Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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Siamo ciò che mangiamo?

Sono stata una neonata cicciottella; a sei mesi vestivo taglia due anni e mia madre, specializzata in malattie del ricambio e dal fisico invidiabilmente filiforme, pronosticò per me un futuro da diabetica, se la tendenza non fosse stata invertita immediatamente. Credo di essere stata la prima lattante cui fu imposta una dieta dimagrante: niente miele, niente biscotti plasmon, niente fruttoli; poca pastina, pochi formaggini e tonnellate di cibo sano preparato da mia madre tra un turno di guardia e l’altro: passati di verdure, pappe a base di riso, carne e pesce al vapore. Sono diventata una bambina tendenzialmente magretta: appassionata di ginnastica artistica mangiavo molto, nutrita con pasti da minatore dalle mie nonne, ma consumavo moltissimo, tra allenamenti in palestra e continui zampettii in casa; facevo ruote e spaccate e verticali ovunque: una volta pure nello studio del dentista, che rimase esterrefatto trovandomi a testa in giù in sala d’attesa. Crescendo (e sfasciandomi più volte i piedi) ho abbandonato l’esercizio fisico: ma non la cucina delle nonne, né l’abitudine di ingurgitare cioccolato e frutta secca dopo cena, e neppure l’amore per pizza e patatine fritte; se a sedici anni questo non si notava molto, complice anche un abbigliamento fatto solo di maglioni enormi, jeans sformati e anfibi, a trentatrè è diventato indiscutibilmente un problema. Per questo, terrorizzata dalla prospettiva di beveroni proteici e centrifugati di sedano e cetriolo, mi sono ottusamente rifiutata di vedere un dietologo; credo che su questa scelta abbia influito anche una traumatica serata con una vecchia amica che ha trascorso tre ore a raccontarmi la sua odissea per perdere qualche chilo: tra chi le chiedeva di mangiare soltanto grissini e chi le imponeva incongrue spaghettate a mezzanotte, si sentiva felice di averne trovata una che le aveva inflitto un regime a suo dire piacevole. Mi aveva mostrato il planning dei pasti per la settimana e il morale mi era sceso sotto i tacchi. Ho scelto di tentare, quindi, una specie di via di mezzo tra lo sbraco alimentare assoluto e la dieta bellica a base di zucchine grigliate senza olio né sale: non mi sarei privata di nulla (a meno che non fosse qualcosa di veramente troppo deleterio), ma avrei ridotto drasticamente le porzioni e compensato gli strappi con giornate dedicate al cibo sano, nutriente e poco calorico.

Con il sostegno della mia bella, che mangia sobriamente e non si lamenta della dieta noiosa che le propino, e con qualche aiuto dai miei genitori, che mi forniscono random cime di rapa bollite, cavoletti di Bruxelles, taccole e che per Natale mi hanno regalato una meravigliosa vaporiera, adesso le cose vanno meglio. Ho scoperto che l’insalata con poco olio va bene uguale e che come pasto da ufficio, abbinata a una mozzarellina e a un bocconcino, è comoda e abbastanza soddisfacente; il passato di verdure, che ricordavo come un incubo infantile, con zucchine e carote e un po’ di spinaci non è niente male, soprattutto con curry e curcuma a dare sapore. Un bel piatto di lenticchie coi broccoli, d’inverno, è perfetto per riprendere calore, e i carciofi crudi saziano e sono croccanti e gustosi. Perderei volentieri un altro paio di chili, ma anche così sono contenta: soprattutto, sono contenta di aver dimostrato a me stessa di essere capace di avere un minimo di costanza per raggiungere un obiettivo a cui tengo.

Anche se mangio pochi dolci, è l’ultimo fine settimana di carnevale ed è tempo di chiacchiere; al forno sono più buone che fritte, e qua le vendono guarnite di crema al pistacchio: indiscutibilmente deliziose.

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Pane, amore e blasfemia.

Sono in molti a crederci. Durante la messa recitano il Credo, ogni frase del quale è un insulto al buonsenso, e lo recitano nella loro lingua, che si presume capiscano. Quand’ero piccolo, la domenica mio padre mi portava in chiesa e gli dispiaceva che la messa non fosse più in latino, un po’ per passatismo, e un po’ perché, ricordo ancora le sue parole, «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». Ci si può rassicurare dicendo: non ci credono. Come non credono a Babbo Natale. Fa parte di un retaggio, di abitudini secolari e belle alle quali sono attaccati. […]

Comunque, tra i fedeli, accanto a quelli che si fanno cullare dalla musica senza preoccuparsi delle parole devono esserci anche quelli che le pronunciano con convinzione, con cognizione di causa, dopo averci riflettuto. A domanda, risponderanno che loro credono veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso, e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Risponderanno che loro stessi fanno di questi eventi il centro delle loro vite.

Sì, non c’è dubbio, è strano.”

E. Carrère, Il Regno

Vengo da una famiglia cattolica; mia madre, e prima di lei mia nonna, sono state (mia madre lo è ancora) molto devote. Mia nonna ha recitato il Rosario alla B.V. di Pompei ogni giorno, dai sei anni alla morte; ci portava, me e i miei cugini, a Messa con regolarità: il sabato pomeriggio, alle 18, seduti in fila sulla penultima panca della chiesa dietro casa sua. Un po’ immusoniti e annoiati, ma vagamente rallegrati dalla prospettiva di un fine settimana senza compiti, sbirciavamo l’orologio ogni pochi minuti; era una celebrazione per vecchiette tremule e madri di famiglia che avrebbero trascorso la domenica mattina a preparare il pranzo: rapida, abbastanza indolore, senza canti o spargimento di incenso. Superata l’età delle imposizioni familiari, qualche tempo dopo la Comunione, io ho smesso drasticamente di andare in chiesa; i miei cugini, invece, sono entrati nel garrulo mondo dello scoutismo, ma questo è un discorso che non coinvolge me, ma loro, le loro famiglie e un buono psicanalista, quindi possiamo soprassedere.

Mia madre, oggi, fa parte di un coro religioso: va regolarmente alle prove, studia i canti con dedizione, ascolta registrazioni per valutare le diverse versioni della stessa melodia, ritmo accompagnamento strumentale clangore di percussioni, cascate di note zuccherose che si succedono sul pentagramma; è un coro di adulti piuttosto bravi, vengono ingaggiati per matrimoni e ordinazioni, ogni tanto si esibiscono per motivi benefici. A mia madre fare parte del coro piace, è un’attività che la rilassa e coinvolge, e che prevede un ricco apparato di esibizioni di fede: preghiere prima e dopo le prove, PadriNostri recitati tenendosi per mano, faticose prove ginniche a base di inginocchiamenti ed estensione di braccia al cielo. Lei partecipa attivamente a tutto questo fermento, e ne è contenta.

Mia madre, del resto, è un medico: è una persona che crede fermamente nell’evidenza scientifica, che analizza con attenzione e metodo i problemi per affrontarli nella maniera più accurata, che legge molto e si documenta. Quando mi sono imbattuta nel brano di Carrère che ho citato prima, non ho potuto far altro che pensare a lei; gliel’ho letto, e lei ha alzato un sopracciglio e mi ha risposto Non fare la blasfema. Ho indagato ulteriormente, deducendone che posso smettere di temere per la sua salute mentale: perché mia madre vede nella celebrazione e nei suoi rituali un simbolo, un retaggio mnemonico, il residuo verbale di un atto successo qualche centinaio di anni fa. Ho tirato un enorme sospiro di sollievo, comunicandole contestualmente che andrà all’inferno: perché, in teoria, questa fede condita di razionalità non basta: bisogna spingersi oltre.

Per esempio, secondo la dottrina cattolica, la Comunione non è simbolo, ma transustanziazione: ovvero, milioni di persone in tutto il mondo credono (o, come mia madre, dovrebbero credere ma edulcorano con la ragione) di stare davvero ingoiando, con la particola, un pezzo del corpo di una persona (persona con natura divina, va bene, ma con corpo umano) vissuta (e morta!) duemila anni fa. Con la sua spiccia modalità comunicativa, mia nonna avrebbe chiosato Mi tocca ‘o stuommac’. Ecco, questo è solo un esempio, forse il più evidente e spinto: ma, riflettendo sulle parole di Carrère, non posso fare altro che chiedermi se davvero (ma proprio davvero, non solo pro forma) milioni di persone credano a cose che contrastano con il più semplice buon senso; che davvero siano convinte non solo dell’esistenza di un essere supremo, creatore di ogni cosa – già, per me, ben oltre i limiti del fantascientifico, ma comprensibile necessità per tutti coloro che cercano un senso e una spiegazione a ciò che li turba -, ma che, ad esempio, questo essere abbia auvuto un figlio, concepito da una vergine, che è resuscitato in corpo e spirito e attende tutti (tutti!) per farli resuscitare in corpo e spirito. Davvero, non lo capisco e mi fa un po’ paura. Se una vaga idea di religione (quella che hanno tutti coloro che, alla domanda Ma sei cristiano? rispondono No ma credo in dio) posso anche vagamente concepirla – come metodo per sedare le ansie, come risposta a domande ataviche, come maniera per colmare lacune che la scienza non ha ancora avuto il tempo di appianare -, la piena aderenza ai dettami cattolici (ma, sia ben chiaro, anche delle altre religioni!) rimane per me un grande mistero.

Mi piacerebbe conoscere qualcuno con cui parlare di tutto questo, ma. E comunque il libro è davvero potente e dirompente, come quasi tutti quelli di Carrère.

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Dell’amicizia, della lontananza, dell’avere gli amici lontani.

Non ho molti amici. Ho una schiera di simpatici conoscenti, questo è certo: colleghe e contatti di lavoro, amici di amici, gente che vedo poche volte l’anno, di solito per caso, e che abbraccio con trasporto, cercando di ricordare cosa mi avessero detto di sé molti mesi prima: è lui quello che si è sposato? O ha avuto un figlio? O ha lasciato il suo lavoro di elettrotecnico specializzato in riparazione di frigoriferi per aprire un baretto sulla spiaggia di Copacabana?

Ho pochi amici, dicevo: e una percentuale allarmante di loro vive fuori (o viveva fuori fino a una manciata di mesi fa). Alcuni hanno sempre vissuto nelle fredde lande venete, altri si sono trasferiti in un tempo ormai remoto (Mirella, ma tu giuri di aver mai abitato a Palermo?); altri si sono spostati e sono rientrati, a periodi alterni: e intanto hanno messo su casa in giro per l’Italia, hanno vissuto con coinquilini bislacchi e mi hanno lasciato in affido le piante, hanno portato un pupetto prima nella pancia e poi in nave e in auto e in aereo fino ai piedi delle Alpi e ritorno. Altri ancora sono andati via, negli ultimi mesi, in punta di piedi, alla spicciolata: gli ultimi stamattina, con una valigia con vestiti pesanti e zuppa d’orzo e il quesito fondamentale: ma lassù ci sarà, l’asciugacapelli?

È triste e un po’ frustrante, avere gli amici lontani, e stimola l’ingegno e la capacità di adattamento: bisogna pianificare le visite, farsi mandare gli screenshot delle prenotazioni di aerei e treni per tenerli in un’apposita cartella sul desktop, tenere sempre attivo un google calendar dedicato, annunciare per tempo quando un non-amico fa una festa di compleanno di sabato (dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che dai, mercoledì è molto meglio, che importa se il giorno dopo devi alzarti alle 5:40 per lavorare); si devono spalmare con accortezza le presenze, in modo da non avere un sabato con sette diversi appuntamenti scaglionati di mezz’ora in mezz’ora e poi ventitrè weekend di solitudine. Festività natalizie e pasquali meritano un discorso a parte: è complesso ma doveroso convincere gli amici solitamente lontani che, anche se negli ultimi sette mesi non hanno visto i genitori, sono io ad avere la priorità: e quindi, che si mettano bene in testa che dovremo vederci ogni giorno per un monte-ore complessivo pari a non meno di 60, costi quel che costi.

Avere gli amici lontani vuol dire litigare con le colleghe per chi deve lavorare di sabato sera: e spiegare loro che no, non è che non voglio lavorare perché mi scoccia, è che proprio non posso, questo weekend c’è Chiara a Palermo; vuol dire rimandare la cena da Billy da molti mesi, perché abbiamo promesso a qualcuno di andarci insieme; vuol dire pensare una battuta stupida e non avere nessuno con cui condividerla: ché, ammettiamolo, mandarla per messaggio vocale su whatsapp non è la stessa cosa.

Avere gli amici lontani vuol dire sperare sempre che un giorno scelgano di tornare: e intanto mandare foto e provare a immaginare la loro nuova vita, cercando la strada in cui abitano su google maps, documentandosi su wikipedia sul quartiere, mendicando foto e di stanze che non vedrò mai, in strade in cui non camminerò, con persone di cui non conoscerò mai la voce. Vuol dire augurare loro di essere felici, dove e con chi vorranno: ma se fosse nel raggio di ottocento metri da casa nostra sarei più contenta.

Sto leggendo un libro delizioso: è Le ultime levatrici dell’East End di Jennifer Worth. È l’ultimo volume di una trilogia dedicata alle giovanissime infermiere e levatrici del quartiere di Poplar, a Londra, negli anni dell’immediato dopoguerra; è un libro tenero, scanzonato e brillante, in cui si alternano capitoli dedicati a usi e costumi dell’epoca ad altri in cui l’autrice ricorda le persone con cui è venuta a contatto nei suoi anni di lavoro nelle Docklands. È davvero da leggere.

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Cose che mi fanno stare bene.

Un semi-collega, che conosco da poco e che ho cazziato più volte, che mi sveglia di sabato mattina con un messaggio: Buongiorno, ciuridda.

Un capo che mi stringe una spalla e mi dice Grazie, e così ripaga due mesi di lavoro matto e disperatissimo, vacanze semi-rovinate e nessun bagno a mare in un’intera estate.

Un altro capo che mi chiede Cos’hai, a me puoi dirlo, stai parlando con un amico, e che quando glielo spiego annuisce e mi dice Hai ragione, ti capisco, e so che pensa che davvero ho ragione e davvero mi capisce.

Un collega che mi chiama per sfogarsi e mi dice Lo sai, mi sfogo solo con te, per me sei una sorella, e anche se non ho mai capito questo considerare fratelli e sorelle gli amici sono contenta, perché io fratelli non ne ho e nessuno mi aveva mai detto che mi considerava una sorella.

Il bambino-da-ufficio con cui passiamo i giovedì mattina che non mi odia anche se non gli ho comprato il gelato: e mi continua a dare i bacini e si siede in braccio e mi chiede di fare cavalluccio.

La mia bella che riceve lodi per il suo lavoro: e io, che aspetto questo momento di giusto riconoscimento delle sue capacità da quando la conosco, che non riesco a smettere di gongolare.

I baci del buffo cane giallo, invadenti e appiccicosi e travolgenti.

Una pizza con una cognata venuta da lontano, e tutta la distanza di un’Europa in mezzo che si restringe: e una fazzolettata di consigli, sul lavoro ma non solo, che so che dovrei provare a seguire.

Una serata con amicastorica, ormai saldamente parte del profondonord, e la consapevolezza che a volte la lontananza è solo un fatto di chilometri.

La mia bella che sorride: e quando lo fa, sorride con occhi bocca naso e guance, e io ogni volta mi innamoro un poco di più.

La mia bella e amicacatanese che suonano il banjo – che forse non era un banjo – mentre lavoro: e le loro note e quelle dei Modenza city ramblers che si intrecciano provocandomi un sordo mal di testa e una sensazione vicina alla felicità.

Un messaggino sorridente da Riccione.

Un pomeriggio al parco con Pupetto: che ormai parla, corre, gioca e mi porge la manina per scendere le scale.

L’abbraccio morbido e caldococcoloso della trapunta.

Una collega a cui chiedo di consigliarmi un libro imperdibile e che mi presta Lourdes di Rosa Matteucci, fugando con un’alzata di spalle i miei dubbi (Mi annoierò? Sarà troppo pesante?): e ha ragione, perché è davvero un bel romanzo, barocco e dallo stile ampolloso e ridondante fino al grottesco, comico e insieme disturbante, intimo e drammaticamente vero.

Preparare per cena, come ripiego, una vellutata di carote e zucchine: e restare stupefatta dalla sua insperata commestibilità.

Il profilo della mia bella che dorme, e io che mi sento felice e fortunata più di quanto fosse ragionevole sognare.

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Di papà ce n’è uno solo.

Sono una persona banale, mainstream, terra terra: sono rimasta con gioia nella mia città natale, con buona pace di tutti quelli che pensano che sia una scelta rinunciataria e da perdenti, non disdegno panini con hamburger e patatine del fast food per una cena veloce, ho letto tutte le sfumature di grigio presenti in commercio e visto tutti i film con vampiri algidi e lupi mannari nerboruti che si trovino in streaming; mi piace ricevere mimose l’otto marzo, andare a cena fuori per l’anniversario, festeggiare con malcelato entusiasmo San Valentino, la festa della mamma e tutte le altre ricorrenze che fanno storcere il naso alle persone colte e radical chic che mi circondano. Ad esempio, domani sarà la festa del papà, e io, nella mia ovvietà, ho comprato un regalino per mio padre: perché, appunto, sono una persona assolutamente ordinaria, e perché mio padre, che ordinario non è, semplicemente se lo merita.

Per parafrasare il titolo del romanzo di un’autrice a me cara, dove potreste mai trovare un altro padre come il mio? Vi auguro di averne accanto uno anche voi. Vi auguro che sia, appunto, come il mio: comprensivo, facile alla risata, timido con gli sconosciuti e aperto e sincero con le persone vicine. Forte e rassicurante, sicuro di sé, sereno: un perfetto cane alpha della paternità. È, mio padre, la persona più impermeabile all’ansia che io conosca: ha dormito pacificamente il giorno prima di impegni insormontabili, di viaggi rocamboleschi, di interventi rischiosi, per poi cedere alla preoccupazione per motivi sciocchi: sarà il caso di comprare quella macchina fotografica che mi piace, anche se è piuttosto costosa? [comunque sì, era proprio il caso].

Ha un’enorme barba bianca, mio padre: più lunga della sua la aveva solo Ife che, forse per l’omologia di aspetto, riponeva in mio padre una cieca fiducia; ha chiesto di incontrarlo più volte, per parlargli di problemi di salute propri e del mondo, per chiedergli aiuto per Mosca, per mostrargli la vastità della piazza dalla coperta arancione e come stava bene, Ife, con il suo giaccone blu. Era presente, mio padre, il giorno terribile in cui Ife è morto: e anche in molti altri giorni terribili, ma soprattutto in giorni stupendi, e ancor di più in giorni straordinariamente normali: quando ho imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, quando ho preso 10 nella versione di latino, quando sono stata tamponata e l’investitore è scappato, quando ho preparato la crostata con crema e marmellata e per la prima volta non si è attaccata allo stampo. È presente, in maniera costante e poco appariscente, ogni giorno, accanto a chi soffre: lo ha fatto per decenni con i suoi pazienti, continua a farlo con parenti, amici e mariti di colleghe e conoscenti e vicini di casa, quando stanno male o hanno bisogno di un consiglio.

Ama il buon cibo, mio padre: ma ha sempre trangugiato con gioia qualsiasi cosa gli abbia preparato, per ardita e scotta che fosse. Ama il cinema, i gialli, la fotografia, i cani, la montagna, le passeggiate, portare il cane Nando al parco; ama anche i bambini, ma riesce a non farmi pesare la mancata prospettiva di un nipote. Odia, nell’ordine, i fascisti, i prepotenti, i violenti, le verdure, le cene che finiscono senza un dolcetto, i libri che sembrano gialli e poi non lo sono. È sempre stato, per me, un impareggiabile esempio di tolleranza, apertura mentale, capacità di ascolto. È anche un appassionato di turpiloquio e coltiva la suggestiva abitudine di prendere in giro i bambini molto piccoli inventando storie sconclusionate da spacciare per vere. Ha ancora un eskimo, nell’armadio, retaggio degli anni della contestazione giovanile, e idee non meno estreme e rivoluzionarie di quelle.

Probabilmente non leggerà mai questo post: ma se lo facesse arrossirebbe e non direbbe nulla. E io aggiungerei soltanto una parola: auguri.

(Anche) di rapporti tra genitori e figli parla il bellissimo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, che ho finito da poco: e che, davvero merita.

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Et quo coniuges fiunt una caro.

Ieri i miei genitori hanno festeggiato 35 anni di matrimonio; avrebbero dovuto essere a Lisbona, per l’anniversario: ma motivi di salute lo hanno impedito, e si sono accontentati di una passeggiata in riva al mare con cane al seguito, di una cena al ristorante e di una pianta gentilmente omaggiata dalla nostra parente più formalista. Non si sono lagnati troppo, del cambio di programma: ché ad abbozzare ci sono abituati, e hanno entrambi una natura lieta e accollativa, poco portata al piagnisteo e all’autocompatimento.

Quando ero bambina, i miei genitori litigavano moltissimo: scoppiavano zuffe furibonde senza alcun preavviso, con urla e minacce di andar via, fare i bagagli e saltare in auto e sparire dalla circolazione; due o tre volte la settimana promettevano, a turno, di cambiare indirizzo, trasferirsi nel box insieme alla Panda, tornare dai nonni: e io mi spaventavo a dismisura, telefonavo alle nonne in cerca di conforto, mi vedevo già nella versione figlia-di-divorziati: con uno zainetto al seguito, rimpallata tra due case che non conoscevo, mesta e lacrimante come una madonnina di periferia. Adesso, litigano ancora: con strilli immotivati e musi e lancio di tovaglioli in aria; ma io ho imparato a non farci caso: perché dopo un quarto d’ora sono di nuovo sul divano a guardare la tv e ciacolare e ridacchiare, e della baruffa di poco prima non conservano memoria: anzi, se mando loro un messaggio per chiedere se stanno ancora litigando, rispondono stupiti e un po’ perplessi dicendo che no, ma che dico, non hanno proprio litigato mai, almeno oggi.

I miei genitori, insieme, fanno un effetto bizzarro: mio padre è barbuto come un babbonatale fuori stagione, panciuto e con l’aria burbera; mia madre è filiforme, col viso ricoperto di lentiggini e l’espressione di una pippicalzelunghe coi capelli neri. Mia madre riesce a pronunciare settantatrè parole al minuto, mio padre settantatrè in tutta la giornata: ma, dato che nella vita c’è compenso, riescono lo stesso a condurre mirabolanti ed equilibrate conversazioni.

Condividono lo stile di vita: e la morale, e l’appartenenza politica, e i (discutibili) gusti musicali; trovano noiosi gli stessi film – che sono, poi, quasi tutti quelli che vedono. Non sopportano, nell’ordine, i fascisti, gli arroganti, chi evade le tasse, Cicchitto, la gente che non si vaccina, chi non sa prendersi cura del proprio cane e lo lascia ad abbaiare in balcone tutto il giorno. Amano, invece, i cani, i gatti (ma un po’ meno), la musica sinfonica, le tagliatelle ai funghi, i libri sudamericani – anche se la querelle sulla superiorità di Amado o di Márquez rimane aperta – e quelli giapponesi, la gente che non fa pettegolezzi, le perifrasi italiane che celano inaudite volgarità, prendere in giro i bambini piccoli.

Sono ancora in grado, dopo tutti questi anni, di preoccuparsi l’uno per l’altra, di accudirsi e coccolarsi, di emozionarsi e soffrire e gioire insieme; di passare interi pomeriggi per comprare un regalo di compleanno, di andare a farsi gli autoscatti al tramonto col cane che fa capolino dietro le loro teste: in una parola, di essere felici insieme. Che poi, per me, è l’unica vera ragione che giustifichi un rapporto: la capacità di essere felici guardando nella stessa direzione. Auguri a loro (e un po’ anche a me, vittima dei loro strali e del loro sadico senso dell’umorismo).

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