Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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A te.

A te che ami il mare, la montagna, i paesini e le grandi città: e delle onde del mare hai la costanza e la tenacia e la resilienza, dei sentieri di montagna l’affidabilità, delle stradine di paese l’ombra rassicurante e buona e i sorrisi a ogni angolo, dei parchi di città la capacità di non arrenderti e far fiorire anche una striscia di cemento.

A te che preferisci tacere piuttosto che dire una parola di troppo: e che in una giornata dici poche parole, ma sono quelle giuste e non ne servono altre.

A te, che quando ho l’ansia mi abbracci molto forte. A te, che quando hai l’ansia non me lo dici per proteggermi.

A te che hai visto più film di quanti ne siano stati girati: e che ogni domenica mi fai impazzire per cercare un film che sia leggero ma non troppo, divertente ma non troppo, profondo ma non troppo, già visto ma non troppe volte, italiano ma anche straniero e antico ma appena uscito, in cui ci sia quell’attore lì che ha fatto quell’altro film con l’attrice che non mi ricordo, ma se fosse di Verdone sarebbe anche meglio.

A te che quando sorridi mi sciogli il cuore: e che quando sorridi non te ne accorgi sempre, ma a volte ti passa sul viso la luce di un pensiero felice e si lascia dietro una traccia di sorriso agli angoli della bocca, come un sapore dolcedelicato alla fine di un pezzo di pane.

A te, che hai idee chiare e belle e giuste, e non cerchi mai di imporle.

A te che ami la musica e quando suoni la chitarra sei più bella che mai: e intrecci le gambe e chini la testa di lato e non trovi il plettro e la chitarra è accordata male ma va bene lo stesso, e la tua voce è calda e avvolgente e calma.

A te che dici è squisito davanti a un piatto di pasta al pomodoro e che sei felice se a cena prendiamo il pollo arrosto; che non ti lamenti se invece del condizionatore abbiamo un ventilatore su un tavolino dell’ikea, e se il sabato sera mangiamo la pizza di Peco’s sui tavolini di plastica scoloriti.

A te che passi il pomeriggio da Mohamed senza battere ciglio, e gli vai a prendere il caffè e torni con il bicchierino bollente tra le mani; a te che lasci sempre a casa l’accendino, che d’inverno dimentichi la sciarpa e d’estate gli occhiali da sole.

A te che hai pazienza e fiducia, che sei puntuale e attenta, che sei curiosa ma non morbosa; a te che ascolti e non dai consigli, che sai sempre ribaltare il punto di vista, che dai una seconda occasione, e poi una terza e una quarta, anche a chi non meritava nemmeno la prima.

A te che hai attraversato tante difficoltà e le hai superate e messe da parte, ne hai tratto esperienza. A te che non pensavi che ce l’avresti fatta, e in vece ce l’hai fatta. A te che hai saputo sorridere nei momenti faticosi, per non spaventarmi, per non spaventarti.

A te che giochi con Nando e con Lorenzo con lo stesso entusiasmo.

A te che avresti accettato di prendere un criceto per farmi contenta, anche se a te i criceti non piacciono.

A te che quando ti annoi non lo fai pesare. A te che quando sei felice lo dici, perché la noia è contagiosa, ma anche la felicità lo è.

A te, che sei meravigliosa e brilli. Buon compleanno, amore mio.

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Quando Ste non c’è.

Non capita molto spesso, che Ste non ci sia: perché lei, come me, è abitudinaria e pantofolaia e pericolosamente tendente all’accidia, e quindi di solito è a casa, e se non c’è è a fare la spesa o al lavoro o con me da Mohamed, a prendere raffiche di vento in faccia e coccolare i gatti, o è fuori con la sua amica Shane ma tanto per cena torna, e prepara il pollo con le patate al forno e la salsa di yogurt. Ma ci sono rare volte in cui Ste non c’è, perché è al matrimonio di suo cugino in Francia o a un master a Roma: e allora io sono un po’ triste.

Quando Ste non c’è, di solito sento freddo: perché io sento freddo sempre, ma in maniera particolare quando mi sento sola o sono stanca o devo lavorare fino a tardi e non c’è nessuno che mi prepari la tisana. Di notte, poi, sento freddissimo: anche se è maggio e sul letto c’è il piumone e io ho ancora su il pigiama pesante che indossavo a Natale.

Quando Ste non c’è, vorrei approfittarne per fare cose che non faccio quando lei è qui, tipo portare a spasso Nando, uscire per comprare le scarpe per il matrimonio di mia cugina, andare a riprendere mia madre al coro o stare sveglia fino a tardi a vedere vecchie puntate di Scrubs: ma ogni volta che lei non c’è io devo sempre lavorare fino a tardi, o andare a una riunione che dura parecchie ore, e Nando è scontroso e bisbetico e al coro finiscono prima e io non faccio in tempo ad arrivare per sentirli cantare, e sono frustrata e metto il muso per interi quarti d’ora.

Quando Ste non c’è, non vado da Mohamed e mi sento in colpa: ma, senza di lei che va a prendere il caffè al bar e smussa le spigolosità del carattere di Mohamed e si mette in mezzo quando battibecchiamo, un pomeriggio dal mio malmostoso del cuore rischia di diventare un duro braccio di ferro, e io sono stanca e c’è molto vento e preferisco che lui vada al dormitorio, e se sa che lo andrò a trovare non ci va; e quindi so che è meglio così, ma mi sento a disagio lo stesso.

Quando Ste non c’è, a cena mangio la pastina col formaggino: perché mi piace molto e a lei no, e così posso trangugiarla tranquillamente e poi lavare solo un pentolino e un piatto e un cucchiaio e rimettere tutto a posto in breve tempo, come si addice al mio carattere ossessivo e bisognoso di ordine e controllo.

Quando Ste non c’è, la mattina mi sveglio presto: perché ho dormito male e ho sentito freddo per tutta la notte, e quindi sono in piedi molto prima del solito, e ne approfitto per annaffiare le piante e ritirare il bucato e spazzare la cucina e perdo la cognizione del tempo, e arrivo in ufficio scandalosamente in ritardo.

Quando Ste non c’è, la casa sembra parecchio grande e vuota: e io mi aggiro con aria contrita e mi chiedo che ce ne dobbiamo fare di tutto questo spazio, e se non sarebbe stato meglio vivere in una casa più piccola, anche se in realtà la nostra casa non è così grande, affatto.

Quando Ste non c’è, tutti sanno che sarò sola: e allora le amiche lontane mi mandano messaggi vocali e mi chiedono come me la cavo, le colleghe mi consigliano di consolarmi con cibi succulenti e mia madre tenta di convincermi a dormire a casa loro, perché che fai tutta sola lì, dormi qui così possiamo chiacchierare fino a tardi; ma quello che era il mio letto è ormai il letto di Nando, e lui non sarebbe felice di farmi un po’ di posto, e poi non ho neanche un cambio e mi serve il mio computer e poi devo lavorare, e quindi rispondo che no grazie, stai tranquilla, torno a casa mia.

Quando Ste non c’è mi annoio molto, perché io mi diverto quai solo con lei. Per fortuna stasera torna.

[La foto è di Ste].

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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Abitudini.

Penso di essere la persona più abitudinaria e metodica sulla faccia della Terra.

Faccio la spesa ogni lunedì, costringendo Ste a scegliere il menu dell’intera settimana per comprare solo l’esatta quantità di cibo che consumeremo: e mi confondo e agito quando qualcuno ci invita a cena senza preavviso, o devo restare a pranzo in ufficio, o mia madre ci dà un gateau di patate con prosciutto e scamorza affumicata e devo posticipare il risotto o il petto di pollo che avevo previsto per quella sera.

Ogni mattina, prima di uscire bevo il caffè e inzuppo due biscotti e mezzo: non due, non tre o quattro, ma due e mezzo. Ogni mattina, appena arrivata in ufficio, mangio il mio pacchetto di insipidi crackers integrali, e a mezzogiorno, quando le campane della chiesa di San Francesco d’Assisi suonano, scendo con collegasimpatica e collegacanealpha a prendere un macchiato al vetro: e, dato che non ho mai preso altro in tutti questi anni, il barista lo sa e mette il piattino e il bicchiere d’acqua sul bancone prima che apra bocca.

Ogni mercoledì e sabato annaffio le piante, ma solo d’inverno: in primavera e in estate e in autunno le annaffio ogni giorno, prima di uscire per andare al lavoro; le annaffio sempre, anche se sono in ritardo, o se devo uscire molto presto, o se c’è una sciroccata violenta e il vento bollente asciugherà la terra prima ancora che io abbia posato l’annaffiatoio arancione sotto il lavello della cucina.

Ogni mattina, in macchina, ascolto musica: e la ascolto quasi solo in quel momento, la mattina mentre guido, e poi la sera mentre pulisco la cucina. Nel resto della giornata non la ascolto quasi mai.

Ogni giorno, prima di alzarmi dal letto, controllo lo smartphone: scorro le email, le chat di whatsapp, le notifiche su Facebook. Un tempo, mandavo un messaggio di buongiorno alla Mate: e da due mesi non lo mando più, e questo mi dà un senso di incompiuto, di strappo, di mancanza. Adesso, invece, scrivo alla responsabile del dormitorio dove passa la notte Mohamed, per chiedere se ha dormito bene, se si è svegliato di buon umore, se è già andato via, con la borsa della spesa che contiene tutte le sue cose su una spalla, il telefonino in tasca, una cicca spenta tra le labbra e il suo broncio perenne.

Ogni sera, prima di andare a letto, verifico di aver chiuso la porta di casa: e, anche se controllo ogni sera, spesso Ste mi chiede se l’ho chiusa, e allora mi viene il dubbio di non averlo fatto, e quindi mi alzo e vado a controllare di nuovo.

Ogni sabato mangio la pizza: ed è sempre una margherita, e la prendo sempre da Peco’s, e Ste prende sempre una romana, e un po’ ci rimango male quando vado a pagare e mi chiedono cosa desidero, perché chiedo una margherita e una romana e una bottiglietta di cocacola da parecchi mesi, ogni sabato.

Ogni domenica ci alziamo tardi, e io metto la sveglia presto per poter leggere a letto: e poi andiamo a fare una passeggiata in centro e mangiamo un panino fuori, e io prendo sempre un panino con la bresaola. Solo una volta, molti anni fa, amicastorica mi ha detto di non prendere il solito panino con la bresaola, e ne ho preso uno con gorgonzola e prosciutto crudo, e ancora adesso me ne pento.

Ogni volta che andiamo al cinema, posteggio la macchina nella stradina adiacente, e poi all’intervallo prendo un Magnum bianco: ed è l’unica volta in cui mangio il gelato, ché di solito non lo prendo mai.

Ogni volta che andiamo a prendere qualcosa dopo cena, prendo un tè verde al gelsomino: e, anche se so che poi dormirò male, bevo tutto il tè che c’è nella teiera, e ne vorrei ancora.

Ogni notte, prima di addormentarmi, leggo un po’: anche se è capodanno e sono le tre passate e sto cascando dal sonno, leggo almeno due righe, altrimenti so che non mi addormenterò.

Ogni mattina, quando mi sveglio, mi sento molto stanca, e insieme molto felice: perché Ste è lì, e il suo respiro regolare è dolce e tiepido, e io ancora non mi capacito che sia tutto vero.

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Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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Psicopatologia della frittata, ovvero la frittata come stile di vita.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano moltissimo; andavano tutto il tempo su e giù dalle Madonie con la vecchia Golf blu di mio padre, perché mia madre faceva Guardia Medica in oscuri paesini popolati da pecore e mucche e gente riservata ma cordiale, e mio padre lavorava in Pronto Soccorso a Palermo, e dovevano far quadrare gli orari e i turni di notte e i riposi in modo da poter essere entrambi nello stesso posto alla stessa ora, perché mia madre non aveva dimestichezza con la macchina e la sua Panda amaranto era troppo scalcagnata e ansimante per affrontare l’uscita di Resuttano col ghiaccio delle mattine di gennaio. In più, facevano attività privata: visite domiciliari dove di solito ero costretta ad accompagnarli anche io, timida e silenziosa e costantemente in imbarazzo, solitamente costretta a rimanere in salotto coi parenti dei pazienti che loro, in un’altra stanza, stavano visitando, e obbligata a rispondere a sciocche domande e a ingurgitare biscotti di riposto e dolcetti alle mandorle; oppure ricevevano i pazienti a casa nostra, e allora rispondevo compitamente al citofono e poi dovevo restare nella mia stanza e non fare troppo rumore e per nessun motivo aprire la porta del corridoio. La nostra vita frenetica era accuratamente pianificata e organizzata, e il rumore costante del lettore Holter che ronza e scoppietta è uno dei miei primi ricordi d’infanzia.

Quando ero bambina, al di là della scientifica pianificazione dei tempi, i miei genitori erano sempre di corsa: perché un imprevisto capitava sempre, una festicciola a cui dovevo essere accompagnata o un quaderno smarrito o un tacco rotto potevano far saltare lo schema e richiedere aggiustamenti e limature di orari; in camera mia c’era uno zainetto sempre pronto, col pigiama e un cambio e un giocattolo, per le notti in cui non dormivo a casa: e non dormivo a casa quasi mai, ma passavo la notte dalle nonne quattro sere a settimana, ed ero sempre un po’ confusa su dove mi sarei addormentata e dove mi sarei risvegliata: tanto che, a cinque anni, avevo dettato una regola inderogabile: non dovevano per nessun motivo spostarmi mentre dormivo, neanche se fosse successo per caso, alla fine di una cena di compleanno andata per le lunghe o dopo un cenone di capodanno; avevo deciso che volevo addormentarmi e risvegliarmi sempre nello stesso letto.

Quando ero bambina, cenavamo a casa raramente, io e i miei genitori: perché di solito, quando si mettevano in viaggio per Blufi, loro portavano con sé dei panini, e io mangiavo stelline col formaggino dalla nonna di turno, e poi le estorcevo succhi di frutta e patatine al formaggio e ovetti di cioccolato facendo la faccia triste da bambina abbandonata dai genitori, specialità in cui ero campionessa olimpica. Non cenavano quasi mai insieme, io e i miei genitori, ecco: ma quando lo facevamo, mangiavamo quasi sempre la frittata: e forse per questo, adesso, la considero uno dei cibi che mi dà più sicurezza e serenità. Dalle nonne la frittata non si mangiava mai: perché ai bambini, si sa, bisogna dare la fettina di carne, e poi le uova sono pesanti, e il fritto non va bene, e allora se non vuoi la carne ti faccio il merluzzo, ma non vorresti le polpette?, guarda che bello, ti ho preparato il pollo, il nonno è andato a comprarlo appositamente. E quindi, solo a casa, nelle rare sere in cui cenavamo insieme davanti alla tv, magari in soggiorno, con i piatti sul tavolino basso, io in ginocchio sul tappeto, arrivava lei: bollente, perfettamente tonda, colore d’oro brunito, soffice e profumata da mille foglie di basilico sminuzzate, da mangiare, in buona parte, in mezzo al pane. Piaceva a tutti e tre, era economica e semplice da preparare e mia madre, per fare prima, spesso lasciava in frigo le uova già battute con parmigiano e pangrattato, e per questo, per la sua mania di fare tutto in anticipo, da ragazzina la prendevo in giro a più non posso. È il sapore felice delle cene dell’infanzia, la frittata: e, più grande, delle gite, dei pranzi a mare, dei panini al volo perché stavamo facendo qualcosa di speciale. È il piatto più versatile e umile e godurioso, il mio comfort food, l’unico cibo che, nel mio personale empireo, batte perfino la pizza.

Adesso che ai pasti penso quasi sempre io, la frittata è uno dei piatti che cucino più volentieri per la mia bella: e mi viene quasi sempre bene, anche se la riempio di patate e carciofi e dico a Ste chiudi gli occhi che stavolta non riuscirò a girarla, e invece oplà, anche stavolta ce l’ho fatta.

Quando morirò, voglio che sulla mia tomba sia scritto Girava la frittata con la paletta.

[Massimiliano, ogni promessa è debito].

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Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Il sapore di una volta.

Ci sono cose che non hanno più il sapore di una volta. La pasta al forno, ad esempio. Quando ero piccola, la domenica si andava a pranzo dalla nonna. Si compravano i fiori gialli e i dolcini e a volte una torta, di solito con crema e fragoline, la ricotta non piaceva molto; il televisore in cucina era acceso su raiuno, a blaterare inutilmente perché tanto si mangiava in sala da pranzo, ovalizzando il tavolo e apparecchiando con cura, bambini venite a prendere la bottiglia del vino!, dove è finito il sottopentola?, nonna non è giusto che noi portiamo i piatti e Francesca no, forza, prepariamo la caffettiera così poi ce la ritroviamo pronta. Quasi sempre il nonno era in ritardo perché perdeva tempo ad aiutare il sagrestano a chiudere la chiesa, dopo la messa di mezzogiorno, Alfre’, ma che fine hai fatto, non potevi tornare presto almeno oggi? La domenica a pranzo, nella sala da pranzo della nonna, in una casa che non esiste più perché è stata venduta e ristrutturata e stravolta e ora è un enorme loft open space con vetrate senza tende e pareti bianco brillante e faretti al tetto, la domenica a pranzo a casa delle nonna, tutti stretti intorno al tavolo, tirate via i gomiti dal tavolo, bambini!, la maggior parte delle volte c’era la pasta al forno. La pasta al forno, quando ero piccola, non era uno sformato di anelletti o lasagne o qualsiasi altro piatto a base di pomodoro e carne tritata, ma era bianca, fatta con penne lisce e besciamella e prosciutto cotto e scamorza affumicata – provola affumicata, la chiamava la nonna. Aveva un sapore delicato, spesso e morbido e quasi dolce: sapeva di cura e attenzione, di ore in cucina a rigirare il cucchiaio di legno nel pentolino verde – quel cucchiaio di legno che ho portato via e che ora uso io quando faccio il risotto, – sapeva di latte e burro e grana grattuggiato e noce moscata comprati il venerdì mattina ordinandoli per telefono alla salumeria all’angolo, di una teglia rettangolare alta e pesante preparata il sabato pomeriggio e lasciata a intiepidire sul fornello spento mentre si andava alla messa delle sei del pomeriggio, un’ora per andare e tornare e vedere la funzione e magari anche confessarsi, facciamo presto, padre, devo ancora panare le cotolette per cena. Sapeva di domeniche lunghe lente interminabili, di cartoni animati visti la mattina, distesi a pancia in giù sul tappeto del salotto; sapeva di tempo che si allargava ed estendeva e stirava come un chewing-gum, di quarti d’ora che gocciolavano via, un minuto dopo l’altro, tra chiacchiere e giornali e carte da gioco, senza preoccupazioni, senza pensieri, senza ansie. Adesso la pasta al forno la faccio io, con la stessa ricetta della nonna, quella che non leggo perché tanto la so a memoria, e non peso il burro né misuro il latte, ché la besciamella è una delle poche cose che mi vengono bene a tappo; la faccio io, e il sapore è quasi uguale ma non proprio: si sentono, sotto il salato del prosciutto e l’affumicato del formaggio, la fretta e i pensieri faticosi e la preoccupazione di stare sporcando l’intera cucina e il calcolo accurato delle calorie per capire quanta ne posso mangiare, e ogni quanto, e al posto di cosa. Sa di ricordi dolorosi, di rimpianti, di una casa che non esiste più ma di cui ricordo l’odore stanza per stanza; ha un sapore simile alla pasta al forno della mia infanzia, ma non è più quello.

Molte cose non hanno più il sapore di una volta; il gelato al cioccolato sa di senso di colpa, il sabato mattina di piante da annaffiare e bucato da lavare a mano, le brioscine calde sanno di pausa in ufficio, il caffè di colazione in silenzio davanti al kindle. La pioggia sa di preoccupazione per chi è in strada, la tisana sa di coccole sul divano, di stanchezza e cura e pazienza. La domenica mattina sa di silenzio, di libri da leggere a letto, di tempo per noi. La pizza sa di lusso e relax e sabato sera, il cocco di sabbia e sole e mare. Molte cose non hanno più il sapore di una volta, e a volte è una cosa bella, a volte un po’ meno. Questo blog, ad esempio: da quando non c’è più laMate a leggerlo, ha perso buona parte del suo sapore.

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