Quando Ste non c’è.

Non capita molto spesso, che Ste non ci sia: perché lei, come me, è abitudinaria e pantofolaia e pericolosamente tendente all’accidia, e quindi di solito è a casa, e se non c’è è a fare la spesa o al lavoro o con me da Mohamed, a prendere raffiche di vento in faccia e coccolare i gatti, o è fuori con la sua amica Shane ma tanto per cena torna, e prepara il pollo con le patate al forno e la salsa di yogurt. Ma ci sono rare volte in cui Ste non c’è, perché è al matrimonio di suo cugino in Francia o a un master a Roma: e allora io sono un po’ triste.

Quando Ste non c’è, di solito sento freddo: perché io sento freddo sempre, ma in maniera particolare quando mi sento sola o sono stanca o devo lavorare fino a tardi e non c’è nessuno che mi prepari la tisana. Di notte, poi, sento freddissimo: anche se è maggio e sul letto c’è il piumone e io ho ancora su il pigiama pesante che indossavo a Natale.

Quando Ste non c’è, vorrei approfittarne per fare cose che non faccio quando lei è qui, tipo portare a spasso Nando, uscire per comprare le scarpe per il matrimonio di mia cugina, andare a riprendere mia madre al coro o stare sveglia fino a tardi a vedere vecchie puntate di Scrubs: ma ogni volta che lei non c’è io devo sempre lavorare fino a tardi, o andare a una riunione che dura parecchie ore, e Nando è scontroso e bisbetico e al coro finiscono prima e io non faccio in tempo ad arrivare per sentirli cantare, e sono frustrata e metto il muso per interi quarti d’ora.

Quando Ste non c’è, non vado da Mohamed e mi sento in colpa: ma, senza di lei che va a prendere il caffè al bar e smussa le spigolosità del carattere di Mohamed e si mette in mezzo quando battibecchiamo, un pomeriggio dal mio malmostoso del cuore rischia di diventare un duro braccio di ferro, e io sono stanca e c’è molto vento e preferisco che lui vada al dormitorio, e se sa che lo andrò a trovare non ci va; e quindi so che è meglio così, ma mi sento a disagio lo stesso.

Quando Ste non c’è, a cena mangio la pastina col formaggino: perché mi piace molto e a lei no, e così posso trangugiarla tranquillamente e poi lavare solo un pentolino e un piatto e un cucchiaio e rimettere tutto a posto in breve tempo, come si addice al mio carattere ossessivo e bisognoso di ordine e controllo.

Quando Ste non c’è, la mattina mi sveglio presto: perché ho dormito male e ho sentito freddo per tutta la notte, e quindi sono in piedi molto prima del solito, e ne approfitto per annaffiare le piante e ritirare il bucato e spazzare la cucina e perdo la cognizione del tempo, e arrivo in ufficio scandalosamente in ritardo.

Quando Ste non c’è, la casa sembra parecchio grande e vuota: e io mi aggiro con aria contrita e mi chiedo che ce ne dobbiamo fare di tutto questo spazio, e se non sarebbe stato meglio vivere in una casa più piccola, anche se in realtà la nostra casa non è così grande, affatto.

Quando Ste non c’è, tutti sanno che sarò sola: e allora le amiche lontane mi mandano messaggi vocali e mi chiedono come me la cavo, le colleghe mi consigliano di consolarmi con cibi succulenti e mia madre tenta di convincermi a dormire a casa loro, perché che fai tutta sola lì, dormi qui così possiamo chiacchierare fino a tardi; ma quello che era il mio letto è ormai il letto di Nando, e lui non sarebbe felice di farmi un po’ di posto, e poi non ho neanche un cambio e mi serve il mio computer e poi devo lavorare, e quindi rispondo che no grazie, stai tranquilla, torno a casa mia.

Quando Ste non c’è mi annoio molto, perché io mi diverto quai solo con lei. Per fortuna stasera torna.

[La foto è di Ste].

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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Abitudini.

Penso di essere la persona più abitudinaria e metodica sulla faccia della Terra.

Faccio la spesa ogni lunedì, costringendo Ste a scegliere il menu dell’intera settimana per comprare solo l’esatta quantità di cibo che consumeremo: e mi confondo e agito quando qualcuno ci invita a cena senza preavviso, o devo restare a pranzo in ufficio, o mia madre ci dà un gateau di patate con prosciutto e scamorza affumicata e devo posticipare il risotto o il petto di pollo che avevo previsto per quella sera.

Ogni mattina, prima di uscire bevo il caffè e inzuppo due biscotti e mezzo: non due, non tre o quattro, ma due e mezzo. Ogni mattina, appena arrivata in ufficio, mangio il mio pacchetto di insipidi crackers integrali, e a mezzogiorno, quando le campane della chiesa di San Francesco d’Assisi suonano, scendo con collegasimpatica e collegacanealpha a prendere un macchiato al vetro: e, dato che non ho mai preso altro in tutti questi anni, il barista lo sa e mette il piattino e il bicchiere d’acqua sul bancone prima che apra bocca.

Ogni mercoledì e sabato annaffio le piante, ma solo d’inverno: in primavera e in estate e in autunno le annaffio ogni giorno, prima di uscire per andare al lavoro; le annaffio sempre, anche se sono in ritardo, o se devo uscire molto presto, o se c’è una sciroccata violenta e il vento bollente asciugherà la terra prima ancora che io abbia posato l’annaffiatoio arancione sotto il lavello della cucina.

Ogni mattina, in macchina, ascolto musica: e la ascolto quasi solo in quel momento, la mattina mentre guido, e poi la sera mentre pulisco la cucina. Nel resto della giornata non la ascolto quasi mai.

Ogni giorno, prima di alzarmi dal letto, controllo lo smartphone: scorro le email, le chat di whatsapp, le notifiche su Facebook. Un tempo, mandavo un messaggio di buongiorno alla Mate: e da due mesi non lo mando più, e questo mi dà un senso di incompiuto, di strappo, di mancanza. Adesso, invece, scrivo alla responsabile del dormitorio dove passa la notte Mohamed, per chiedere se ha dormito bene, se si è svegliato di buon umore, se è già andato via, con la borsa della spesa che contiene tutte le sue cose su una spalla, il telefonino in tasca, una cicca spenta tra le labbra e il suo broncio perenne.

Ogni sera, prima di andare a letto, verifico di aver chiuso la porta di casa: e, anche se controllo ogni sera, spesso Ste mi chiede se l’ho chiusa, e allora mi viene il dubbio di non averlo fatto, e quindi mi alzo e vado a controllare di nuovo.

Ogni sabato mangio la pizza: ed è sempre una margherita, e la prendo sempre da Peco’s, e Ste prende sempre una romana, e un po’ ci rimango male quando vado a pagare e mi chiedono cosa desidero, perché chiedo una margherita e una romana e una bottiglietta di cocacola da parecchi mesi, ogni sabato.

Ogni domenica ci alziamo tardi, e io metto la sveglia presto per poter leggere a letto: e poi andiamo a fare una passeggiata in centro e mangiamo un panino fuori, e io prendo sempre un panino con la bresaola. Solo una volta, molti anni fa, amicastorica mi ha detto di non prendere il solito panino con la bresaola, e ne ho preso uno con gorgonzola e prosciutto crudo, e ancora adesso me ne pento.

Ogni volta che andiamo al cinema, posteggio la macchina nella stradina adiacente, e poi all’intervallo prendo un Magnum bianco: ed è l’unica volta in cui mangio il gelato, ché di solito non lo prendo mai.

Ogni volta che andiamo a prendere qualcosa dopo cena, prendo un tè verde al gelsomino: e, anche se so che poi dormirò male, bevo tutto il tè che c’è nella teiera, e ne vorrei ancora.

Ogni notte, prima di addormentarmi, leggo un po’: anche se è capodanno e sono le tre passate e sto cascando dal sonno, leggo almeno due righe, altrimenti so che non mi addormenterò.

Ogni mattina, quando mi sveglio, mi sento molto stanca, e insieme molto felice: perché Ste è lì, e il suo respiro regolare è dolce e tiepido, e io ancora non mi capacito che sia tutto vero.

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Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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Psicopatologia della frittata, ovvero la frittata come stile di vita.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano moltissimo; andavano tutto il tempo su e giù dalle Madonie con la vecchia Golf blu di mio padre, perché mia madre faceva Guardia Medica in oscuri paesini popolati da pecore e mucche e gente riservata ma cordiale, e mio padre lavorava in Pronto Soccorso a Palermo, e dovevano far quadrare gli orari e i turni di notte e i riposi in modo da poter essere entrambi nello stesso posto alla stessa ora, perché mia madre non aveva dimestichezza con la macchina e la sua Panda amaranto era troppo scalcagnata e ansimante per affrontare l’uscita di Resuttano col ghiaccio delle mattine di gennaio. In più, facevano attività privata: visite domiciliari dove di solito ero costretta ad accompagnarli anche io, timida e silenziosa e costantemente in imbarazzo, solitamente costretta a rimanere in salotto coi parenti dei pazienti che loro, in un’altra stanza, stavano visitando, e obbligata a rispondere a sciocche domande e a ingurgitare biscotti di riposto e dolcetti alle mandorle; oppure ricevevano i pazienti a casa nostra, e allora rispondevo compitamente al citofono e poi dovevo restare nella mia stanza e non fare troppo rumore e per nessun motivo aprire la porta del corridoio. La nostra vita frenetica era accuratamente pianificata e organizzata, e il rumore costante del lettore Holter che ronza e scoppietta è uno dei miei primi ricordi d’infanzia.

Quando ero bambina, al di là della scientifica pianificazione dei tempi, i miei genitori erano sempre di corsa: perché un imprevisto capitava sempre, una festicciola a cui dovevo essere accompagnata o un quaderno smarrito o un tacco rotto potevano far saltare lo schema e richiedere aggiustamenti e limature di orari; in camera mia c’era uno zainetto sempre pronto, col pigiama e un cambio e un giocattolo, per le notti in cui non dormivo a casa: e non dormivo a casa quasi mai, ma passavo la notte dalle nonne quattro sere a settimana, ed ero sempre un po’ confusa su dove mi sarei addormentata e dove mi sarei risvegliata: tanto che, a cinque anni, avevo dettato una regola inderogabile: non dovevano per nessun motivo spostarmi mentre dormivo, neanche se fosse successo per caso, alla fine di una cena di compleanno andata per le lunghe o dopo un cenone di capodanno; avevo deciso che volevo addormentarmi e risvegliarmi sempre nello stesso letto.

Quando ero bambina, cenavamo a casa raramente, io e i miei genitori: perché di solito, quando si mettevano in viaggio per Blufi, loro portavano con sé dei panini, e io mangiavo stelline col formaggino dalla nonna di turno, e poi le estorcevo succhi di frutta e patatine al formaggio e ovetti di cioccolato facendo la faccia triste da bambina abbandonata dai genitori, specialità in cui ero campionessa olimpica. Non cenavano quasi mai insieme, io e i miei genitori, ecco: ma quando lo facevamo, mangiavamo quasi sempre la frittata: e forse per questo, adesso, la considero uno dei cibi che mi dà più sicurezza e serenità. Dalle nonne la frittata non si mangiava mai: perché ai bambini, si sa, bisogna dare la fettina di carne, e poi le uova sono pesanti, e il fritto non va bene, e allora se non vuoi la carne ti faccio il merluzzo, ma non vorresti le polpette?, guarda che bello, ti ho preparato il pollo, il nonno è andato a comprarlo appositamente. E quindi, solo a casa, nelle rare sere in cui cenavamo insieme davanti alla tv, magari in soggiorno, con i piatti sul tavolino basso, io in ginocchio sul tappeto, arrivava lei: bollente, perfettamente tonda, colore d’oro brunito, soffice e profumata da mille foglie di basilico sminuzzate, da mangiare, in buona parte, in mezzo al pane. Piaceva a tutti e tre, era economica e semplice da preparare e mia madre, per fare prima, spesso lasciava in frigo le uova già battute con parmigiano e pangrattato, e per questo, per la sua mania di fare tutto in anticipo, da ragazzina la prendevo in giro a più non posso. È il sapore felice delle cene dell’infanzia, la frittata: e, più grande, delle gite, dei pranzi a mare, dei panini al volo perché stavamo facendo qualcosa di speciale. È il piatto più versatile e umile e godurioso, il mio comfort food, l’unico cibo che, nel mio personale empireo, batte perfino la pizza.

Adesso che ai pasti penso quasi sempre io, la frittata è uno dei piatti che cucino più volentieri per la mia bella: e mi viene quasi sempre bene, anche se la riempio di patate e carciofi e dico a Ste chiudi gli occhi che stavolta non riuscirò a girarla, e invece oplà, anche stavolta ce l’ho fatta.

Quando morirò, voglio che sulla mia tomba sia scritto Girava la frittata con la paletta.

[Massimiliano, ogni promessa è debito].

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Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Il sapore di una volta.

Ci sono cose che non hanno più il sapore di una volta. La pasta al forno, ad esempio. Quando ero piccola, la domenica si andava a pranzo dalla nonna. Si compravano i fiori gialli e i dolcini e a volte una torta, di solito con crema e fragoline, la ricotta non piaceva molto; il televisore in cucina era acceso su raiuno, a blaterare inutilmente perché tanto si mangiava in sala da pranzo, ovalizzando il tavolo e apparecchiando con cura, bambini venite a prendere la bottiglia del vino!, dove è finito il sottopentola?, nonna non è giusto che noi portiamo i piatti e Francesca no, forza, prepariamo la caffettiera così poi ce la ritroviamo pronta. Quasi sempre il nonno era in ritardo perché perdeva tempo ad aiutare il sagrestano a chiudere la chiesa, dopo la messa di mezzogiorno, Alfre’, ma che fine hai fatto, non potevi tornare presto almeno oggi? La domenica a pranzo, nella sala da pranzo della nonna, in una casa che non esiste più perché è stata venduta e ristrutturata e stravolta e ora è un enorme loft open space con vetrate senza tende e pareti bianco brillante e faretti al tetto, la domenica a pranzo a casa delle nonna, tutti stretti intorno al tavolo, tirate via i gomiti dal tavolo, bambini!, la maggior parte delle volte c’era la pasta al forno. La pasta al forno, quando ero piccola, non era uno sformato di anelletti o lasagne o qualsiasi altro piatto a base di pomodoro e carne tritata, ma era bianca, fatta con penne lisce e besciamella e prosciutto cotto e scamorza affumicata – provola affumicata, la chiamava la nonna. Aveva un sapore delicato, spesso e morbido e quasi dolce: sapeva di cura e attenzione, di ore in cucina a rigirare il cucchiaio di legno nel pentolino verde – quel cucchiaio di legno che ho portato via e che ora uso io quando faccio il risotto, – sapeva di latte e burro e grana grattuggiato e noce moscata comprati il venerdì mattina ordinandoli per telefono alla salumeria all’angolo, di una teglia rettangolare alta e pesante preparata il sabato pomeriggio e lasciata a intiepidire sul fornello spento mentre si andava alla messa delle sei del pomeriggio, un’ora per andare e tornare e vedere la funzione e magari anche confessarsi, facciamo presto, padre, devo ancora panare le cotolette per cena. Sapeva di domeniche lunghe lente interminabili, di cartoni animati visti la mattina, distesi a pancia in giù sul tappeto del salotto; sapeva di tempo che si allargava ed estendeva e stirava come un chewing-gum, di quarti d’ora che gocciolavano via, un minuto dopo l’altro, tra chiacchiere e giornali e carte da gioco, senza preoccupazioni, senza pensieri, senza ansie. Adesso la pasta al forno la faccio io, con la stessa ricetta della nonna, quella che non leggo perché tanto la so a memoria, e non peso il burro né misuro il latte, ché la besciamella è una delle poche cose che mi vengono bene a tappo; la faccio io, e il sapore è quasi uguale ma non proprio: si sentono, sotto il salato del prosciutto e l’affumicato del formaggio, la fretta e i pensieri faticosi e la preoccupazione di stare sporcando l’intera cucina e il calcolo accurato delle calorie per capire quanta ne posso mangiare, e ogni quanto, e al posto di cosa. Sa di ricordi dolorosi, di rimpianti, di una casa che non esiste più ma di cui ricordo l’odore stanza per stanza; ha un sapore simile alla pasta al forno della mia infanzia, ma non è più quello.

Molte cose non hanno più il sapore di una volta; il gelato al cioccolato sa di senso di colpa, il sabato mattina di piante da annaffiare e bucato da lavare a mano, le brioscine calde sanno di pausa in ufficio, il caffè di colazione in silenzio davanti al kindle. La pioggia sa di preoccupazione per chi è in strada, la tisana sa di coccole sul divano, di stanchezza e cura e pazienza. La domenica mattina sa di silenzio, di libri da leggere a letto, di tempo per noi. La pizza sa di lusso e relax e sabato sera, il cocco di sabbia e sole e mare. Molte cose non hanno più il sapore di una volta, e a volte è una cosa bella, a volte un po’ meno. Questo blog, ad esempio: da quando non c’è più laMate a leggerlo, ha perso buona parte del suo sapore.

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Regali di Natale.

Quando ero bambina, i regali di Natale per noi nipoti li comprava la nonna; di solito erano regali utili, pratici: comodi maglioncini di lana per la scuola, o solide scarpe da pioggia per l’inverno, o pigiami morbidi e caldi, di flanella, o giubbottini imbottiti, col cappuccio, per ripararci dalla pioggia mentre salivamo e scendavamo dallo scuolabus. Noi eravamo in tre, e la nonna comprava solitamente tre copie dello stesso oggetto, come aveva fatto, un tempo, per mia madre e mia zia; cambiava solo il colore: rosso per mio cugino, blu per mia cugina, verde per me, “come i tuoi occhi”, commentavano sempre in famiglia. Il nonno solitamente compariva solo al momento dello scambio dei doni, compunto nel suo ruolo di decano della famiglia, seduto sulla poltrona di ciniglia color ocra, in salotto: ci guardava scartare i pacchetti confezionati dalle commesse e distini solo dalle nostre iniziali scritte a matita in un angolo, annuiva con aria vagamente soddisfatta, accoglieva con un sorriso distaccato i nostri ringraziamenti – la nonna ci teneva sempre a dire “ringraziate anche il nonno”, a sottolineare il suo ruolo del tutto marginale nell’affaire regali-per-i-bambini.

Ricordo con precisione le volte in cui mio nonno mi ha regalato qualcosa di diverso, scelto personalmente da lui: erano una scimmietta di peluche verde acqua che suonava i piatti, quando avevo forse tre o quattro anni, e poi un set di utensili da cucina che ancora adesso è sistemato sul piano di lavoro accanto al fornello, nella casa in cui vivo con Ste e che lui non ha mai conosciuto; e poi, c’era una cassetta: una musicassetta, di quelle che si usavano quando ero ragazzina, con il nastro che si annodava e che bisognava cacciare dentro a viva forza, girando le rondelle con l’aiuto di una matita, e che io ascoltavo con il walkman tornando da scuola. Avevo forse undici o dodici anni, quel mese di dicembre, e il nonno mi aveva chiesto di esprimere un desiderio: quell’anno, per Natale, mi avrebbe fatto un regalo speciale, solo per me. I miei cugini non avrebbero avuto niente, al di fuori del pacchetto istituzionale scelto dalla nonna, maglione o cappotto o vestaglia che fosse: io, invece, potevo scegliere quello che preferivo. Mi trovai in enorme difficoltà: ero onorata e commossa e trionfante e avrei voluto moltissime cose, ma non volevo che spendesse troppo, il nonno era sempre convinto di non aver soldi, apparteneva a quella generazione che si era trovata in ristrettezze economiche e che temeva sempre un tracollo improvviso e subitaneo; la nonna, dea ex machina dei primi vent’anni della mia vita, col suo consueto senso pratico risolse anche quel problema: “perché non ti fai regalare – mi chiese – una cassetta di quel giovanotto che ti piace?”. Il giovanotto era Freddie Mercury, e quell’anno trovai sotto l’albero Queen II, incartato a mano con un foglio di carta da macchina da scrivere su cui era stata scritta una dedica in inchiostro nero, A Maruzza dal nonno Alfredo che te vole bene assaje. Io ero, sono stata e sono tutt’ora un’appassionata dei Queen, e Queen II è uno dei miei dischi preferiti, e quello è ancora adesso uno dei regali che ho amato di più in vita mia.

Oggi andremo a vedere Bohemian Rhapsody, il film dedicato alla vita di Freddie Mercury: e io, che al cinema vado solo un paio di volte l’anno, stavolta ci tengo moltissimo a vedere il film in una sala con buona acustica, e sono mesi che incrocio dati – prezzo dei biglietti, orario della proiezione, possibilità di comodo parcheggio nei pressi della sala – per capire dove andare, e a che ora, e in quale maniera (mangiando prima? dopo? sia prima che dopo? durante? l’incertezza concima la mia ansia); ci tengo a vederlo al cinema, dicevo: perché che senso avrebbe sentire alcune tra le canzoni più belle e raffinate e spettacolari della storia della musica con le casse scadenti del mio pc? Non so bene cosa aspettarmi: una parte di me ha paura che si scada nell’agiografia, o che i personaggi siano semplificati al punto da farne delle decalcomanie, o che sia un polpettone americano con colori fluo anni Ottanta ed effetti speciali a lenzuolate; un’altra parte pensa che comunque saranno due ore di buona musica e probabilmente mi commuoverò, e quindi pace, sarò contenta lo stesso.

[Sabato scorso sono passati quattro anni che il mio nonno preferito è morto, e io mi sento ancora parecchio triste, e mi manca la sua voce tonante e il suo impeto rabbioso e i ricordi della guerra e quell’accento napoletano che al mio orecchio era la cadenza dell’infanzia, del calore, della famiglia].

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Mi ricordo.

memoria-come-si-creano-i-ricordiLe estati interminabili della mia infanzia: quei tre mesi che si dilatavano fino a durare anni, decenni, intere ere geologiche durante le quali dimenticavo la scuola, i compagni, la strada di casa mia, i giocattoli che avevo in città; quei tre mesi che si aprivano col mio compleanno e si chiudevano col mio onomastico: e io credevo che i miei genitori avessero fatto di proposito a scegliere per me nome e giorno di nascita in modo da farmi festeggiare in giardino e piantare le candeline sulla torta gelato e offrire agli invitati estathè invece che cocacola che non mi è mai piaciuta.

Mia nonna che si faceva il segno della croce quando mangiava un frutto per la prima volta in una stagione: e se lo faceva anche quando entrava in acqua, a mare, intingendo la punta delle dita sulla cresta della prima onda che le bagnava le ginocchia.

La prima volta che ho visto la maggior parte delle persone che conosco; di alcune, anche l’ultima.

Il mio costume di Carnevale fatto in casa da cow-girl, quando avevo forse sette o otto anni: e quanto mi sentivo a mio agio con cappello, fondine e pistole, e lo sgomento di mio padre che non sopportava che si giocasse con le armi.

I fogli di carta riciclata che mio nonno teneva in un angolo della scrivania: vecchie pagine di calendario e brutte copie battute a macchina di verbali di riunioni della sua associazione, meticolosamente tagliate fino a raggiungere un approssimativo formato A5; io che quasi ogni giorno chiedevo al nonno di darmi un foglio per disegnare, e lui acconsentiva sempre: e non mi è mai passato per la testa di prenderne uno senza chiedere, né lui mi ha mai detto che non c’era bisogno di domandargli l’autorizzazione ogni volta.

L’ascensore del palazzo dei miei nonni, con la gettoniera che già nella mia infanzia era obsoleta, e qualcuno aveva incastrato una chewing-gum masticata nella fessura per le monete.

Tutte le spiegazioni che gli adulti mi davano quando ero piccola: tutte quelle che all’epoca non ho capito, come quando mio padre mi disse che non potevo frequentare gli scout perché erano un gruppo paramilitare, e questo per me significava solo che non potevo andare in gita con i miei cugini e far roteare il fazzoletto sulla testa per motivi a me oscuri, e pensavo che in realtà il problema fosse che mia madre non sapeva cucire e quindi non avrebbe potuto attaccarmi le mostrine sulla camicia.

Gli attentati contro Falcone e Borsellino: ma proprio i boati e la colonna di fumo e le sirene che passavano e il senso di angoscia e la percezione di vulnerabilità assoluta.

Il primo libro che ho letto: era un’edizione delle favole di Esopo con illustrazioni monocromatiche e mi faceva molta paura, e pensavo che la lettura non facesse proprio per me, perché era noiosa e spaventaosa.

Mia zia che, per farci attraversare la strada, diceva “facciamo la catena umana”, perché noi eravamo tre e lei aveva solo due mani.

Mia madre che mi portava sul seggiolino della bici, quando ero davvero molto piccola.

La prima volta in cui ho fatto il bagno dagli scogli, e mi sono spaventata e non riuscivo a risalire; la prima volta in cui ho fatto un’escursione in montagna, e mi sono spaventata e non riuscivo a scendere.

Il sapore del gelato al cioccolato fatto in casa da mia nonna, e anche di quello alla stracciatella, che però mi piaceva meno; e anche il desiderio di assaggiare quello al caffè, che però a noi bambini era rigorosamente precluso.

Il senso di appagamento assoluto della prima volta in cui ho preso 10 a scuola: l’euforia leggera e persistente, l’idea di poter raggiungere qualsiasi obiettivo solo con il mio impegno.

La messa del sabato pomeriggio, da bambina, nella chiesa dove poi ho fatto la prima comunione: e mia nonna che ci faceva sedere sempre al penultimo banco, e indicava la statua della Madonna a cui aveva donato una corona da Rosario che era stata rubata; il tedio invincibile e il mio tentativo di svagarmi contando le sedie, le teste delle persone, i putti dipinti sul letto, le stelle dell’aureola della Madonna, le fermate della viacrucis.

Il sorriso di Ste’, la prima volta che l’ho vista: e tutte le volte in cui ha sorriso di nuovo in quel modo speciale.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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