In frittata we trust.

Il mio amico Massi dice che non parlo di frittate su questo blog da troppo tempo: e io, per dimostrargli che non è vero, ho deciso che oggi parlerò solo di questo, con buona pace della mia dieta, del colesterolo, dei cultori dell’alta cucina e dei vegani.

Nella mia famiglia, quando ero piccola, c’era una marcata distinzione tra le cose “da grandi” e quelle “da bambini”. I grandi potevano bere attaccandosi alla bottiglia, dire parolacce, scegliere di non andare alla spiaggia o di non mangiare la cotoletta, avere il gelato al caffè per merenda, camminare in giro per casa senza pantofole, fare la doccia e lasciare i capelli bagnati, guardare Giochi senza frontiere fino alla fine della puntata. I bambini, invece, non potevano fare tutte quelle cose lì, ma in cambio ci era concesso di mangiare il budino al cioccolato a metà mattina, guardare la tv a letto la domenica, fare i tuffi dal pedalò, tornare dal mare in calzoncini e costume senza mettere la maglietta, andare a prendere il pane in bicicletta, guardare Non è la Rai.

Una cosa prettamente da adulti – e che io, in quanto tale, ammiravo moltissimo – era mangiare la frittata di maccheroni. In realtà, penso che questo divieto nasca da un enorme malinteso: la frittata di maccheroni a noi non era realmente preclusa; solo, veniva preparata con gli avanzi della pasta (spaghetti, che venivano cotti in abbondanza solo a quello scopo) per chi aveva fatto molto tardi e mangiava dopo, quando tutti gli altri avevano finito. E dato che ad arrivare in ritardo e mangiare dopo non ero mai io, che tornavo da scuola con lo scuolabus e che ho fatto tardi solo una volta perché ci avevano portati tutti in commissariato, non io, dicevo, ma solitamente mio padre, che smontava dal turno di guardia nel primo pomeriggio e ci raggiungeva quando i grandi erano al caffè e noi bambini stavamo già faacendo i compiti, era a lui che veniva fritta in padella la pasta, amalgamata con un uovo e una buona spolverata di parmigiano e girata dalla nonna con un rapido colpo di polso, ooop!, come adesso faccio io. Lo invidiavo biecamente, per la frittata, che era molto più gustosa e succulenta del nostro piatto di pasta, e perché mangiava da solo e tutti gli stavano intorno e gli domandavano del lavoro e gli chiedevano se era stanco e se voleva altra acqua, la frutta, un poco di insalata, e gli portavano via il piatto per non farlo alzare perché aveva detto prima che sì, era molto stanco.

A noi bambini la frittata di maccheroni veniva proposta in un’unica occasione: quando andavamo in gita e, al posto dei panini, veniva preparata una frittata tonda e alta che ci veniva messa nello zainetto, tagliata in quarti, avvolta nella stagnola, accanto alla borraccia, alla mela e al ciocorì. Mi piaceva un sacco.

Ad oggi, la frittata è, insieme alla pizza e alle barrette lindt al latte e caramello che mi compra Ste, il mio comfort food per eccellenza. Un buon bocconcino di rimacinato, farcito con un’ottima frittata, ben condita e profumata di basilico e maggiorana, è il mio personale antidoto all’inverno, al freddo, al troppo lavoro, alle persone che mi riversano addosso insoddisfazioni e negatività, al mal di piedi e al pessimo umore. God bless frittata.

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Regole di buon vicinato, ovvero della vicinainvadente e dei vicinidistratti.

Ormai alcuni anni fa, Ste ed io siamo venute a stare in questa casa; alla firma del contratto, la simpatica vecchietta che ce l’ha affittata ci ha dato un mazzo di chiavi: Mi dispiace, ha detto, manca quella del cancelletto blindato che c’è sul pianerottolo, temo di averla persa, chiedete ai dirimpettai se ve ne prestano una per fare la copia. Con perplessità e scarsa convinzione, ma consce del fatto che non ci fosse altro modo, il pomeriggio stesso abbiamo bussato alla porta accanto alla nostra. Scalpiccii, musica in sottofondo, una voce stonata che cantava al karaoke; non ha aperto nessuno – avremmo poi imparato che è un tratto distintivo dei nostri vicinidistratti, non aprire mai. Allora, sempre più scoraggiate, abbiamo suonato il campanello della terza porta del pianerottolo: col senno di poi, sarebbe stato meglio evitare.

La tipa che ci ha aperto ha iniziato immediatamente a gridare: eravamo forse delle ladre? O, ancor peggio, degli stupratori sotto mentite spoglie femminili? Eravamo zingare, o addirittura extracomunitarie? Come poteva fidarsi di noi e darci la chiave? A poco sono serviti i nostri tentativi di mostrarle il contratto di affitto, farla parlare con la padrona di casa, indicare l’altro mazzo di chiavi che avevamo in mano (Vede, signora? È casa nostra!): per persuaderla abbiamo usato tutte le nostre doti di pazienza e carisma, un’intera gamma di facce ingenue e occhioni da Bambi e almeno quaranta minuti di suppliche. Alla fine, con la mano del Signore e un attimo prima che scoppiassi in lacrime, ha deciso di fidarsi di noi. Da quel momento, la vicina è diventata parte integrante del nostro ménage familiare.

In cinque anni di frequentazione, vicinainvadente ha bussato al nostro campanello almeno 1500 volte; mi ha telefonato – preferibilmente la mattina, quando sono in ufficio – non meno di dieci volte: e ogni volta non ha creduto al fatto che non fossi a casa, e ha continuato con insistenza a chiedermi di aprirle, per favore. Ci ha chiesto di fare di tutto: dal cancellarle i messaggi dal cellulare al chiamare il suo gestore telefonico per segnalare un guasto, dall’applicare cerotti contro il mal di schiena all’aprire un pacco di pasta particolarmente ostico. Ci ha fatto telefonare a sua madre, a suo fratello, al serrandista e all’avvocato, ha inveito contro gli altri vicini, contro i politici, contro i suoi parenti e contro il padreterno in tutte le lingue conosciute e un paio inventate sul momento. Ha avuto crisi d’ansia e attacchi di panico, e raffreddori e una volta anche la bronchite: e ogni volta ha ritenuto il nostro parere più affidabile di quello del suo medico di famiglia. Ha definito con accuratezza i raggi di azione mio e di Ste nei suoi confronti: io sono l’uomo di fatica, e vengo chiamata per sbloccare la caldaia o sistemare l’anta dell’armadietto che cigola; Ste, invece, in qualità di quasi-medico (è psicologa, che per vicinainvadente è comunque una professione medica) deve sovrintendere alla somministrazione di antibiotici e antidolorifici e viene chiamata per missioni “di concetto” come decidere se la posologia delle gocce di valeriana consigliata dal farmacista è corretta.

Usa un metodo subdolo ma efficace per evitare che, esasperate dalla terza chiamata del pomeriggio, fingiamo di non sentire il campanello: attende di vederci rientrare da fuori, acquattata dietro lo spioncino della porta, e non appena entriamo in casa ci balza al collo con le zanne in evidenza.

Durante le scorse feste ci ha regalato una grossa stella di Natale: un pensiero gradevole, immediatamente vanificato da una scena madre contro Ste che, colpevole di non poterla accompagnare a fare dei servizi, è stata accusata di essere egoista e poco propensa al supporto. Una parte di me, alla notizia del litigio, ha gioito: pensavo che ci avrebbe tenuto il muso per qualche settimana; macché: il giorno dopo mi ha chiamata per svitarle il tappo di una confezione di mascara. Neanche l’offesa ci ha potuto: siamo le sue vicine preferite, e dobbiamo onorare questo ruolo ogni giorno; che fatica, però.

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Una topolina grigia nella nostra vita.

Per Natale ho ricevuto il regalo che più desideravo in assoluto: una meravigliosa criceta di nome Anastasia Steele, detta Ana, #cinquantasfumatureditopo, affettuosamente chiamata Topola. È grigia, ovviamente: una manopolina di pelo dalla pancina candida che stazza quaranta grammi a dir tanto, col nasino rosa e due robusti dentini con cui ama mozzicarci le dita. Ha tre mesi circa, Topola, e ha passato i primi venti giorni a casa nostra da reclusa, ché Ste l’aveva presa in negozio ben prima di Natale e ha pensato bene di occultarla in una stanza che mi è stata interdetta per settimane. La maggior parte delle persone che ci conoscono sapeva dell’esistenza di Ana ben prima di me: lo sapeva Mirella, lo sapeva la Fra’, lo sapevano Massi e Ale, che sono stati prontamente eletti a esperti-di-roditori di fiducia e che venivano subissati di foto e video della piccola; lo sapevano i genitori di Ste, e anche i miei, a cui lo aveva detto Stella, la ragazza che ci aiuta con le pulizie e che aveva misteriosamente comunicato a mia madre Hanno scatola piuttosto grande, e dentro c’è topo. Io avrei potuto intuire l’esistenza di un criceto sotto il nostro tetto, ma ho scelto di non sbirciare, non fare caso ai rumori, non provare a indovinare: volevo che fosse una sorpresa, e accidenti se lo è stata.

Come dovrebbe essere la regola per i criceti domestici, Ana vive in una gabbia parecchio grande e articolata: meglio, in un sistema di gabbie che abbiamo acquistato e poi collegato con appositi tubi di plastica modulari, in un pomeriggio di ansia e panico in cui Ste teneva la topolina in mano, facendosi rosicchiare i polsini del maglione e cercando di evitare di farla fuggire dietro la libreria, mentre io mi sforzavo di incastrare i cilindretti trasparenti in modo da rendere pratico e intuitivo il passaggio tra le gabbie. Di fatto, Ana ha a disposizione il corrispettivo murino di una villa hollywoodiana, da cui detesta essere tirata fuori: e dato che ha prontamente intuito che prelevarla da Gabbia 3 è scomodo e che di solito riesce a nascondersi abbastanza bene tra i trucioli che ricoprono il pavimento del cubicolo, ha imparato a lanciarsi in picchiata giù per il tubo che collega Gabbia 2 e Gabbia 3 non appena mi sente avvicinare. Quando arriva giù e mi guarda con aria trionfante, sono sicura di sentirle mormorare Tana liberi tutti, ma forse è la mia immaginazione.

Come tutti i criceti, Topola è curiosa e attenta, dorme per buona parte della giornata e corre sulle ruote – ne ha tre, più una speciale, sferica, sul tetto di Gabbia 1 – dalle 22 alle 8 del mattino; riesce a stare lontana dalla nostra vista, nascosta nella sua casetta-rifugio, anche per dieci ore di seguito, ma basta avvicinarsi con la scatola del cibo per vederla comparire, intenta a sbadigliare e stiracchiarsi. Si spaventa dei rumori forti, detesta che le si tocchi il dorso ed ha una spiccata predilezione per le arachidi, che seleziona accuratamente dalla pappa a base di semi misti che le propiniamo; non ama – e scarta regolarmente – i semi di segale, forse pensando che alla fine, per non buttarli via, li mangerò io. Per stimolare la sua abilità, abbiamo inserito nella gabbia delle scalette di legno: e Ana, che sicuramente non iscriveremo al corso avanzato di informatica, non ha ancora capito come utilizzarle, per cui si sforza di arrampicarsi sul lato della scala, perfettamente verticale e per lei piuttosto alto, invece di utilizzare il declivio. È buffa e tenera, va pazza per i pezzetti di mela, ha un pelo sofficissimo e delle zampine piccine con cui, quando vuole (ovvero molto raramente) mi sale delicatamente sulla mano. Sono letteralmente pazza di lei.

Una settimana fa ho raccontato a Mohamed della nostra criceta; è stato molto contento, ha annuito più volte e chiesto di vedere foto e video, lui ama tutti gli animali di un amore sviscerato e assoluto. Poi ci ha chiesto il nome, noi abbiamo esclamato in coro Anastasia!, e lui ha fatto una faccia perplessa e ha detto Bah. Secondo lui non è un nome tipicamente da topolina. Sarà.

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La magia del Natale.

Quando ero piccola, i miei genitori lavoravano su turni, fuori città, a un paio d’ore di macchina da casa, in gelidi paesini sulle Madonie che contavano qualche centinaio di abitanti, molte pecore, un emporio che vendeva tutto, gomitoli di lana carne in scatola quaderni a righe, una chiesetta e, al più, una bettola dove mangiare carne arrosto e pasta col sugo di salsiccia. Erano quasi sempre fuori, i miei genitori, il giorno di Natale: e quindi, a casa nostra, i regali si aprivano in date random, il 22 o 23 dicembre, di solito; era piacevole concordare insieme quando farlo, e non mi sono mai chiesta, da bambina, come mai Babbo Natale arrivasse a casa nostra prima che dagli altri: perché a Babbo Natale non ho mai creduto. In questi giorni leggo sui social un profluvio di post in cui ci si lagna perché i figli, ormai abbondantemente in età da scuole elementari, hanno scoperto, spiando i movimenti dei genitori o su suggerimento di compagnetti di classe più scafati, che non esiste alcuna creatura sovrannaturale, in preoccupante sovrappeso e che veste discutibili panni rossi, intenta a consegnare regali ai bambini di tutto il mondo. Leggo di carote lasciate sul tavolo di cucina per le renne, di bicchieri di latte e biscotti preparati sul davanzale, di impronte create ad hoc con la farina per simulare la neve; soprattutto, leggo di genitori stupiti e dispiaciuti perché ragazzini di dieci-undici anni hanno perso “la magia del Natale”, e mi chiedo come davvero, davvero!, siano riusciti a non scivolare nella consapevolezza molto prima. Come hanno fatto a ignorare le evidenti incongruenze? Posso capire a quattro anni, ma a otto, a dodici, come hanno fatto? Hanno scelto di crederci lo stesso, o hanno finto solo per non deludere i genitori? E i genitori, perché ci tenevano tanto a mantenere viva l’illusione? Un Natale senza Babbo Natale è meno magico?

Io ricordo molto bene quanto mi piacesse ricevere regali, a Natale (mi piace moltissimo ancora ora!): e mi piaceva e quasi commuoveva pensare ai miei genitori che, tra una trasferta e l’altra, mentre smontavano le catene e riponevano i maglioni pesanti, trovavano il tempo per scegliere e comprare e incartare i regali per me. Mi piaceva vedere i pacchetti che si accumulavano sotto l’abero, provare a scuoterli per capire cosa ci fosse dentro. Mi piaceva, quando sono stata più grandetta, tenere da parte i soldi della paghetta per comprare i regali per gli altri: perché nella mia famiglia si usava che anche i bambini facessero i regali a tutti, adulti compresi. Ed era bello sceglierli insieme: erano pensierini molto piccoli, proporzionati al nostro potere d’acquisto, eppure sensati; erano la matita per le parole crociate per la nonna: ma una matita speciale, comprata nella cartoleria vicino alla scuola, con i fiorellini disegnati e la gomma, così se la nonna sbagliava poteva correggere senza impataccare il giornale. Erano i gessetti colorati per mia cugina, e un accendino per il nonno, sapientemente decorato da me con i pennarelli per renderlo meno minaccioso – l’accendino, ché il nonno non mi faceva paura. Era il posacenere di das che mio zio usa ancora, e che tiene sul mobiletto a ribaltina in ingresso. Era una macchinina per mio cugino, con la promessa di giocarci insieme e di non rompergliela, per una volta. Era quella, per me, la magia del Natale: non uno sconosciuto che mi porta dei giocattoli per premiarmi se sono stata buona, ma i genitori e i nonni che li scelgono per me, senza letterine e richieste, perché mi conoscono e sanno cosa desidero; era uscire con mio padre, nel freddo di dicembre, per scegliere undici regalini e incartarli uno per uno, e poi vedere la nonna, per il resto dell’anno, che preparava il pranzo usando l’accendigas che le avevo regalato io, e sorrideva ogni volta.

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Pranzi in famiglia (Natale edition).

Domenica scorsa era l’otto dicembre, e Ste ed io siamo state invitate al consueto pranzo di famiglia a casa di mia zia. Noi siamo tradizionaliste e appassionate di riunioni familiari e occasioni conviviali e quindi ci siamo allicchittate ben benino, abbiamo scelto gli orecchini e spazzolato energicamente i capelli, abbiamo recuperato mia madre in chiesa e mio padre al panificio, convinto Nando a restare a casa senza odiarci troppo, e ci siamo presentate sorridenti e di buon umore dagli zii.

C’era la pasta con i funghi, domenica scorsa, e la carne e le patate al forno e lo sformato di spinaci che avevo portato per contribuire alle libagioni e assicurarci qualcosa di sicuramente commestibile – mia zia ha molti pregi ma non è una gran cuoca; c’era una torta a cui mio nipote Ludovico ha asportato tutte le fragole prima che riuscissimo a fermarlo, e la macedonia in cui suo fratello Lorenzo ha affondato il cucchiaino, per poi tirarlo via e fare schizzare succo d’arancia ovunque e afferrarmi risolutamente per mano per portarmi nella stanza dei bambini, dove voleva mostrarmi un’imperdibile lotta tra un dinosauro di plastica e una pecorella del presepe. La giornata si è trascinata lenta e sonnacchiosa, come sempre i giorni di festa: abbiamo bevuto il caffè, montato un aereo con i Lego, preso un altro po’ di dolce, consolato Lorenzo perché Ludovico aveva rotto l’aereo lanciandolo sull’albero di Natale, portato in cucina i piatti, assistito a una gara tra macchinine sul pavimento del corridoio.

Chiacchieravamo, intanto: e mia zia ci ha comunicato che un loro conoscente aveva speso duecento euro per un pranzo-degustazione in un rinomato locale del Nord Italia. Da qui è nata una oziosa discussione sul fatto che sia corretto o meno pagare tanto per un pranzo: che, dal mio punto di vista, per quanto ben cucinato e studiato e composto da materie prime di ottima qualità è pur sempre un pasto, suvvia; va bene non pagare cinque euro come da donna Ciccina ‘a Lorda, ma neanche far fuori mezzo stipendio per pranzare in due mi sembra che abbia senso. La polemica è andata avanti per un po’: mia cugina e il marito avanzavano al grido di È giusto pagare così tanto perché un pranzo così non è un pasto ma un’esperienza sensoriale, noi ribattevamo con Anche ascoltare un concerto è un’esperienza sensoriale e ha costi molto più sensati. Un pasto può essere un’opera d’arte?, è stato chiesto da qualcuno: e non siamo riusciti a trovare una risposta soddisfacente alla domanda, ma secondo me non è questo il punto. Il punto è che paghi duecento euro non solo perché il pranzo li vale, perché il sale è raccolto sull’Himalaya e gli ortaggi sono stati coltivati da monaci che hanno fatto il voto del silenzio, ma per l’esclusività della situazione: paghi una cifra spropositata, e non tutti possono o vogliono farlo, e quindi tu fai parte del gotha che può partecipare di questa esperienza. E questo – l’esclusività, l’acquisire valore nel tenere fuori qualcuno – è quanto di più lontano esista, per me, dall’arte.

Ne discutevamo parecchio accalorati, i toni rischiavano di trascendere: ma Lisa, che ha un anno e mezzo e i codini e indossa sempre abitini con trine e pizzi ha esclamato Pipì!, e Ludovico ha comunicato che lui, invece, aveva fatto la cacca, e poi Lorenzo mi ha detto Mi annoio, torniamo a giocare con le costruzioni?, e quindi bon, discussione conclusa, abbiamo montato uno splendido canadair con i Lego e lo abbiamo fatto volare per buona parte del pomeriggio.

Non vedo l’ora che sia Natale.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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A te.

A te che ami il mare, la montagna, i paesini e le grandi città: e delle onde del mare hai la costanza e la tenacia e la resilienza, dei sentieri di montagna l’affidabilità, delle stradine di paese l’ombra rassicurante e buona e i sorrisi a ogni angolo, dei parchi di città la capacità di non arrenderti e far fiorire anche una striscia di cemento.

A te che preferisci tacere piuttosto che dire una parola di troppo: e che in una giornata dici poche parole, ma sono quelle giuste e non ne servono altre.

A te, che quando ho l’ansia mi abbracci molto forte. A te, che quando hai l’ansia non me lo dici per proteggermi.

A te che hai visto più film di quanti ne siano stati girati: e che ogni domenica mi fai impazzire per cercare un film che sia leggero ma non troppo, divertente ma non troppo, profondo ma non troppo, già visto ma non troppe volte, italiano ma anche straniero e antico ma appena uscito, in cui ci sia quell’attore lì che ha fatto quell’altro film con l’attrice che non mi ricordo, ma se fosse di Verdone sarebbe anche meglio.

A te che quando sorridi mi sciogli il cuore: e che quando sorridi non te ne accorgi sempre, ma a volte ti passa sul viso la luce di un pensiero felice e si lascia dietro una traccia di sorriso agli angoli della bocca, come un sapore dolcedelicato alla fine di un pezzo di pane.

A te, che hai idee chiare e belle e giuste, e non cerchi mai di imporle.

A te che ami la musica e quando suoni la chitarra sei più bella che mai: e intrecci le gambe e chini la testa di lato e non trovi il plettro e la chitarra è accordata male ma va bene lo stesso, e la tua voce è calda e avvolgente e calma.

A te che dici è squisito davanti a un piatto di pasta al pomodoro e che sei felice se a cena prendiamo il pollo arrosto; che non ti lamenti se invece del condizionatore abbiamo un ventilatore su un tavolino dell’ikea, e se il sabato sera mangiamo la pizza di Peco’s sui tavolini di plastica scoloriti.

A te che passi il pomeriggio da Mohamed senza battere ciglio, e gli vai a prendere il caffè e torni con il bicchierino bollente tra le mani; a te che lasci sempre a casa l’accendino, che d’inverno dimentichi la sciarpa e d’estate gli occhiali da sole.

A te che hai pazienza e fiducia, che sei puntuale e attenta, che sei curiosa ma non morbosa; a te che ascolti e non dai consigli, che sai sempre ribaltare il punto di vista, che dai una seconda occasione, e poi una terza e una quarta, anche a chi non meritava nemmeno la prima.

A te che hai attraversato tante difficoltà e le hai superate e messe da parte, ne hai tratto esperienza. A te che non pensavi che ce l’avresti fatta, e in vece ce l’hai fatta. A te che hai saputo sorridere nei momenti faticosi, per non spaventarmi, per non spaventarti.

A te che giochi con Nando e con Lorenzo con lo stesso entusiasmo.

A te che avresti accettato di prendere un criceto per farmi contenta, anche se a te i criceti non piacciono.

A te che quando ti annoi non lo fai pesare. A te che quando sei felice lo dici, perché la noia è contagiosa, ma anche la felicità lo è.

A te, che sei meravigliosa e brilli. Buon compleanno, amore mio.

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Quando Ste non c’è.

Non capita molto spesso, che Ste non ci sia: perché lei, come me, è abitudinaria e pantofolaia e pericolosamente tendente all’accidia, e quindi di solito è a casa, e se non c’è è a fare la spesa o al lavoro o con me da Mohamed, a prendere raffiche di vento in faccia e coccolare i gatti, o è fuori con la sua amica Shane ma tanto per cena torna, e prepara il pollo con le patate al forno e la salsa di yogurt. Ma ci sono rare volte in cui Ste non c’è, perché è al matrimonio di suo cugino in Francia o a un master a Roma: e allora io sono un po’ triste.

Quando Ste non c’è, di solito sento freddo: perché io sento freddo sempre, ma in maniera particolare quando mi sento sola o sono stanca o devo lavorare fino a tardi e non c’è nessuno che mi prepari la tisana. Di notte, poi, sento freddissimo: anche se è maggio e sul letto c’è il piumone e io ho ancora su il pigiama pesante che indossavo a Natale.

Quando Ste non c’è, vorrei approfittarne per fare cose che non faccio quando lei è qui, tipo portare a spasso Nando, uscire per comprare le scarpe per il matrimonio di mia cugina, andare a riprendere mia madre al coro o stare sveglia fino a tardi a vedere vecchie puntate di Scrubs: ma ogni volta che lei non c’è io devo sempre lavorare fino a tardi, o andare a una riunione che dura parecchie ore, e Nando è scontroso e bisbetico e al coro finiscono prima e io non faccio in tempo ad arrivare per sentirli cantare, e sono frustrata e metto il muso per interi quarti d’ora.

Quando Ste non c’è, non vado da Mohamed e mi sento in colpa: ma, senza di lei che va a prendere il caffè al bar e smussa le spigolosità del carattere di Mohamed e si mette in mezzo quando battibecchiamo, un pomeriggio dal mio malmostoso del cuore rischia di diventare un duro braccio di ferro, e io sono stanca e c’è molto vento e preferisco che lui vada al dormitorio, e se sa che lo andrò a trovare non ci va; e quindi so che è meglio così, ma mi sento a disagio lo stesso.

Quando Ste non c’è, a cena mangio la pastina col formaggino: perché mi piace molto e a lei no, e così posso trangugiarla tranquillamente e poi lavare solo un pentolino e un piatto e un cucchiaio e rimettere tutto a posto in breve tempo, come si addice al mio carattere ossessivo e bisognoso di ordine e controllo.

Quando Ste non c’è, la mattina mi sveglio presto: perché ho dormito male e ho sentito freddo per tutta la notte, e quindi sono in piedi molto prima del solito, e ne approfitto per annaffiare le piante e ritirare il bucato e spazzare la cucina e perdo la cognizione del tempo, e arrivo in ufficio scandalosamente in ritardo.

Quando Ste non c’è, la casa sembra parecchio grande e vuota: e io mi aggiro con aria contrita e mi chiedo che ce ne dobbiamo fare di tutto questo spazio, e se non sarebbe stato meglio vivere in una casa più piccola, anche se in realtà la nostra casa non è così grande, affatto.

Quando Ste non c’è, tutti sanno che sarò sola: e allora le amiche lontane mi mandano messaggi vocali e mi chiedono come me la cavo, le colleghe mi consigliano di consolarmi con cibi succulenti e mia madre tenta di convincermi a dormire a casa loro, perché che fai tutta sola lì, dormi qui così possiamo chiacchierare fino a tardi; ma quello che era il mio letto è ormai il letto di Nando, e lui non sarebbe felice di farmi un po’ di posto, e poi non ho neanche un cambio e mi serve il mio computer e poi devo lavorare, e quindi rispondo che no grazie, stai tranquilla, torno a casa mia.

Quando Ste non c’è mi annoio molto, perché io mi diverto quai solo con lei. Per fortuna stasera torna.

[La foto è di Ste].

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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