Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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Che forma ha l’amore?

39221257_10214917642727322_5961484288397410304_nSe mi chiedessero di disegnare l’amore, saprei subito che forma dargli.

L’amore ha la forma di una persona che fa le parole crociate per ore appollaiata scomodamente su una sedia in cucina: perché qui c’è l’unico tavolo della casa e io devo lavorare e lei non vuole lasciarmi sola. È bianco, l’amore.

L’amore ha la forma di una lampada accesa di notte: perché io sono in cucina a lavorare, e lei è a letto, ma dorme con un occhio solo per aspettarmi. È viola e sa di bucato, l’amore.

L’amore ha la forma di una persona che cena alle 23 senza lamentarsi, perché le ho detto alle 20 che tra un quarto d’ora finisco e lei non vuole farmi fretta. È grigio, l’amore.

L’amore ha la forma di una scatola di pillole lasciata sul tavolo perché non me le dimentichi, e di un mazzo di fiori per l’onomastico; ha la forma di un albero di limoni che presto farà di nuovo i frutti. È verde e agrumato, l’amore.

L’amore ha la forma di un paio di piedi che riscaldano i miei ogni sera, e di una mano che stringe la mia ogni volta che varchiamo la porta di casa. Ha la forma di un sorriso che illumina gli occhi. È di luce e d’argento, l’amore.

L’amore ha la forma del bucato piegato ogni mercoledì sera, di un messaggino con un cuore in una giornata stancante, di una tisana tiepida il pomeriggio. Ha la forma della domenica mattina, per le strade del centro. È caldo e profumato, l’amore.

L’amore ha la forma della spesa ogni lunedì pomeriggio; ha la forma del Che buono! anche se ho preparato solo una pasta col sugo. Ha la forma di una frittata di patate con tante patate dentro. È giallo e dorato e rotondo, l’amore.

L’amore ha la forma di una serie tv, la sera: anche se io pedalo sulla cyclette e lei sta seduta sul divano davanti a me, e sopporta il rumore senza lamentarsi. È rapido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la forma di due bagni a mare, quest’estate: due giornate organizzate per farmi divertire e rilassare, per rendermi felice. È azzurro e fresco, l’amore.

L’amore ha la forma della pizza del sabato sera, al nostro solito tavolo della nostra solita pizzeria: perché non abbiamo molti soldi, e lì la pizza è buona e anche se siamo sedute a una tavolino di plastica sbiadito in una strada tristanzuola di periferia per lei va bene lo stesso. È bollente e sano e riempie la pancia, l’amore.

L’amore ha la forma dello smalto alle unghie, delle mani curate, di una carezza sul viso. È rosso scuro, l’amore.

L’amore ha la forma di una settimana di stress e assenza e molti mesi di nervosismo e stanchezza, di cattive risposte e fretta: e di molti sorrisi a stemperare l’ansia, perché il suo sorriso è l’unica medicina che funzioni, per me. È dolce e paziente, l’amore.

L’amore ha la forma di un bacio al risveglio, delle sue pantofole accanto al letto; del pettine di legno sul bordo della vasca, della tazza rossa sul tavolo al mattino. È abitudinario, l’amore.

L’amore ha la forma della sua voce allegra, di quando mi chiama Bimba o grida evviva!, ha la forma dell’albero di Natale e dei regali e dei biglietti sui regali; della decorazione sulla porta a cui tengo tanto. È morbido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la sua forma, e io dopo tutti questi anni ancora non ci credo.

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Fieri ogni giorno (ma a volte un po’ di più).

La scorsa settimana c’è stato il Pride a Palermo. Io c’ero, immusonita e triste: pioveva molto e la mia bella era a casa, dolorante e sudata, vittima di una potente colica biliare. Mi sono rifugiata nel camper di Mohamed, nell’attesa che spiovesse, con i cani e le gattine e Mohamed e un suo amico sconosciuto, e i soliti sacchetti di cibo e borse di vestiti e misteriosi oggetti conservati per un possibile uso futuro. Alle cinque la parata è iniziata, alle otto eravamo al Teatro Massimo, alle nove ero a casa. In mezzo ci sono state le solite cose: musica trash, splendide drag queen truccate con cura, migliaia di persone sorridenti e allegre, adesivi rainbow, qualche cartello divertente, qualche faccia perplessa che scrutava dai marciapiedi, il trenino delle Famiglie Arcobaleno pieno di bambini contenti, qualche bandiera, un’atmosfera generale di gaia spensieratezza. Tolto il mio umore da basset-hound con le zecche, tutto praticamente perfetto. Praticamente.

Praticamente, ecco, perché io non sono mai contenta, e tendo a lagnarmi con frequenza: e, per esempio, inizio col chiedermi perché la manifestazione si chiami Palermo Pride, e non Gay Pride (di Palermo), o Lgbt+ Pride (di Palermo). Di cosa siamo fieri, esattamente, mentre sfiliamo per le strade della città cantando Supercafone? Di essere palermitani, di vivere a Palermo? Non lo so: io amo la mia città e ne sono molto fiera, ma sabato scorso stavo ribadendo la mia fierezza di essere lesbica, non di vivere nel capoluogo siciliano; eravamo, la maggior parte di noi, lì in quanto appartenenti alla comunità lgbt+: e allora mi piacerebbe che questo, da qualche parte, spuntasse. Dare un nome alle cose è fondamentale, e se faccio la sagra della porchetta non la chiamo Sagra del Lazio o Fiera delle margherite, ecco. Quello che non si nomina non esiste, o esiste molto poco, e io voglio esistere.

Di sera ho incrociato un post su Facebook, dove veniva mostrato un video del sinnaco Ollando, padre buono di Palermo, politico che stimo e apprezzo; la didascalia recitava “Ormai da anni il Palermo pride non è più il “Gay pride”. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani,dei lavoratori. Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo”. Ecco, questa frase condensa il fastidio, il disagio, il senso di frizione che ho provato sabato: il senso di uno snaturamento. È giusto, è sacrosanto, è bello e sano manifestare per i diritti di tutti; solo, facciamo una manifestazione ad hoc: e io ci andrò, lo giuro. Ma al Pride vorrei che si parlasse di gay, di lesbiche, di bisessuali, di transgender; di Gpa, di stepchild adoption, di matrimonio egualitario, di legge contro l’omofobia; di figli di coppie omogenitoriali ancora senza diritti, di bullismo omofobico sul lavoro e nelle scuole, di transfobia. Altrimenti facciamo la festa dell’Unità, o un corteo per i diritti civili, o qualsiasi altra cosa: ma quella di sabato scorso doveva essere una manifestazione per i diritti e la tutela della comunità lgbt+, non una generica manifestazione di sinistra (perché, per qualcuno è necessario ribadirlo, i valori dell’accoglienza, dell’eguaglianza, della giustizia sociale sono valori profondamente di sinistra). Mi sembra un controsenso enorme, quasi un cortocircuito mentale: facciamo una manifestazione per esserci in quanto gay, lesbiche, bisex e transgender, e poi di fatto non ci siamo. La corsa a voler ribadire che il pride non è “degli omosessuali” ma di tutti mi sembra un’ipocrisia, l’ennesima volta in cui siamo costretti a scomparire: come scompariamo dai necrologi sui giornali (non ho mai letto “Morto Mario Rossi, lo piange il compagno Luigi Bianchi”), dalle trasmissioni telesivise (avete mai sentito, in un qualsiasi programma della tv generalista, “Questo è il concorrente Mario Rossi, accompagnato dal marito Luigi Bianchi”?), dai libri (in cui i gay fanno solo i gay e non sono quasi mai connotati in altro modo, non sono mai benzinai o tassisti o commendatori, ma solo gay, macchiette destinate a una vita di dolore o a concepire figli non desiderati in una notte di ebrezza), dalla vita comune. Io voglio esserci: e voglio, pretendo, che almeno una volta l’anno si parli di me, e non mi si metta sotto l’ombrello di mille altre istanze, tutte correttissime e ineccepibili, ma fuori luogo in quel contesto.

Mi sembra che i pride abbiano perso il potere dirompente, esplosivo di un tempo; ho visto pochi cartelli, poche scritte, poche persone con abbigliamenti inconsueti: e mi sembra, ecco, che ci stiamo appiattendo, ci stiamo eteronormando, come se non volessimo farci notare, come se dovessimo scusarci. Ho letto migliaia di post che recitavano “c’erano anche i bambini, le persone discinte o bizzarre erano poche”: come se volessimo dire che noi non siamo quelli che danno scandalo, siamo gli impiegati in tailleur o in cravatta, i vicini di casa che ti danno una tazza di zucchero se gliela chiedi; non giriamo col culo di fuori, non diamo fastidio, stiamo tranquilli e buoni. Ma io tranquilla e buona non sono stata mai, e scendo in piazza anche e soprattutto per ribadire il diritto di tutti noi di essere come siamo e come vogliamo: anche bizzarri, anche discinti, anche trasgressivi, coi boa di piume o la salopette di jeans, con gli occhi bistrati o i capelli rasati; non dentro gli schemi, non dentro le righe.

Nota a mrgine: le madrini del pride di quest’anno sono state Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia; ora, con tutta la stima per una grande fotografa, qual è il suo legame con la comunità lgbt+? Continuo a chiedermelo.

[Ovviamente, la mia stima per chi si è fatto in quattro per organizzare la manifestazione è enorme e imperitura: hanno fatto un ottimo lavoro, su questo non ci sono dubbi].

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“Lui” chi?

Bandiera orgoglio transgenderQualche giorno fa, cincischiando su Facebook, mi sono imbattuta in un post di una pagina che seguo saltuariamente. La persona che gestisce la pagina, una scrittrice e conduttrice radiofonica italiana, solita passare parte dell’estate negli Stati Uniti, in Massachusetts, raccontava di un campo estivo a cui partecipa uno dei suoi figli; il campo, rivolto a bambini di cinque-sei anni e dedicato alla natura, è orientato al superamento degli stereotipi di genere e al rispetto delle identità più varie. Per questo ai piccoli è stata illustrata la possibilità di definirsi non soltanto con pronomi che identifichino il genere (he/she) ma anche con una svariata gamma di altri (they/ey/per/xe/zie) che non marchino questa appartenenza. Il post, nello stile brioso e umoristico tipico dell’autrice, si chiudeva con una serie di esempi su come la scelta di uscire dai canoni del binarismo per ciò che riguarda l’identità di genere possa essere d’inciampo nella vita quotidiana: i più eclatanti erano l’aver bocciato, da parte delle educatrici, la composizione delle squadre per una partita di pallone (i bambini chiedevano che si giocasse maschi contro femmine), e il non aver voluto far cantare ai piccoli una canzone in swahili il cui titolo, tradotto, significa “uomo forte”.

Al di là del post in sé, vagamente divertente e di grande interesse, per me, nel mostrare una realtà di cui non ho cognizione, quella dei campi estivi negli Stati Uniti orientali, quello che mi ha lasciata basita sono stati i commenti; la parola che compariva più volte, infatti, era “esagerazione”, e il senso complessivo, a voler sintetizzare, era qualcosa del tipo “va bene essere contro gli stereotipi, ma”. “Ma” cosa?, ho chiesto. Ma i bambini queste cose non le capiscono, mi è stato risposto: e, in un crescendo di assurdità, si è arrivati a dire che è contrario alla privacy del bambino chiedergli di scegliere con quale pronome appellarsi, e che la limitazione della libertà del singolo non è giustificata dall’entità della battaglia contro le discriminazioni di genere: di fatto, non poter giocare a pallone maschi contro femmine (ma poterci giocare formando le squadre in altro modo) e non poter cantare una specifica canzone in swahili (ma poterne cantare innumerevoli altre) sono limitazioni gravi e lesive della libertà dei piccoli campisti, e l’idea di rispettare la fluidità identitaria dei piccoli o la loro volontà di non dichiararsi appartenenti a uno specifico genere è un’assurdità americana, un eccesso, un portare il rispetto alle conseguenze estreme. Si invocava la possibilità di ricorrere, nella gestione della situazione, a una “via di mezzo” non meglio indicata, e di lasciare giocare i piccoli come meglio credono: poco importa se, nella squadra dei maschi, sarà costretto a inserirsi anche un ipotetico bambino che pensa a sé come a una bambina, o come a un essere umano piccolino di età e non maschio né femmina.

Come ormai faccio da molto tempo, ho provato a commentare, a spiegare il mio punto di vista, ad argomentare: ma dopo un po’ mi sono stufata e bon, ho mollato la conversazione: anche perché pensare che un bambino di quell’età non conosca la differenza tra maschio e femmina e non abbia chiaro se la sua identià di genere apparente corrisponda o meno a quella che lui esperisce mi sembra quantomeno assurdo. Sono un pochino delusa, questo sì: perché l’iniziativa delle educatrici del campo mi sembrava bella e interessante, e l’intrinseca chiusura che è venuta fuori dai commenti mi ha amareggiata. Addirittura qualcuno adombrava una sorta di eterodirezione degli adulti sull’identità dei piccoli (quello che, nei discorsi da fila alla posta, diventa “siete voi che mettete loro in testa queste cose, i picciriddi neanche ci pensano”) e di discriminazione verso i bambini cisgender. Vabbè, ciao.

Io non riesco neanche a immaginare quanto possa essere complessa la vita per un bambino transgender: ma penso che, se per farlo stare più a suo agio con sé stesso i suoi compagni di classe dovranno pensare un po’ di più a come formare le squadre di pallone, non ne avranno un gran detrimento.

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Come fai a non vedere l’arcobaleno?

Un paio di settimane fa, un quotidiano a tiratura nazionale ha pubblicato una lunga e articolata intervista a una nota cantante; la nota cantante, che da cinque anni spiega a ogni pie’ sospinto quanto la maternità abbia cambiato in meglio la sua vita e che, ad ogni concerto dichiarazione ai giornali apparizione televisiva passeggiata al supermercato, sente la necessità incombente di nominare una fazzolettata di volte il frugolo, nel corso dell’intervista discetta dell’universo mondo: delle sue canzoni, di quelle dei suoi colleghi musicisti, del concerto-evento che ha da poco organizzato nella sua città (e a cui, mannaggiammè, sono andata), ma anche di case chiuse (?), di vaccini (???), di istruzione superiore, del Pd. Parla anche, ovviamente, di suo figlio: cinquenne a cui ha dedicato una canzone, che è stato concepito con l’inseminazione artificiale e che la nota cantante dichiara di crescere insieme alla madre, avvalendosi dell’affettuosa vicinanza di molti amici maschi, atti ad insegnare al piccolo le “cose da uomini”. E qui trova spazio la perla: “un figlio è meglio farlo con un marito ed è meglio dare a un bambino una famiglia, anche omogenitoriale, anche se io sono per la famiglia tradizionale”. Ovviamente, sui social è scoppiata la bagarre: il pubblico, vasto e variegato, della nota cantante di-cui-sopra si è diviso tra chi è rimasto stupito, confuso, ferito dalle sue parole e chi si sta arrampicando sugli specchi da settimane per tentare di trovare un senso alla frase: che, pronunciata da una persona che ha scelto di avere un figlio “in provetta” e crescerlo con la madre, è quantomeno ipocrita. Io, che tra i difetti annovero quello di non saper scindere l’artista dalla persona (o meglio, da quel poco della persona che posso leggere in un’intervista), a distanza di settimane continuo a masticare rancore. Mi chiedo (e lo continuo a chiedere alla mia bella, di solito mentre dorme, svegliandola di proposito perché sono troppo arrabbiata per aspettare il giorno dopo) come un’artista che amavo possa aver rilasciato un’intervista così zeppa di luoghi comuni da sembrare scritta al solo scopo di compiacere qualcuno; ma soprattutto, chi? Come fa una cantante a non conoscere il proprio pubblico, a non sapere che i quattro quinti di chi la ascolta proviene dal grande universo lgbt? Come fa a non rendersi conto di aver pestato un’enorme merda? Ma non ha nessuno che monitori i social, nessuno che legga la fioritura di post in cui viene giustamente tacciata di ipocrisia? Mi interessa poco di cosa faccia della sua vita, con chi scelga di fare figli, chi voglia al suo fianco per crescerli, chi decida di tenere nell’ombra: sono fatti suoi e delle persone che la circondano; ma una dichiarazione di questo tipo, in un momento storico in cui prendere posizione non è mai stato così importante, è grave, offensiva, goffa. Davvero non legge cosa scrive la sua fanbase, davvero non sente il rumore del malcontento che si è lasciata alle spalle? Ma soprattutto, a chi ha fatto bene questa intervista? Se davvero la pensa così (e una piccola parte di me ancora crede che non sia vero), come ha fatto a non avere nemmeno quel minimo di furbizia per tenerlo per sé? Ha una tale sicurezza di sé da non pensare che molte delle persone che si sono sentite offese dalle sue dichiarazioni ci penseranno due volte, prima di stare in fila cinque ore per un firma-copie o di farsi tre ore di pullman per un concerto? Davvero, in un momento in cui un ministro della repubblica dichiara che le famiglie arcobaleno non esistono, le è sembrata una dichiarazione sensata, ben fatta, tempestiva e adeguata? Le do un consiglio, così, spicciolo: investire qualche euro su un buon social media manager e un ottimo ufficio stampa: magari la prossima volta farà dichiarazioni meno discutibili. Quanto a me, ho fatto spazio su Spotify.

[questo post è un augurio di rapidissima guarigione per laMate].

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It’s ok to be gay?

Due giorni fa, il 17 maggio, cadeva la giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: e io, ovviamente, non me lo ricordavo; la sveglia è suonata e io, come sempre furibonda e avvilita dal fatto che fosse già mattina, ho afferrato lo smartphone, ho ridotto al minimo l’illuminazione dello schermo per non svegliare la deliziosa creatura che russacchiava al mio fianco, ho attivato la connessione dati e ho iniziato a smistare email, a rispondere a richieste d’aiuto – non so come fare, sono sulla cima dell’Himalaya e ho dimenticato che il presidio social che inizia tra sette minuti toccava a me, chi mi sostituisce? – su molteplici chat diverse, a ipotizzare modifiche nel fitto calendario di impegni della giornata (qualcosa dovrà saltare, evito di pranzare o di fare il bucato? Posso fare a meno più agevolmente della doccia o della colazione? E se non bevessi acqua per tutta la giornata quanti minuti risparmierei, tra riempire il bicchiere e mandar giù? Un numero sufficiente per inserire, al posto della futile idratazione, la stesura di due comunicati stampa e sei email?). Ero ancora a letto, dicevo, e per rimandare ancora di una manciata di minuti il momento in cui avrei infilato i piedi nelle pantofole di pile – sì, di pile, a Palermo a maggio le temperature sono molto rigide – ho dato uno sguardo a Facebook: e lì, sulla bacheca di un gruppo dedicato ad amanti dei libri, ho intercettato il post che ha fatto definitivamente passare la giornata da mediocre a dimmerda. Un’amministratrice, armata di ottime intenzioni e scarse capacità comunicative, annunciava l’importante ricorrenza: e QUINDI augurava il buongiorno a TUTTI (il maiuscolo non è mio), gay compresi; lo faceva, con enorme spreco di melassa, parlando di “lei che ama lei, lui che ama lui” e via bellamente melenseggiando, ma il senso recondito del post era lì, evidente ai miei occhi come se fosse stato scritto al neon: oggi è il giorno blabla, quindi (nessuno di causalità) buongiorno a tutti; domani non è il giorno blabla, quindi buongiorno solo a qualcuno. Ho provato a fare presente il mio punto di vista, con pazienza man mano decrescente mentre venivo presa, nell’ordine, per paranoica, pignola, fissata e traumatizzata da chissà quale evento che ignoro. Di fatto, dopo mezz’ora avevo mentalmente mandato a farsi benedire l’intera pletora dei commentatori, con buona pace del mio sistema nervoso. Due giorni dopo, mentre sul gruppo in questione si è tornati ai soliti post stimolanti – voglio regalare un libro a un amico che odia leggere, che mi consigliate? Mi indicate un libro che parli di coleotteri estinti nell’antico Egitto e che sia scritto in seconda persona plurale? Quanti libri avete sul comodino? Guardate come sono bravo, ora recensisco il settantottesimo libro dell’anno -, io continuo a schiumare rabbia: perché non sopporto di non riuscire a farmi capire, e ancora meno di essere tacciata di paranoia.

In Italia, che lo si ammetta o meno, esiste un grave problema legato all’omofobia, e negarlo non aiuta nessuno; da anni vivo serena la mia vita, non ho mai fatto misteri, a scuola, all’università o al lavoro, sul mio orientamento sessuale; non penso di essere eccessivamente all’erta sull’argomento, ma sono anzi abituata ad ascoltare con un orecchio solo commenti vagamente sgradevoli o velatamente a disagio. Non temo per la mia vita e la mia incolumità, Palermo è una città solitamente accogliente (e, dove non lo è, è una città omertosa, in cui si preferisce fingere di non vedere quello che ci dispiace); l’omofobia che vivo sulla mia pelle non è quella, orrenda e omicida, di chi rischia di essere ucciso o malmenato, incarcerato o vilipeso perché gay; è però, la frase strisciante con cui un amico, su Facebook, si premura di dire, a commento di un post, che è etero MA che rispetta tutti, come se ci fosse da applaudire per questa enorme concessione. È quella della vicina di casa che dà per scontato che la mia bella e io siamo due studentesse universitarie attempate, piuttosto che due donne che hanno scelto di vivere insieme; è quella del conoscente a lavoro che mi dice, con tono di lode, che in me vede una persona e non una lesbica, forse perché ho i capelli lunghi, niente tatuaggi e non uso ruttare in pubblico. È quella di chi dice che è giusto che ognuno ami chi vuole, purché lo faccia con moderazione: e che, messo alle strette sul concetto di moderazione, si ritrova a blaterare di educazione e di non gridare, la notte, sotto le finestre altrui. È quella di chi ammicca e mi dice “ma tu le capisci le donne?”, come se io non lo fossi, o di chi dà per scontato che, in un gruppo di lavoro, sia ovvio assegnare a me i clienti visibilmente gay, perché io so trattare con loro. È quella delle battute su cetrioli e saponette che si incontrano costantemente sui social, quella dell’”a che vi serve il pride, ormai avete tutto”, quella di chi pensa che le unioni civili possano essere abolite, o che comunque non meritino spazio nella discussione politica, perché i diritti di noi gay non sono una priorità.

È quella che non mette in pericolo la mia vita o la mia incolumità, ma che comunque mi fa vivere male.

Causa ritmi di lavoro forsennati, in questi giorni sto leggendo poco e male; ho iniziato e non ancora terminato Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, preso per caso solo perché l’ho trovato in forte sconto; è la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di scuole medie, del loro amore per il calcio, delle piccole beghe tra loro, dell’amicizia che li lega. Simpatico, scorrevole ma abbastanza “vuoto”: una discreta prova stilista ma una lettura che non lascia molto.

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Il privato è pubblico?

gay-flagAlcuni mesi fa un brillante giovane che conosco – da-poco-quarantenne di bell’aspetto e piuttosto simpatico e attraente – mi ha confessato con una punta di imbarazzo che il suo compagno, molto-più-che-quarantenne con un buon lavoro autonomo, solide finanze, auto aziendale e un bel po’ di chili di troppo, con cui convive da cinque anni, non è dichiarato con la propria famiglia. I suoi genitori sono anziani, mi ha spiegato: lui è il figlio minore, ha sorelle e fratelli molto più grandi, ha preferito non dire nulla. E come fate, quando vi vedete?, ho chiesto io; Non ci vediamo, ha chiosato lui, e io ho intravisto, tra le sue parole sorridenti e finto-noncuranti, la sofferenza di essersi trasferito dall’altra parte d’Italia a Palermo, lasciando un impiego avviato e due genitori affettuosi, per poi passare il pranzo di Natale a mangiare da solo frittelle di ceci e pollo tandoori e riso in bianco presi al take-away indiano, mentre il suo compagno trangugia lasagne e polpettone e cassata fingendo di vivere da solo. Ho pensato agli assurdi contorsionismi, mentali e verbali, con cui il suo compagno è riuscito a tenere i suoi (tanti) familiari lontani dal suo appartamento: Oggi c’è molto disordine, e poi la casa è fredda, e poi preferisco invitarvi a cena fuori, si mangia meglio. Mi sono chiesta quanto possa essere disagevole e scomodo mentire per un’intera vita, e quanto possa essere umiliante essere l’oggetto della menzogna; ho provato, per loro, un mix di sentimenti che ho dovuto analizzare con calma: e dentro c’erano pena per la situazione, imbarazzo per come mi è stata raccontata, dolore per la loro sofferenza, indignazione verso questa famiglia che finge di non capire e molta rabbia: sì, anche rabbia, perché un ragazzino di sedici anni che si nasconde lo comprendo, un ventenne che dipende dai genitori e non si palesa lo comprendo, un venticinquenne che non ha ancora trovato una stabilità economica e affettiva e rimane in silenzio lo comprendo, ma un quarantenne che tiene il suo compagno nascosto per anni per paura di mettere in discussione il rapporto con i suoi genitori no, non lo comprendo affatto.

Senza entrare nel merito di esigenze particolari e situazioni personali, di coming out semplici e gioiosi e di altri dolorosi, strazianti, tragici, non posso non pensare che venire allo scoperto e vivere la propria omosessualità con semplicità e chiarezza sia un atto politico di straordinaria importanza, l’unico reale modo per sconfiggere l’ombra del tabù di cui ancora è ammantata, e che vorrei un’Italia piena di persone che non temono di tenere per mano il proprio partner, di chiamare Amore la propria fidanzata, di comunicare al proprio capo che No, domani non vengo, c’è la laurea della mia compagna. Che vorrei maggiore coraggio, soprattutto da chi corre rischi limitati: come, appunto, un cinquantenne che lavora, ha una casa propria e non teme di finire sbattuto fuori nella notte, con uno zainetto pieno di vestiti e nessuna idea su dove andarsi a rifugiare; o come tutti i personaggi pubblici che preferiscono ammiccare e lasciar intendere anziché parlare chiaramente, temendo di perdere qualche fan e non pensando di starne deludendo moltissimi altri. E che non si invochi, per favore, il diritto alla privacy, che sia sul luogo di lavoro, in famiglia o sul palcoscenico: perché non si tratta di raccontare al mondo cosa si fa in camera da letto, ma con chi si sceglie di condividere la vita: e non mi pare di aver mai visto un uomo eterosessuale che non dica al proprio datore di lavoro di essere sposato, o un cantante che neghi pubblicamente di avere dei figli, o un politico che si definisca single e poi svicoli quando gli si domanda della sua vita personale. Il privato è pubblico: o meglio, deve esserlo, almeno un po’: quanto basta a non scadere nel ridicolo, a non impelagarsi in assurde impalcature verbali per celare situazioni che non hanno nulla di scabroso, a vivere con serenità la propria vita.

Ah, e vi prego, si dice “coming out”, non “outing”; almeno questo.

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