Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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Meravigliosa Madrid.

A Madrid ci ero stata vent’anni fa, più o meno. Ricordavo soltanto strade ampie e bei palazzi, e poi una giornata intera, da sola, al Prado, e tortilla a tutte le ore e patate fritte, e un ascensore di cristallo e Guernica. Per questo, quando si è trattato di decidere dove passare le vacanze, ho proposto a Ste un viaggetto a Madrid. Ci sarà molto caldo, ci hanno detto tutti: C’è molto caldo anche a Palermo, abbiamo risposto, e siamo partite, armate di una Lonely Planet pocket a cui qualcuno aveva sottratto la cartina topografica, molte canottiere rivelatesi poi inutili e due paia di sandali scomodi a testa.

Non c’era affatto troppo caldo, a Madrid: abbiamo trovato, invece, fresco e vento e cielo azzurro. C’erano moltissime persone, invece: strade piene, marciapiedi zeppi, fila di ore al 100 Montaditos, tavolini all’esterno dei pub occupati ininterrottamente. Ma siamo state benissimo lo stesso: anche se abbiamo mangiato sempre al chiuso, o sulle panchine del Parque del Retiro, o su gradini e fazzoletti di prato e scalinate di chiese. Ci siamo cibate di ottime insalate e frittate e pesce fritto e hamburger e panini e riso nero con le seppie. Abbiamo mangiato dolci goduriosi a colazione, e Ste ha bevuto molti boccali di birra Cruzcampo a un euro e mezzo l’uno.

Abbiamo camminato moltissimo, siamo state al Prado e al Museo Reina Sofía e abbiamo percorso chilometri di strade, più o meno centrali, più o meno strette, più o meno punteggiate di negozi. Ci siamo riempite gli occhi e il cuore di migliaia di bandiere arcobaleno che garrivano dai balconi, e siamo rimaste piacevolmente colpite dalla grande quantità di uomini che si tengono per mano in pubblico e si baciano appassionatamente davanti ai portoni.

Madrid mi è sembrata molto più bella e imponente e allegra e fremente e pulita e gioiosa di come la ricordassi: una città in cui deve essere bello vivere, in cui la metropolitana passa ogni sei minuti fino alle due di notte ma non c’è nessuno come a Londra che corre, ti spintona e ti intima di stare a destra. Dove la gente è tranquilla e sorridente e i negozi aprono alle dieci, ma dove alle undici di sera il supermercato è ancora in piena efficienza. Dove l’orario per la colazione in albergo è dalle 9 alle 13, e alle otto e mezza del mattino la Puerta del Sol è praticamente deserta.

Una città in cui le indicazioni spesso sono poco chiare – l’aeroporto è pieno di gente che si aggira sconsolata cercando di capire dove recuperare i bagagli – ma le persone si sforzano di darti spiegazioni su quale treno prendere, a quale stazione scendere, come tenere la borsa per non incorrere in scippi. In cui un’anziana non esita a chiedere aiuto se non riesce ad attraversare una strada: e mi ringrazia per averle dato il braccio, ma mi guarda stranita e mi domanda se davvero la capisco, o se faccio soltanto inconsapevolmente di sì con la testa. In cui tutti i negozianti, anche i venditori ambulanti del Rastro, comprendono e parlano perfettamente inglese, e non esitano a cambiare immediatamente lingua se ti vedono in difficoltà.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid: le facciate dei palazzi e l’accessibilità per i disabili, la birra fresca a tutte le ore e i supermercati zeppi di tramezzini e insalate, Chueca e Malasaña e Lavapies e La Latina ma soprattutto Huertas, le librerie con Mafalda in vetrina, i quadri di Miró e le panchine a ogni angolo di strada, l’attenzione quieta e non isterica nei confronti dei senzatetto, il senso di sicurezza provato nel passeggiare di notte per strade sconosciute tenendo Ste per mano, le terrazze zeppe di piante, le absidi della Cattedrale, la luce fino a tardi.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid. Ci tornerei domani.

[In viaggio ho letto La concessione del telefono, uno dei pochissimi romanzi di Camilleri che avevo messo da parte molti anni fa. L’ho trovato delizioso, divertente e insolito, una delle migliori letture degli ultimi mesi].

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A te.

A te che ami il mare, la montagna, i paesini e le grandi città: e delle onde del mare hai la costanza e la tenacia e la resilienza, dei sentieri di montagna l’affidabilità, delle stradine di paese l’ombra rassicurante e buona e i sorrisi a ogni angolo, dei parchi di città la capacità di non arrenderti e far fiorire anche una striscia di cemento.

A te che preferisci tacere piuttosto che dire una parola di troppo: e che in una giornata dici poche parole, ma sono quelle giuste e non ne servono altre.

A te, che quando ho l’ansia mi abbracci molto forte. A te, che quando hai l’ansia non me lo dici per proteggermi.

A te che hai visto più film di quanti ne siano stati girati: e che ogni domenica mi fai impazzire per cercare un film che sia leggero ma non troppo, divertente ma non troppo, profondo ma non troppo, già visto ma non troppe volte, italiano ma anche straniero e antico ma appena uscito, in cui ci sia quell’attore lì che ha fatto quell’altro film con l’attrice che non mi ricordo, ma se fosse di Verdone sarebbe anche meglio.

A te che quando sorridi mi sciogli il cuore: e che quando sorridi non te ne accorgi sempre, ma a volte ti passa sul viso la luce di un pensiero felice e si lascia dietro una traccia di sorriso agli angoli della bocca, come un sapore dolcedelicato alla fine di un pezzo di pane.

A te, che hai idee chiare e belle e giuste, e non cerchi mai di imporle.

A te che ami la musica e quando suoni la chitarra sei più bella che mai: e intrecci le gambe e chini la testa di lato e non trovi il plettro e la chitarra è accordata male ma va bene lo stesso, e la tua voce è calda e avvolgente e calma.

A te che dici è squisito davanti a un piatto di pasta al pomodoro e che sei felice se a cena prendiamo il pollo arrosto; che non ti lamenti se invece del condizionatore abbiamo un ventilatore su un tavolino dell’ikea, e se il sabato sera mangiamo la pizza di Peco’s sui tavolini di plastica scoloriti.

A te che passi il pomeriggio da Mohamed senza battere ciglio, e gli vai a prendere il caffè e torni con il bicchierino bollente tra le mani; a te che lasci sempre a casa l’accendino, che d’inverno dimentichi la sciarpa e d’estate gli occhiali da sole.

A te che hai pazienza e fiducia, che sei puntuale e attenta, che sei curiosa ma non morbosa; a te che ascolti e non dai consigli, che sai sempre ribaltare il punto di vista, che dai una seconda occasione, e poi una terza e una quarta, anche a chi non meritava nemmeno la prima.

A te che hai attraversato tante difficoltà e le hai superate e messe da parte, ne hai tratto esperienza. A te che non pensavi che ce l’avresti fatta, e in vece ce l’hai fatta. A te che hai saputo sorridere nei momenti faticosi, per non spaventarmi, per non spaventarti.

A te che giochi con Nando e con Lorenzo con lo stesso entusiasmo.

A te che avresti accettato di prendere un criceto per farmi contenta, anche se a te i criceti non piacciono.

A te che quando ti annoi non lo fai pesare. A te che quando sei felice lo dici, perché la noia è contagiosa, ma anche la felicità lo è.

A te, che sei meravigliosa e brilli. Buon compleanno, amore mio.

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I gay da libro.

Da tempi immemori, cerco un libro in cui ci sia un personaggio – possibilmente non di contorno – gay; è abbastanza facile trovarne, lo so, ma io aspiro a qualcosa di più complicato: vorrei un libro in cui ci fosse un personaggio gay che NON FA IL GAY. Mi spiego meglio: vorrei un investigatore, o un ladro, o un cuoco o una guida alpina o un poeta maledetto, che fosse incidentalmente gay; mi va bene tutto: un assassino o una vittima, un cattivo o un buono, purché sia ANCHE gay e non SOLO gay. Qualcuno che cerchi di svelare una trama gialla, o subisca gli alterni scherzi del destino, o vada a fare un viaggio in moto attraverso l’America latina, e in più sia gay; come succede ai personaggi etero, per intenderci: che fanno tutto quel che devono, mangiano dormono investigano uccidono ridono o figliano, senza che si sottolinei ogni due righe il loro orientamento sessuale.
Nei libri, invece, di solito i gay non ci sono: o, se ci sono, fanno i gay.

Gli stereotipi sui gay sono duri a morire: nei libri ancor di più. Per questo, se in un romanzo c’è un uomo gay, sarà costantemente roso dal dolore di non poterne parlare con nessuno, pena il pubblico dileggio e lo stigma sociale: e piagnucolerà per millemila pagine perché non se la sente di far conoscere a suo padre il compagno, onde poi scoprire che il padre lo sapeva già da mo’, di avere un figlio gay, e non gliene importava molto. Se, invece, si tratta di una donna lesbica, dovrà ribadire ogni poche parole il suo essere austera e tutta d’un pezzo; indosserà solo salopette o giubbini di pelle, avrà una compagna ossessivamente gelosa e guiderà una moto di grossa cilindrata.

Se in un libro c’è un personaggio gay, questo avrà una situazione sentimentale tormentata; sarà, ovviamente, single o accoppiato. se sarà single, non sarà un uomo (o una donna) allegro e gaudente, no di certo: sarà un single lacrimoso e aulico che attribuirà la propria singletudine all’inconsueto orientamento sessuale e non al suo essere noioso e autoreferenziale e sempiternamente piangente. Se farà parte di una coppia, invece, si ritroverà immediatamente coinvolto in una crisi che lo porterà a mettere subito in dubbio il suo orientamento sessuale: per capirci, come se il commissario Montalbano, ogni volta che litiga con Livia, si chiedesse se per caso non è attratto dal brigadiere Fazio. Questo accadrà con maggior frequenza e intensità se il protagonista del libro è una donna: e lì potremo star certi che la nostra eroina finirà subito tra le braccia del maschietto più vicino, e con ogni probabilità concepirà a tappo un bambino.

Qualsiasi gay da libro si scontra sempre con un muro invalicabile di omofobia: e da qui pagine e pagine di lagne, dissertazioni e dialoghi poco credibili. Qualsiasi gay da libro ha colleghi, parenti e vicini di casa che lo maltrattano. Qualsiasi gay da libro ha amici che gli vogliono bene nonostante sia gay, e glielo dicono ogni sei parole. Qualsiasi gay da libro ha un servizio di tazzine comprato in Giappone, mentre qualsiasi lesbica da libro ha un casco integrale nero e un paio di anfibi, e non ha mai giocato con le bambole. Qualsiasi gay da libro ha una madre comprensiva ma silenziosa e un padre brusco e aggressivo, oppure assente. Qualsiasi gay da libro fa un mestiere in cui deve ribadire costantemente la sua virilità, sentendola costantemente messa in crisi, mentre qualsiasi lesbica da libro deve fare un lavoro “da uomo”. Qualsiasi gay da libro è colto e preparato, legge molto e parla con proprietà. Qualsiasi gay da libro si fa la doccia ogni poche pagine.
Sono stanca dei gay da libro. Vorrei un libro con dei gay veri.

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Quando Ste non c’è.

Non capita molto spesso, che Ste non ci sia: perché lei, come me, è abitudinaria e pantofolaia e pericolosamente tendente all’accidia, e quindi di solito è a casa, e se non c’è è a fare la spesa o al lavoro o con me da Mohamed, a prendere raffiche di vento in faccia e coccolare i gatti, o è fuori con la sua amica Shane ma tanto per cena torna, e prepara il pollo con le patate al forno e la salsa di yogurt. Ma ci sono rare volte in cui Ste non c’è, perché è al matrimonio di suo cugino in Francia o a un master a Roma: e allora io sono un po’ triste.

Quando Ste non c’è, di solito sento freddo: perché io sento freddo sempre, ma in maniera particolare quando mi sento sola o sono stanca o devo lavorare fino a tardi e non c’è nessuno che mi prepari la tisana. Di notte, poi, sento freddissimo: anche se è maggio e sul letto c’è il piumone e io ho ancora su il pigiama pesante che indossavo a Natale.

Quando Ste non c’è, vorrei approfittarne per fare cose che non faccio quando lei è qui, tipo portare a spasso Nando, uscire per comprare le scarpe per il matrimonio di mia cugina, andare a riprendere mia madre al coro o stare sveglia fino a tardi a vedere vecchie puntate di Scrubs: ma ogni volta che lei non c’è io devo sempre lavorare fino a tardi, o andare a una riunione che dura parecchie ore, e Nando è scontroso e bisbetico e al coro finiscono prima e io non faccio in tempo ad arrivare per sentirli cantare, e sono frustrata e metto il muso per interi quarti d’ora.

Quando Ste non c’è, non vado da Mohamed e mi sento in colpa: ma, senza di lei che va a prendere il caffè al bar e smussa le spigolosità del carattere di Mohamed e si mette in mezzo quando battibecchiamo, un pomeriggio dal mio malmostoso del cuore rischia di diventare un duro braccio di ferro, e io sono stanca e c’è molto vento e preferisco che lui vada al dormitorio, e se sa che lo andrò a trovare non ci va; e quindi so che è meglio così, ma mi sento a disagio lo stesso.

Quando Ste non c’è, a cena mangio la pastina col formaggino: perché mi piace molto e a lei no, e così posso trangugiarla tranquillamente e poi lavare solo un pentolino e un piatto e un cucchiaio e rimettere tutto a posto in breve tempo, come si addice al mio carattere ossessivo e bisognoso di ordine e controllo.

Quando Ste non c’è, la mattina mi sveglio presto: perché ho dormito male e ho sentito freddo per tutta la notte, e quindi sono in piedi molto prima del solito, e ne approfitto per annaffiare le piante e ritirare il bucato e spazzare la cucina e perdo la cognizione del tempo, e arrivo in ufficio scandalosamente in ritardo.

Quando Ste non c’è, la casa sembra parecchio grande e vuota: e io mi aggiro con aria contrita e mi chiedo che ce ne dobbiamo fare di tutto questo spazio, e se non sarebbe stato meglio vivere in una casa più piccola, anche se in realtà la nostra casa non è così grande, affatto.

Quando Ste non c’è, tutti sanno che sarò sola: e allora le amiche lontane mi mandano messaggi vocali e mi chiedono come me la cavo, le colleghe mi consigliano di consolarmi con cibi succulenti e mia madre tenta di convincermi a dormire a casa loro, perché che fai tutta sola lì, dormi qui così possiamo chiacchierare fino a tardi; ma quello che era il mio letto è ormai il letto di Nando, e lui non sarebbe felice di farmi un po’ di posto, e poi non ho neanche un cambio e mi serve il mio computer e poi devo lavorare, e quindi rispondo che no grazie, stai tranquilla, torno a casa mia.

Quando Ste non c’è mi annoio molto, perché io mi diverto quai solo con lei. Per fortuna stasera torna.

[La foto è di Ste].

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Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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Che forma ha l’amore?

39221257_10214917642727322_5961484288397410304_nSe mi chiedessero di disegnare l’amore, saprei subito che forma dargli.

L’amore ha la forma di una persona che fa le parole crociate per ore appollaiata scomodamente su una sedia in cucina: perché qui c’è l’unico tavolo della casa e io devo lavorare e lei non vuole lasciarmi sola. È bianco, l’amore.

L’amore ha la forma di una lampada accesa di notte: perché io sono in cucina a lavorare, e lei è a letto, ma dorme con un occhio solo per aspettarmi. È viola e sa di bucato, l’amore.

L’amore ha la forma di una persona che cena alle 23 senza lamentarsi, perché le ho detto alle 20 che tra un quarto d’ora finisco e lei non vuole farmi fretta. È grigio, l’amore.

L’amore ha la forma di una scatola di pillole lasciata sul tavolo perché non me le dimentichi, e di un mazzo di fiori per l’onomastico; ha la forma di un albero di limoni che presto farà di nuovo i frutti. È verde e agrumato, l’amore.

L’amore ha la forma di un paio di piedi che riscaldano i miei ogni sera, e di una mano che stringe la mia ogni volta che varchiamo la porta di casa. Ha la forma di un sorriso che illumina gli occhi. È di luce e d’argento, l’amore.

L’amore ha la forma del bucato piegato ogni mercoledì sera, di un messaggino con un cuore in una giornata stancante, di una tisana tiepida il pomeriggio. Ha la forma della domenica mattina, per le strade del centro. È caldo e profumato, l’amore.

L’amore ha la forma della spesa ogni lunedì pomeriggio; ha la forma del Che buono! anche se ho preparato solo una pasta col sugo. Ha la forma di una frittata di patate con tante patate dentro. È giallo e dorato e rotondo, l’amore.

L’amore ha la forma di una serie tv, la sera: anche se io pedalo sulla cyclette e lei sta seduta sul divano davanti a me, e sopporta il rumore senza lamentarsi. È rapido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la forma di due bagni a mare, quest’estate: due giornate organizzate per farmi divertire e rilassare, per rendermi felice. È azzurro e fresco, l’amore.

L’amore ha la forma della pizza del sabato sera, al nostro solito tavolo della nostra solita pizzeria: perché non abbiamo molti soldi, e lì la pizza è buona e anche se siamo sedute a una tavolino di plastica sbiadito in una strada tristanzuola di periferia per lei va bene lo stesso. È bollente e sano e riempie la pancia, l’amore.

L’amore ha la forma dello smalto alle unghie, delle mani curate, di una carezza sul viso. È rosso scuro, l’amore.

L’amore ha la forma di una settimana di stress e assenza e molti mesi di nervosismo e stanchezza, di cattive risposte e fretta: e di molti sorrisi a stemperare l’ansia, perché il suo sorriso è l’unica medicina che funzioni, per me. È dolce e paziente, l’amore.

L’amore ha la forma di un bacio al risveglio, delle sue pantofole accanto al letto; del pettine di legno sul bordo della vasca, della tazza rossa sul tavolo al mattino. È abitudinario, l’amore.

L’amore ha la forma della sua voce allegra, di quando mi chiama Bimba o grida evviva!, ha la forma dell’albero di Natale e dei regali e dei biglietti sui regali; della decorazione sulla porta a cui tengo tanto. È morbido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la sua forma, e io dopo tutti questi anni ancora non ci credo.

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Fieri ogni giorno (ma a volte un po’ di più).

La scorsa settimana c’è stato il Pride a Palermo. Io c’ero, immusonita e triste: pioveva molto e la mia bella era a casa, dolorante e sudata, vittima di una potente colica biliare. Mi sono rifugiata nel camper di Mohamed, nell’attesa che spiovesse, con i cani e le gattine e Mohamed e un suo amico sconosciuto, e i soliti sacchetti di cibo e borse di vestiti e misteriosi oggetti conservati per un possibile uso futuro. Alle cinque la parata è iniziata, alle otto eravamo al Teatro Massimo, alle nove ero a casa. In mezzo ci sono state le solite cose: musica trash, splendide drag queen truccate con cura, migliaia di persone sorridenti e allegre, adesivi rainbow, qualche cartello divertente, qualche faccia perplessa che scrutava dai marciapiedi, il trenino delle Famiglie Arcobaleno pieno di bambini contenti, qualche bandiera, un’atmosfera generale di gaia spensieratezza. Tolto il mio umore da basset-hound con le zecche, tutto praticamente perfetto. Praticamente.

Praticamente, ecco, perché io non sono mai contenta, e tendo a lagnarmi con frequenza: e, per esempio, inizio col chiedermi perché la manifestazione si chiami Palermo Pride, e non Gay Pride (di Palermo), o Lgbt+ Pride (di Palermo). Di cosa siamo fieri, esattamente, mentre sfiliamo per le strade della città cantando Supercafone? Di essere palermitani, di vivere a Palermo? Non lo so: io amo la mia città e ne sono molto fiera, ma sabato scorso stavo ribadendo la mia fierezza di essere lesbica, non di vivere nel capoluogo siciliano; eravamo, la maggior parte di noi, lì in quanto appartenenti alla comunità lgbt+: e allora mi piacerebbe che questo, da qualche parte, spuntasse. Dare un nome alle cose è fondamentale, e se faccio la sagra della porchetta non la chiamo Sagra del Lazio o Fiera delle margherite, ecco. Quello che non si nomina non esiste, o esiste molto poco, e io voglio esistere.

Di sera ho incrociato un post su Facebook, dove veniva mostrato un video del sinnaco Ollando, padre buono di Palermo, politico che stimo e apprezzo; la didascalia recitava “Ormai da anni il Palermo pride non è più il “Gay pride”. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani,dei lavoratori. Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo”. Ecco, questa frase condensa il fastidio, il disagio, il senso di frizione che ho provato sabato: il senso di uno snaturamento. È giusto, è sacrosanto, è bello e sano manifestare per i diritti di tutti; solo, facciamo una manifestazione ad hoc: e io ci andrò, lo giuro. Ma al Pride vorrei che si parlasse di gay, di lesbiche, di bisessuali, di transgender; di Gpa, di stepchild adoption, di matrimonio egualitario, di legge contro l’omofobia; di figli di coppie omogenitoriali ancora senza diritti, di bullismo omofobico sul lavoro e nelle scuole, di transfobia. Altrimenti facciamo la festa dell’Unità, o un corteo per i diritti civili, o qualsiasi altra cosa: ma quella di sabato scorso doveva essere una manifestazione per i diritti e la tutela della comunità lgbt+, non una generica manifestazione di sinistra (perché, per qualcuno è necessario ribadirlo, i valori dell’accoglienza, dell’eguaglianza, della giustizia sociale sono valori profondamente di sinistra). Mi sembra un controsenso enorme, quasi un cortocircuito mentale: facciamo una manifestazione per esserci in quanto gay, lesbiche, bisex e transgender, e poi di fatto non ci siamo. La corsa a voler ribadire che il pride non è “degli omosessuali” ma di tutti mi sembra un’ipocrisia, l’ennesima volta in cui siamo costretti a scomparire: come scompariamo dai necrologi sui giornali (non ho mai letto “Morto Mario Rossi, lo piange il compagno Luigi Bianchi”), dalle trasmissioni telesivise (avete mai sentito, in un qualsiasi programma della tv generalista, “Questo è il concorrente Mario Rossi, accompagnato dal marito Luigi Bianchi”?), dai libri (in cui i gay fanno solo i gay e non sono quasi mai connotati in altro modo, non sono mai benzinai o tassisti o commendatori, ma solo gay, macchiette destinate a una vita di dolore o a concepire figli non desiderati in una notte di ebrezza), dalla vita comune. Io voglio esserci: e voglio, pretendo, che almeno una volta l’anno si parli di me, e non mi si metta sotto l’ombrello di mille altre istanze, tutte correttissime e ineccepibili, ma fuori luogo in quel contesto.

Mi sembra che i pride abbiano perso il potere dirompente, esplosivo di un tempo; ho visto pochi cartelli, poche scritte, poche persone con abbigliamenti inconsueti: e mi sembra, ecco, che ci stiamo appiattendo, ci stiamo eteronormando, come se non volessimo farci notare, come se dovessimo scusarci. Ho letto migliaia di post che recitavano “c’erano anche i bambini, le persone discinte o bizzarre erano poche”: come se volessimo dire che noi non siamo quelli che danno scandalo, siamo gli impiegati in tailleur o in cravatta, i vicini di casa che ti danno una tazza di zucchero se gliela chiedi; non giriamo col culo di fuori, non diamo fastidio, stiamo tranquilli e buoni. Ma io tranquilla e buona non sono stata mai, e scendo in piazza anche e soprattutto per ribadire il diritto di tutti noi di essere come siamo e come vogliamo: anche bizzarri, anche discinti, anche trasgressivi, coi boa di piume o la salopette di jeans, con gli occhi bistrati o i capelli rasati; non dentro gli schemi, non dentro le righe.

Nota a mrgine: le madrini del pride di quest’anno sono state Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia; ora, con tutta la stima per una grande fotografa, qual è il suo legame con la comunità lgbt+? Continuo a chiedermelo.

[Ovviamente, la mia stima per chi si è fatto in quattro per organizzare la manifestazione è enorme e imperitura: hanno fatto un ottimo lavoro, su questo non ci sono dubbi].

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