Se non ti cerco io.

Disgraziata, se non ti cerco io!, mi ha gridato oggi al telefono Mohamed: e rideva forte e, ne sono sicura, si dava pacche sulle gambe, perché lui, quando è contento, ride e si dà pacche sulle gambe e poi finge di dare un pugno sul braccio alla persona alla sua destra, e spesso la colpisce con più veemenza del necessario e le fa anche male.

Stelluccia, se non ti cerco io!, ha urlato, ed era contento, oggi, Mohamed: perché finalmente ha di nuovo un telefono, anche se è un vecchissimo modello azzurro a conchiglia, di quelli con i tasti grossi e lo schermo piccolo in cui non si possono tenere in memoria più di dieci o quindici messaggini, ma tanto a lui non importa perché i messaggi non li sa mandare, anche se ho cercato di insegnarglielo molte volte. Era contento, Mohamed, e mi ha raccontato che suo fratello gli ha telefonato dall’Iran e sono stati a parlare per più di due ore, Ma non posso dirti quello che ci siamo detti, sono cose nostre.

Se non ti cerco io!, mi ha ripetuto, e ha ragione: perché per ora lavoro molto e mi sento sempre stanca e ho poco tempo, e quindi non ci vediamo da un po’; ma Mohamed, che ha capito che il senso di colpa con me non fa il suo dovere e mi rende invece astiosa e scostante, invece di rinfacciarmi assenze e disattenzioni mi ha telefonato per fare due chiacchiere e raccontarmi che domani gli daranno il passaporto nuovo, e Che me ne farò di tutti questi documenti?, ha biascicato, perché sicuramente aveva la sigaretta tra le labbra; Che ci devo fare, eh, col passaporto? Mica voglio partire, diceva, ed era incredulo per lo spreco, ma anche un po’ compiaciuto, perché a lui un tempo piaceva molto viaggiare, e adesso gli piace molto raccontare i suoi viaggi, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, la Germania dove non capiva nulla di quello che gli dicevano, e la Jugoslavia con le colline e i paesini, e il Mar Caspio e l’Adriatico e poi il Tirreno, lui ama il mare.

Se non ti cercassi io chissà se ti ricorderesti di me, ha detto Mohamed: perché lui parla un italiano bizzarro in cui non ci sono gli articoli determinativi e le preposizioni articolate ma ci sono il periodo ipotetico e la consecutio temporum. Dovresti portarmi una nuova rubrica telefonica, mi ha detto qualche giorno fa: e oggi me lo ha ribadito, Perché quella che mi avevi regalato non ce l’ho più da quando mi hanno saccheggiato la tenda, ha concluso: e io ho riso e gli ho detto che non sentivo parlare di saccheggi da quando non leggevo dei Lanzichenecchi sul sussidiario di scuola.

Se non ti cerco io, ha detto Mohamed con tono pensoso, ma poi ha sorriso nel suo modo sghembo e Sono felice che l’altra volta mi hai portato la mamma, è stato un onore per me, ha confessato: e mia madre, che era seduta accanto a me in macchina, ha sentito e ha gridato Anche io sono stata felice di vederti, Mo, e lui gridava che accidenti se era felice lui, e mia madre ripeteva che era più felice lei, e in questo loop di felicità gridate attraverso le mie orecchie ho pensato che avremmo potuto rimanere incastrati per sempre.

Devo andare, Moha, ma vengo presto a trovarti, ho concluso: e lui mi ha detto Che bello, grazie, ho proprio voglia di vederti, e anche io, in quel momento, sono stata felice.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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Incomprensioni, ovvero quando sei arrabbiata con un amico.

Sono un po’ arrabbiata con Mohamed. Alcune settimane fa abbiamo avuto una brutta discussione e mi sono infuriata e, ecco, ce l’ho con lui; meglio, ce l’avevo con lui, perché è passato del tempo e io solitamente mi offendo e rimango delusa e ferita facilmente, ma altrettanto facilmente decido di passarci sopra: non di dimenticare, ma di stornare la rabbia e andare avanti, fosse solo per metterla in serbo per la prossima volta che mi sentirò offesa con quella persona e aggiungerò la rabbia vecchia a quella del momento, così, per buon peso.

Non è stato facile, in queste settimane, essere infuriata con lui: perché farsi negare al telefono e rifiutare le chiamate e non andare a far visita a un amico è già di per sé pesante, ma lo diventa ancora di più se quell’amico è solo, triste e in una situazione di costante pericolo e disagio. Entrano in gioco un sacco di sentimenti, in una situazione come questa; ci sono grandi dosi di senso di colpa, perché io ho una famiglia amorevole e amici che mi supportano e tre lavori stancanti ma divertenti, e una casa e una macchina e molti libri e uno zerbino su cui pulirmi le scarpe, un divano dove sdraiarmi a guardare la tv, un albero di Natale pieno di luci e palline e un tavolino su cui poggiare i piedi e un plaid in cui avvolgermi, e lui ha solo una tenda sbilenca piena di cianfrusaglie e cibo per cani e uova sode e coperte bagnate di pioggia; ci sono ansia e preoccupazioni, perché è quasi inverno, e quindi il vento, la grandine, la tenda che vola, le scarpe piene di fango, che farà Mohamed in questo momento? Si starà riparando dalle raffiche ghiacciate dietro il muro del convento? O starà vagando sotto gli alberi senza giubbotto alla ricerca di Sciagurato? C’è il bisogno di rassicurarlo, stai tranquillo Moha, andrà tutto bene, e anche di rassicurarmi: perché quando sento la voce di Mohamed, arrochita dall’influenza e dai colpi di tosse e dalle sigarette, almeno so che è vivo, che nessuno gli ha fatto del male, che la bronchite non lo ha lasciato stecchito nella tenda, e anche se sono perfettamente cosciente che le cattive notizie volano e che se gli succedesse qualcosa lo saprei immediatamente, quando penso a lui c’è in me sempre un filo di preoccupazione che corre sottotraccia, come se in qualsiasi momento la sua vita fosse in pericolo.

Sono meno arrabbiata, ecco: e quando oggi Mohamed mi ha chiamata l’ho richiamato quasi subito, anche se avevo appena finito di mangiare e dovevo ancora lavorare e poi uscire ed ero già in ritardo e. Aveva una voce terribile, Mohamed, tossicchiava e biascicava e Non preoccuparti, mi ha detto, penso di avere la febbre alta ma ce la farò anche stavolta. Ti ho chiamata per rassicurarti, ha continuato: volevo che sapessi che sto quasi bene, oggi, e io ho pensato Matri santa, chissà come stava ieri, allora, ma non gliel’ho detto. Gli ho fatto una serie di proposte secondo me ragionevoli – passare qualche notte al dormitorio, prendere dell’aspirina, coprirsi bene – che sono state scartate a priori. Abbiamo chiacchierato per qualche minuto e gli ho promesso che a breve saremmo andati a trovarlo: e lui mi ha detto Ti voglio bene, e io non gli ho risposto ma ho pensato che a questo malmostoso, scostante, presuntuoso e invadente iraniano anche io, nonostante tutto, voglio bene.

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In sei in una tenda (si sta benissimo?)

Mentre ero in ufficio mi ha chiamata Mohamed. Come sta quella picciridda?, mi ha gridato in un orecchio – perché lui al telefono pensa sempre che non senta bene e quindi grida e dice Mi senti? ogni poche battute. Io all’inizio non capivo: da lui c’era rumore di vento e di camion che passavano veloci e da me ticchettio di tasti al pc e capo che chiamava, sono uscita in balcone e c’era freddo, sono rientrata per prendere il giubbotto, le telefonate con Mohamed non durano mai poco. Che hai detto prima, Moha?, gli ho chiesto, e lui Dimmi della picciridda, e ho capito che intendeva Ste che ha avuto un piccolo intervento e ha ancora i punti. Sta bene, gli ho spiegato: e mentre gli raccontavo in dettaglio quello che aveva detto il medico mi ha interrotta: Non mi interessa di quello che dicono gli altri, lei che dice, come si sente, pensa che sia andato tutto bene?, perché Mohamed non crede ai medici e pensa che ognuno di noi, ascoltando il proprio organismo, sappia autoregolarsi e curarsi in maniera autonoma. Dopo molti minuti di rassicurazioni – perché Ste sta benissimo, non ha fastidi o dolori o altro, ma Moha mi ha chiesto coscienziosamente se avesse qualcuno di questi sintomi, sanguinamenti o perdita della memoria o convulsioni o crescita di peli verdi sul palmo delle mani – abbiamo parlato del freddo: perché io sono molto angosciata dall’imminente inverno, e allora il gelo, la pioggia, la tenda, il vento, come si fa, che ansia. Giorni fa mio padre aveva portato a Mohamed un completo da pioggia: e Non avresti dovuto farlo venire qui, mi sono mortificato, mi ha detto. E di cosa, scusa?, gli ho chiesto. Sei stata di sicuro tu a costringerlo, poverino, fargli fare tutta quella strada, è vecchio, non è giusto. Avete la stessa età, Moha, gli ho ricordato, e poi è stata idea sua, io neanche sapevo che lo stesse comprando: ed è vero, è stato mio padre a comprare quel completo, lo ha visto esposto dal ferramenta mentre portava Nando a fare pipì e lo ha comprato e mi ha telefonato per dirmi Sai che cosa ho comprato?, e sentivo mia madre in sottofondo che diceva Sai cosa ha comprato papà?, e io stavo dormendo e ho risposto Cosa hai comprato?, ma sottovoce per non svegliare Ste che ancora dormiva, e loro non sentivano e Nando faceva bau bau, è stato un risveglio complicato. L’ho raccontato a Mohamed, e lui ha risposto Va bene, non fa niente: tanto io e tuo padre siamo comunisti, e tra compagni ci si aiuta. Poi gli ho chiesto del cane, quella bestiella gialla col muso nero e le zampotte tozze che ha adottato; Come sta Felipe, Moha?, che ho detto, e lui mi ha risposto Sta bene ma è una peste, quindi gli ho cambiato nome: tu lo puoi chiamare come vuoi, ma lui si chiama Sciagurato; dormiamo insieme, nella tenda siamo in sei: i quattro gatti, io e Sciagurato, stiamo al caldo e si sta benissimo.

Dopo alcuni minuti, mentre io parlavo sporta dal balcone, col busto inclinato oltre la balaustra e un piede a tenere aperta l’anta della finestra che è difettosa e rischiavo di rimanere chiusa fuori e lui strepitava per richiamare indietro Felipe, abbiamo chiuso la conversazione: e io mi sono accorta che stavo sorridendo, perché con Moha non si può non sorridere, il suo mix di cura per gli altri, buon umore, insensato ottimismo e sana follia è un antidepressivo naturale.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Prendersi cura.

Come va?, ho chiesto sabato scorso a Mohamed, quando l’ho visto; io sto bene, mi ha risposto, ma sono preoccupato per G. – cenno del braccio ad indicarlo – che sta parecchio male. G. è un senzatetto del compound di Mohamed: originario del Nord Italia, a occhio poco più che cinquantenne, solitamente silenzioso e sulle sue, algido e cortese, moderatamente antipatico. Vive su una panchina da quando la sua compagna è morta e lui è finito in mezzo a una strada; ha un trolley con dentro poche cose, dei jeans ormai troppo stretti, saluta formalmente e quando arriviamo rimane al suo posto sulla panchina e ci scruta da lontano; con Mohamed è sempre stato in rapporti freddini: Moha, caciarone e desideroso di contatto umano, e G., musone e rigido, hanno sempre condiviso i bidoncini d’acqua, i pasti caldi e le coperte, ma niente di più. Adesso però G. sta male, e Mohamed ha deciso che spetta a lui accudirlo.

Ho preparato un letto nuovo per G., ci ha detto subito Moha: non poteva stare sulla panchina, ha mal di schiena e ho paura che cada; ha approntato, quindi, un giaciglio comodo per lui: isolato dal terreno, impermeabile, comodo e confortevole. Ha deciso anche di gestire i suoi pasti: cibo sano, in piccole quantità ma spesso, tanta acqua, tanta frutta, niente vino. Controlla che prenda le medicine all’orario, che si copra adeguatamente, che non soffra il freddo. Ci ha chiesto di andare a fargli visita: in fila indiana, con viso compunto e voci sommesse, siamo andate a salutarlo, gli abbiamo detto di restare pure disteso, abbiamo ascoltato le sue lamentele, lo abbiamo abbracciato per incoraggiarlo. Mohamed ha supervisionato tutto, ci ha detto di non stancarlo, ci ha portate via dopo qualche minuto. E io sono rimasta straordinariamente colpita, e ho capito qual è la cosa che il nostro malmostoso amico iraniano sa fare meglio: curare, confortare, incoraggiare. Prendersi cura.

Mohamed, che dorme in una tenda in un’aiuola, che per chiamare la sua famiglia ha bisogno del mio telefono, che combatte la pioggia, le angherie e i cattivi pensieri; che mendica ogni briciola di attenzione, che per farsi una doccia usa un catino e la pompa dell’acqua dei giardinieri, che ha una piccola torcia a manovella per illuminare il metro quadrato intorno ai suoi piedi; che sfida ogni giorno il mondo, la fatica, la stanchezza e la paura, che dipende dagli altri per piccole cose che per chiunque sono scontate, che dorme di giorno perché la notte non si sente sicuro, è bravissimo a prendersi cura degli altri. Lo fa con me, quando mi chiede ansiosamente se sono troppo stanca, se sto lavorando ancora, se ho mangiato; lo fa con mia madre, per la quale sta cercando una cura scomodando i medici tradizionali persiani che conosce; lo fa con G., con Ste, con chiunque gli stia intorno. Lo fa con amore, con dolcezza, con il suo atteggiamento da vecchio saggio, senza giudicare, senza criticare, mandandoci ogni tanto tutti a quel paese. Lo fa, e quando lo fa non sembra più un sessantenne senzatetto con pochi denti e la barba non fatta. Quando lo fa, sembra un re.

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Un caffè per tre.

Foro_Italico_10Andare da Mohamed significa, la maggior parte delle volte, trascorrere il pomeriggio con tipi insoliti: quasi tutti sono senzatetto che sfruttano la sua benevolenza e le sue capacità organizzative per avere un posto dove dormire, acqua fresca o cibo o medicine, perché Mohamed è l’uomo dalle mille risorse, sa creare una cuccia per gatti con una coperta e due corde, una casa a tenuta di pioggia con un tubetto di silicone e qualche foglio di plastica trasparente, sa come trovare un dentista che ti tolga un molare di domenica pomeriggio o come prenotare una visita veterinaria per un gatto affetto da Fiv; ha una scorta di medicine e batterie e cibo per animali vari e riesce a procurarsi in mezza giornata qualsiasi cosa gli manchi, che sia un apriscatole o un francobollo o un passaggio in auto o una videochiamata in Canada.

Da Mohamed ci sono anche, solitamente, altri buffi personaggi che orbitano intorno al compound: sono suore, volontari, gente variamente affiliata ad associazioni caritatevoli, gattare e proprietari di bar e panifici. E poi c’è signorfranco. Signorfranco è il custode notturno di un cantiere che confina col lato sud del compound. Fa un lavoro noioso, pericoloso e solitario, ed è sempre in cerca di compagnia: e visto che anche Mohamed ama stare in compagnia, lui e signorfranco sono diventati amici. Signorfranco l’altra volta mi chiedeva di te, mi ha detto sabato scorso Mohamed: Diceva che se quando vieni lui non c’è, ti devo portare i suoi saluti; dice che sei simpatica e che si vede che sei una brava ragazza. Grazie, ho risposto: e quando signorfranco si è palesato gli ho offerto il caffè: e Ste, come sempre, ha attraversato il Foro Italico per andare al bar e prendere il famoso caffèlungo che Mohamed chiede ogni volta e che poi divide con due o tre persone – signorfranco, Mustafà, Adriano – e conserva per la colazione del giorno dopo. Dopo il caffè, Mohamed mi ha mostrato la splendida torcia nuova che gli è stata regalata dalla Croce Rossa: si ricarica tirando una leva e ha un bottone che la fa lampeggiare. La notte, nella tenda, Mohamed fa lampeggiare la torcia: è un segnale per signorfranco, che si precipita dal suo container per vedere se ha bisogno di qualcosa o se si sta solo annoiando e vuole raccontargli di quella volta che, nel 1983, è stato due settimane con gli amici a Pantelleria.

Signorfranco mi chiama signora, e io lo chiamo signorfranco, ma ci diamo del tu: me lo ha chiesto lui, scavalcando con un balzo le regole base del galateo; ma quando si sta seduti insieme su un bancale di legno, si divide un caffè, si beve da un tubo di gomma e ci si parla attraverso una rete metallica colpendosi ripetutamente le braccia perché è pieno di zanzare va bene così, è inutile formalizzarsi. E quindi io posso permettermi di dirgli Stai attento, stanotte, che gira gente strana, tieni gli occhi ben aperti, e lui può rispondermi Tranquilla, io sono sempre sul chi va là, e non preoccuparti che a Mohamed bado io, ogni mezz’ora lo passo a controllare e se c’è qualcuno vicino a lui gli chiedo chi è, e Ste può sorridere e Mohamed può chiosare Lasciatemi in pace, io sono un vagabondo, ho scelto di vivere così per non avere nessuno che mi rompe scatole, andate tutti a fare culo, e bon, pace.

Per ora sono triste, ansiosa e spaventata, e andare da Mohamed mi piace: perché ci si astrae per qualche ora da contesto, si cambia prospettiva, si chiacchiera e si ride e ci sono i gatti. Stai un po’ meglio, adesso?, mi ha chiesto Mohamed l’altra volta, mentre andavamo via: Sì, gli ho detto, e grazie per la compagnia, e forse in pochi lo ringraziano per la compagnia, e Mohamed era stupito e anche contento, penso.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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L’estate (è quasi finita).

I negozi ancora chiusi, ma che riapriranno a breve.

Gli amici che sono andati via, o che andranno via a breve, e la tristezza nel pensare che chissà quando ci rivedremo di nuovo.

Gli abbracci molto forti agli amici, quando stanno andando via.

Gli amici che non abbiamo visto, perché sono venuti a Palermo e non ci hanno avvertito, forse si sono scordati o forse non ne avevano voglia o forse chissacciu pensavano che avremmo dovuto sapere noi quando sarebbero venuti: ma comunque pace, va bene così.

Il ritorno in ufficio, la noia, il caldo, i ventilatori, le millemila email arretrate. Capo che mi saluta contento e mi abbraccia perché non ci vediamo da tre settimane e ha dimenticato quanto posso essere noiosa e assillante. Colleganuova che mi offre il suo aiuto e un po’ di chiacchiere e il primo caffè del rientro. Autricedelcuore che mi chiama il secondo giorno di lavoro dicendo che non mi ha chiamata il giorno prima perché non voleva stressarmi subito, e io le voglio bene anche per questo.

I baristi che ci accolgono festanti alla prima pausa-caffè del rientro, e ricordano ancora come vogliamo il caffè, che io lo voglio macchiato e colleganuova lo vuole con il latte di soja. Il barista che continua a fare la battuta “un macchiato con latte di sogliola” e ride molto. Io che continuo a ridere a questa battuta solo per fargli piacere, ma mi viene fuori un eh eh poco credibile.

L’ansia del rientro al lavoro.

La stanchezza del rientro al lavoro.

Assillare amicastorica con tredicimila vocali perché sono stanca e in ansia per il rientro al lavoro.

Ale che mi manda un messaggio per dirmi che mi pensa perché sa che sono in ansia per il rientro al lavoro.

Mohamed che mi chiama e si stupisce moltissimo che io sia al lavoro, e mi chiede come mai sono già rientrata, non era meglio se stavi ancora un poco in ferie?

Il posto per la macchina sotto casa che già non si trova più.

Il posto per la macchina sotto l’ufficio che si trova ancora, ma solo se arrivo presto.

Il tramonto alle otto di sera.

Andare via da Mohamed quando è buio.

Le previsioni che annunciano pioggia, e invece c’è molta afa e mi piacerebbe che piovesse, ma poi penso che Mohamed sta in mezzo alla strada e che se piovesse il suo letto si bagnerebbe e anche il cibo dei gatti e la radio e il caricabatterie e il tabacco si bagnerebbero e allora non voglio più che piova, e vorrei solo che ci fosse meno caldo.

Mettere ancora gli occhiali da sole per andare a lavoro, anche se non c’è più così tanta luce la mattina.

Il profumo dolcissimo estenuante dei gelsomini e delle pomelie.

La pizza di Peco’s mangiata ai tavolini di Peco’s sul marciapiede, ché loro non chiudono mai.

Dormire sotto il lenzuolo.

Il centro commerciale pieno il sabato pomeriggio.

Gli zainetti e i pacchi di quadernoni e le penne in esposizione al supermercato, dove fino a una settimana fa c’erano palette e secchielli e formine e fenicotteri gonfiabili. I solari e i doposole e gli antizanzare in sconto. Le seggioline da spiaggia esposte nell’ultimo corridoio in fondo, no signora c’è solo in questo colore, sono terminate.

La zucchina lunga che già qualche fruttivendolo non ha più.

Mancano 115 giorni al Natale.

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