organizzerà una festa, la prossima settimana o forse anche a settembre: e anche io e la mia bella siamo invitate, e io ci tengo moltissimo a venirci, perché Mohamed dice che la cosa che sa fare meglio è fare divertire gli altri, e la cosa che lo rende felice è vedere gli altri che si divertono.

Penso a Mohamed, adesso, e sono triste e in ansia, e accidenti a me: non so mai rispettare i miei propositi.

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