Happy birthday.

Qualche giorno fa è stato il compleanno di mia madre; le ho gridato auguri auguri al telefono a mezzanotte del giorno prima, e poi la mattina intorno alle 9, e verso mezzogiorno ho risposto alla milionesima mail e ho programmato il milionesimo video su Facebook e ho spento il pc e ho deciso di recuperare nel pomeriggio le due ore di lavoro residue; sono andata a casa dei miei genitori, e ho preparato il riso pilaf con la salsa al limone e gli anacardi tostati e canenando ha mendicato bocconi per tutto il pasto, con aria compunta e dolente da fraticello di campagna impegnato nella questua. Dopo pranzo abbiamo fatto qualche scatto insieme con la Polaroid mentre canenando faceva photobombing apparendo con la lingua di fuori e le zanne in evidenza davanti alle nostre facce e agitando la coda accanto ai bicchieri dello spumante, e poi mia madre ha spento le candeline e canenando si è spaventato a morte e si è rifugiato con la coda tra le zampe sotto il tavolo, e poi ancora abbiamo mangiato una torta molto buona, ed ero parecchio felice. Ero felice perché non era affatto scontato, per me, poter festeggiare un altro compleanno insieme. Da quando, due anni fa, in una tarda mattinata grigia e gelida di marzo, mia madre è inaspettatamente morta e poi, sempre inaspettatamente, si è ripresa senza alcun danno, lasciando i neurologi piuttosto perplessi, la mia solita ansia è aumentata esponenzialmente, e mi ha portata a saltare in aria ogni volta che ricevo una chiamata in un orario inconsueto e a rimanere con gli occhi sbarrati, di notte, nel timore di (non) sentire squillare il telefono poggiato sul comodino.

La pandemia non poteva che peggiorare ulteriormente le cose: non per quel che riguarda la salute di mia madre, che graziealcielo è rimasta inalterata, ma per il mio esasperato ed esasperante bisogno di controllo, che fa in modo che la stressi continuamente dicendole di non uscire, non permettere a nessuno di avvicinarsi – ma chi diamine le si può avvicinare, in casa sua?, indossare sempre con attenzione la mascherina, arrivando a controllarla attentamente mentre si lava le mani: senza pensare che ha lavorato per molti anni in una sala operatoria, e quindi accidenti, sa bene come lavarsi le mani. Ma lei, che è una persona paziente e che cerca di non ferire mai i sentimenti degli altri, sopporta con sorridente e comprensiva rassegnazione le mie mattane, arrivando a misurare la temperatura giornalmente senza avere alcun sintomo solo per rassicurarmi sul fatto che no, non ha affatto la febbre; durante il lockdown mi faceva lunghe videochiamate per dimostrare di non fare neanche un colpo di tosse per intere giornate, e poi cucinava qualcosa di buono e la surgelava, e quando finalmente ci siamo potute rivedere mi ha dato barattoli di marmellata e crostate e lasagne e tagliatelle fatte in casa, e i suoi famosi crocchè di latte. Più le sto con il fiato sul collo e spio ogni suo gesto e mi lamento perché secondo me non è abbastanza attenta e precisa, più lei ride e mi prende in giro e minaccia di andare a leccare le maniglie delle macchine posteggiate sul viale, se non la pianto: ma lo fa con tale premurosa dolcezza da riuscire a sedare, almeno per qualche minuto, la mia ansia.

(Per colpa sua e dei suoi manicaretti diventerò spaventosamente grassa, ma va bene così: finché avrò cibo cucinato con amore da mia madre, niente potrà davvero spaventarmi).

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I piatti della festa

Quando ero bambina e poi ragazzina, a casa mia gli onomastici si festeggiavano con più cura e attenzione dei compleanni. È sempre stato così, nella mia famiglia, e non mi sembrava strano, lo consideravo normale: ma quando, già grandetta, ho scoperto che invece tutti gli altri, compagni di scuola e figli di amici e vicini di casa, prestavano più attenzione al compleanno che all’onomastico e ho chiesto come mai da noi si facesse al contrario, Gli onomastici si ricordano più facilmente, fu la spiegazione della nonna, anche se io sul momento non ne fui molto persuasa, e ancora adesso non sono sicura che avesse davvero senso; ma tant’era.

Eravamo una famiglia poco numerosa, ma in compenso eravamo parecchio rumorosi e litigavamo spesso, con scoppi fragorosi di urla e qualche volta una porta sbattuta; eravamo anche molto uniti e abbastanza felici, insieme, e quando qualcuno di noi faceva l’onomastico andavamo tutti a mangiare dai nonni. Non importava che fosse mercoledì o venerdì, che mio padre smontasse da parecchie ore di guardia o che mio cugino il giorno dopo avesse la versione di greco, o anche che io avessi ginnastica artistica alle tre del pomeriggio: non era presa in considerazione l’idea di spostare l’appuntamento al sabato o alla domenica successiva, o di vederci a cena. Uno di noi faceva l’onomastico, tutti andavamo a pranzo dai nonni. Faccenda chiusa.

Il giorno dell’onomastico-di-uno-di-noi io di solito arrivavo dai nonni dopo la scuola con i miei cugini; saltavamo giù con gli zainetti in spalla dallo scalcinato scuolabus del signor Mandalà e affrontavamo i sei pieni di scale a piedi, e arrivati su scoprivamo che i nostri genitori non erano ancora arrivati. In compenso, trovavamo la nonna freneticamente impegnata con gli ultimi preparativi: il nonno, invece, di solito stava leggendo il giornale nello studio. Venivamo subito coinvolti: mio cugino, in qualità di maschio impavido e temerario, era invitato a compiere la pericolosissima operazione di allungamento del tavolo della stanza da pranzo. Intanto io impilavo i bicchieri sul carrello, mia nonna controllava il forno e si scottava il polso chiudendolo e metteva il ghiaccio e cercava la pomata e riapriva il forno e si scottava di nuovo. Mia cugina di solito si defilava, giocava con le barbie, ci accusava di non dedicarle abbastanza attenzione e si metteva a piangere. Poi pian piano iniziavano ad arrivare tutti, mia madre con la sua Panda amaranto che si riconosceva da diversi isolati di distanza, mio padre con i regali, mia zia con dei fiori gialli per la nonna; per ultimo di solito arrivava mio zio, quando noi avevamo già mangiato la pasta da un bel po’.

La nonna cucinava ogni volta una cosa speciale, il piatto preferito del festeggiato: il mio era la pasta al ragù, e poi la crostata al cioccolato; mia madre preferiva la pasta col sugo del latte e la crostata con crema e amarena, mio nonno la pasta con le cozze, mia zia la pasta al forno. Per tutti quelli che non volevano mangiare quello che era previsto, la nonna proponeva il menu alternativo: pasta con la salsa e cotolette. Io di solito mangiavo i piatti della festa, con una sola alternativa: quando c’era la pasta al forno, che insensatamente non mi piaceva.

Poi sono cresciuta, e i miei gusti sono cambiati, e la pasta al forno alla napoletana della nonna è diventato uno dei miei piatti preferiti: uno di quelli che so fare a occhi chiusi. Si cuoce la pasta, penne rigate: e se sono mezze penne o sedanini è ancora meglio. Intanto si prepara una besciamella morbida e non troppo densa, arricchita con noce moscata e grana grattuggiato, e si tagliano a cubetti prosciutto cotto e scamorza affumicata. Si assembla tutto, si inforna, si mangia.

In questi due mesi di isolamento dal mondo, di preoccupazioni e scoppi di rabbia e incertezza e mancanza, Ste mi ha chiesto la pasta al forno per ogni giorno di festa, Pasqua, 25 aprile, 1° maggio. E io gliel’ho fatta ogni volta, e ogni volta lei mi ha detto che era buonissima, più buona dell’altra volta; e ogni volta io mi sono chiesta come mai da bambina non mi piacesse, chissà.

E ogni volta, mentre mescolavo la besciamella masticando un pezzo di scamorza e dicendo a Ste di lasciare stare il prosciutto, che poi la pasta viene scondita, ogni volta ho pensato alla nonna, alla sua figura rasserenante in cucina, intenta ad allineare i piatti pieni, alla sicurezza assoluta che mi trasmetteva la sua voce, alla dolce fermezza con cui mi ha cresciuta. Mi manca ancora moltissimo.

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Di quando finii per la prima volta in commissariato (e non avevo ancora dieci anni).

Quando ero piccola, abitavo con i miei genitori in un quartiere residenziale: uno di quelli con i palazzi bassi e i giardini e le macchine che corrono veloci sullo stradone, con l’edicola e il bar e la merceria ma niente scuola, o almeno, non abbastanza vicina da raggiungerla a piedi. Per questo, i miei genitori mi avevano iscritta, dopo un faticoso biennio in una scuola di frontiera in cui ero tre anni più piccola della media dei miei compagni di classe, ad un’elementare che si trovava a qualche centinaio di metri da casa dei nonni. Il meccanismo era semplice: mio padre mi accompagnava in auto ogni mattina, mi lasciava a scuola una buona mezz’ora prima dell’orario di ingresso e andava al lavoro. All’uscita, lo scuolabus mi scodellava dalla nonna, dove ingurgitavo un pasto completo di tre portate, frutta, pane, caffè e cioccolatino a tappe forzate, guardavo Non è la Rai o La ruota della fortuna cominciando a fare i compiti e aspettavo che mio padre venisse a recuperarmi per portarmi a ginnastica artistica e poi di nuovo a casa. Il viaggio di ritorno sullo scuolabus lo facevo con i miei cugini: tutti e tre frequentavamo la stessa scuola e loro, con mia somma invidia, abitavano nel palazzo della nonna.

Lo scuolabus era un pulmino volkswagen grigio chiaro guidato da un sessantenne burbero e ammaccato; a me sembrava vecchissimo e faceva molta paura. Il signor Mandalà guidava con espressione imbronciata, ci faceva salire sullo scuolabus con espressione imbronciata, si rivolgeva a noi, in qualsiasi situazione, con espressione imbronciata. Aveva la tendenza a caricare sullo scuolabus un numero di bambini nettamente superiore alla reale capienza del pulmino; io e i miei cugini, ad esempio, occupavamo in tre due posti: Tanto quella là è piccola, diceva il signor Mandalà indicando mia cugina, stringetevi e lei si siede in braccio. Ogni giorno uscivamo da scuola alle 12:30 e prima delle 13 varcavamo la soglia del portone della nonna, salutavamo il signor Carbone, l’anziano portinaio a cui eravamo molto affezionati, e ci accingevamo a salire sei piani a piedi con le cartelle sulle spalle, perché la nonna, ligia alle regole, non ci lasciava prendere l’ascensore da soli, dato che nella cabina c’era un cartello che recitava È vietato l’uso dell’ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati, e nessuno di noi tre aveva più di dodici anni.

Solitamente il viaggio da scuola a casa avveniva senza intoppi: noi bambini scambiavamo figurine o bisticciavamo, il signor Mandalà si lamentava delle nostre intemperanze, mia cugina si lagnava, mio cugino cercava di convincermi a giocare a carta forbice pietra. Un giorno, però, un giorno di inizio primavera – andavo in terza elementare – un’auto della polizia decise di fermarci. I documenti del signor Mandalà furono accuratamente controllati, e purtroppo qualcosa non andava; ci vollero interi quarti d’ora per capire cosa non funzionasse: interi quarti d’ora in cui tutti noi rimanemmo sul pulmino, fermo a un angolo di strada, mentre il signor Mandalà spiegava il suo punto di vista e i poliziotti stavano in silenzio e scuotevano la testa. La situazione sembrava grave e il signor Mandalà fu invitato ad andare in commissariato: e ci andò col pulmino e tutti noi a bordo. Tutti noi che ovviamente, all’inizio degli anni Novanta, non avevamo un telefonino o qualcosa di simile per chiamare la famiglia. La nonna, a casa, aspettò a lungo; poi iniziò a preoccuparsi. Anche il signor Carbone, non vedendoci arrivare, si preoccupò, e citofonò alla nonna per sapere se ci fossero nostre notizie. La nonna non ne aveva, e non sapeva a chi chiederle; il nonno era fuori città, tutti i nostri genitori erano al lavoro, il custode della scuola, consultato per telefono, confermò che sì, eravamo saliti sul pulmino molto tempo prima; i vigili, raggiunti anche loro per telefono, non sapevano come aiutarla: non c’erano stati incidenti nelle strade intorno alla scuola. Finalmente, quando ormai le due del pomeriggio erano passate da un pezzo, una solerte poliziotta telefonò alla nonna dicendo Signora, lei ha tre nipoti che fanno le elementari alla scuola Madonie? Questo è il commissariato San Lorenzo, i bambini sono qui. Mi sono sempre domandata come la nonna sia riuscita a mantenere la calma e venirci a recuperare con la sua 126 azzurra: ma era così preoccupata e affannata che aveva il cappotto sul grembiule e il telecomando del televisore in tasca. Facemmo il nostro ingresso trionfale a casa alle tre: il signor Carbone ci aspettava davanti al portone con aria perplessa.

Di quel giorno ricordo solo la fame e la noia, e mia cugina che sfogliava l’album con le figurine della sirenetta, e la nostra preoccupazione all’idea della nonna sola in casa ad aspettarci. Alcuni dei bambini che erano con noi si spaventarono molto, altri considerarono la giornata un simpatico diversivo; di uno non si riuscirono a rintracciare per telefono i genitori e fu riaccompagnato a casa con la volante. Ancora adesso mi chiedo come mai a nessuno venne in mente di far finire il giro di consegna alunni al signor Mandalà prima di portarlo in commissariato, né di offrirci un panino o un succo di frutta. Fu una delle giornate più assurde della mia vita.

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In frittata we trust.

Il mio amico Massi dice che non parlo di frittate su questo blog da troppo tempo: e io, per dimostrargli che non è vero, ho deciso che oggi parlerò solo di questo, con buona pace della mia dieta, del colesterolo, dei cultori dell’alta cucina e dei vegani.

Nella mia famiglia, quando ero piccola, c’era una marcata distinzione tra le cose “da grandi” e quelle “da bambini”. I grandi potevano bere attaccandosi alla bottiglia, dire parolacce, scegliere di non andare alla spiaggia o di non mangiare la cotoletta, avere il gelato al caffè per merenda, camminare in giro per casa senza pantofole, fare la doccia e lasciare i capelli bagnati, guardare Giochi senza frontiere fino alla fine della puntata. I bambini, invece, non potevano fare tutte quelle cose lì, ma in cambio ci era concesso di mangiare il budino al cioccolato a metà mattina, guardare la tv a letto la domenica, fare i tuffi dal pedalò, tornare dal mare in calzoncini e costume senza mettere la maglietta, andare a prendere il pane in bicicletta, guardare Non è la Rai.

Una cosa prettamente da adulti – e che io, in quanto tale, ammiravo moltissimo – era mangiare la frittata di maccheroni. In realtà, penso che questo divieto nasca da un enorme malinteso: la frittata di maccheroni a noi non era realmente preclusa; solo, veniva preparata con gli avanzi della pasta (spaghetti, che venivano cotti in abbondanza solo a quello scopo) per chi aveva fatto molto tardi e mangiava dopo, quando tutti gli altri avevano finito. E dato che ad arrivare in ritardo e mangiare dopo non ero mai io, che tornavo da scuola con lo scuolabus e che ho fatto tardi solo una volta perché ci avevano portati tutti in commissariato, non io, dicevo, ma solitamente mio padre, che smontava dal turno di guardia nel primo pomeriggio e ci raggiungeva quando i grandi erano al caffè e noi bambini stavamo già faacendo i compiti, era a lui che veniva fritta in padella la pasta, amalgamata con un uovo e una buona spolverata di parmigiano e girata dalla nonna con un rapido colpo di polso, ooop!, come adesso faccio io. Lo invidiavo biecamente, per la frittata, che era molto più gustosa e succulenta del nostro piatto di pasta, e perché mangiava da solo e tutti gli stavano intorno e gli domandavano del lavoro e gli chiedevano se era stanco e se voleva altra acqua, la frutta, un poco di insalata, e gli portavano via il piatto per non farlo alzare perché aveva detto prima che sì, era molto stanco.

A noi bambini la frittata di maccheroni veniva proposta in un’unica occasione: quando andavamo in gita e, al posto dei panini, veniva preparata una frittata tonda e alta che ci veniva messa nello zainetto, tagliata in quarti, avvolta nella stagnola, accanto alla borraccia, alla mela e al ciocorì. Mi piaceva un sacco.

Ad oggi, la frittata è, insieme alla pizza e alle barrette lindt al latte e caramello che mi compra Ste, il mio comfort food per eccellenza. Un buon bocconcino di rimacinato, farcito con un’ottima frittata, ben condita e profumata di basilico e maggiorana, è il mio personale antidoto all’inverno, al freddo, al troppo lavoro, alle persone che mi riversano addosso insoddisfazioni e negatività, al mal di piedi e al pessimo umore. God bless frittata.

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Regole di buon vicinato, ovvero della vicinainvadente e dei vicinidistratti.

Ormai alcuni anni fa, Ste ed io siamo venute a stare in questa casa; alla firma del contratto, la simpatica vecchietta che ce l’ha affittata ci ha dato un mazzo di chiavi: Mi dispiace, ha detto, manca quella del cancelletto blindato che c’è sul pianerottolo, temo di averla persa, chiedete ai dirimpettai se ve ne prestano una per fare la copia. Con perplessità e scarsa convinzione, ma consce del fatto che non ci fosse altro modo, il pomeriggio stesso abbiamo bussato alla porta accanto alla nostra. Scalpiccii, musica in sottofondo, una voce stonata che cantava al karaoke; non ha aperto nessuno – avremmo poi imparato che è un tratto distintivo dei nostri vicinidistratti, non aprire mai. Allora, sempre più scoraggiate, abbiamo suonato il campanello della terza porta del pianerottolo: col senno di poi, sarebbe stato meglio evitare.

La tipa che ci ha aperto ha iniziato immediatamente a gridare: eravamo forse delle ladre? O, ancor peggio, degli stupratori sotto mentite spoglie femminili? Eravamo zingare, o addirittura extracomunitarie? Come poteva fidarsi di noi e darci la chiave? A poco sono serviti i nostri tentativi di mostrarle il contratto di affitto, farla parlare con la padrona di casa, indicare l’altro mazzo di chiavi che avevamo in mano (Vede, signora? È casa nostra!): per persuaderla abbiamo usato tutte le nostre doti di pazienza e carisma, un’intera gamma di facce ingenue e occhioni da Bambi e almeno quaranta minuti di suppliche. Alla fine, con la mano del Signore e un attimo prima che scoppiassi in lacrime, ha deciso di fidarsi di noi. Da quel momento, la vicina è diventata parte integrante del nostro ménage familiare.

In cinque anni di frequentazione, vicinainvadente ha bussato al nostro campanello almeno 1500 volte; mi ha telefonato – preferibilmente la mattina, quando sono in ufficio – non meno di dieci volte: e ogni volta non ha creduto al fatto che non fossi a casa, e ha continuato con insistenza a chiedermi di aprirle, per favore. Ci ha chiesto di fare di tutto: dal cancellarle i messaggi dal cellulare al chiamare il suo gestore telefonico per segnalare un guasto, dall’applicare cerotti contro il mal di schiena all’aprire un pacco di pasta particolarmente ostico. Ci ha fatto telefonare a sua madre, a suo fratello, al serrandista e all’avvocato, ha inveito contro gli altri vicini, contro i politici, contro i suoi parenti e contro il padreterno in tutte le lingue conosciute e un paio inventate sul momento. Ha avuto crisi d’ansia e attacchi di panico, e raffreddori e una volta anche la bronchite: e ogni volta ha ritenuto il nostro parere più affidabile di quello del suo medico di famiglia. Ha definito con accuratezza i raggi di azione mio e di Ste nei suoi confronti: io sono l’uomo di fatica, e vengo chiamata per sbloccare la caldaia o sistemare l’anta dell’armadietto che cigola; Ste, invece, in qualità di quasi-medico (è psicologa, che per vicinainvadente è comunque una professione medica) deve sovrintendere alla somministrazione di antibiotici e antidolorifici e viene chiamata per missioni “di concetto” come decidere se la posologia delle gocce di valeriana consigliata dal farmacista è corretta.

Usa un metodo subdolo ma efficace per evitare che, esasperate dalla terza chiamata del pomeriggio, fingiamo di non sentire il campanello: attende di vederci rientrare da fuori, acquattata dietro lo spioncino della porta, e non appena entriamo in casa ci balza al collo con le zanne in evidenza.

Durante le scorse feste ci ha regalato una grossa stella di Natale: un pensiero gradevole, immediatamente vanificato da una scena madre contro Ste che, colpevole di non poterla accompagnare a fare dei servizi, è stata accusata di essere egoista e poco propensa al supporto. Una parte di me, alla notizia del litigio, ha gioito: pensavo che ci avrebbe tenuto il muso per qualche settimana; macché: il giorno dopo mi ha chiamata per svitarle il tappo di una confezione di mascara. Neanche l’offesa ci ha potuto: siamo le sue vicine preferite, e dobbiamo onorare questo ruolo ogni giorno; che fatica, però.

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Una topolina grigia nella nostra vita.

Per Natale ho ricevuto il regalo che più desideravo in assoluto: una meravigliosa criceta di nome Anastasia Steele, detta Ana, #cinquantasfumatureditopo, affettuosamente chiamata Topola. È grigia, ovviamente: una manopolina di pelo dalla pancina candida che stazza quaranta grammi a dir tanto, col nasino rosa e due robusti dentini con cui ama mozzicarci le dita. Ha tre mesi circa, Topola, e ha passato i primi venti giorni a casa nostra da reclusa, ché Ste l’aveva presa in negozio ben prima di Natale e ha pensato bene di occultarla in una stanza che mi è stata interdetta per settimane. La maggior parte delle persone che ci conoscono sapeva dell’esistenza di Ana ben prima di me: lo sapeva Mirella, lo sapeva la Fra’, lo sapevano Massi e Ale, che sono stati prontamente eletti a esperti-di-roditori di fiducia e che venivano subissati di foto e video della piccola; lo sapevano i genitori di Ste, e anche i miei, a cui lo aveva detto Stella, la ragazza che ci aiuta con le pulizie e che aveva misteriosamente comunicato a mia madre Hanno scatola piuttosto grande, e dentro c’è topo. Io avrei potuto intuire l’esistenza di un criceto sotto il nostro tetto, ma ho scelto di non sbirciare, non fare caso ai rumori, non provare a indovinare: volevo che fosse una sorpresa, e accidenti se lo è stata.

Come dovrebbe essere la regola per i criceti domestici, Ana vive in una gabbia parecchio grande e articolata: meglio, in un sistema di gabbie che abbiamo acquistato e poi collegato con appositi tubi di plastica modulari, in un pomeriggio di ansia e panico in cui Ste teneva la topolina in mano, facendosi rosicchiare i polsini del maglione e cercando di evitare di farla fuggire dietro la libreria, mentre io mi sforzavo di incastrare i cilindretti trasparenti in modo da rendere pratico e intuitivo il passaggio tra le gabbie. Di fatto, Ana ha a disposizione il corrispettivo murino di una villa hollywoodiana, da cui detesta essere tirata fuori: e dato che ha prontamente intuito che prelevarla da Gabbia 3 è scomodo e che di solito riesce a nascondersi abbastanza bene tra i trucioli che ricoprono il pavimento del cubicolo, ha imparato a lanciarsi in picchiata giù per il tubo che collega Gabbia 2 e Gabbia 3 non appena mi sente avvicinare. Quando arriva giù e mi guarda con aria trionfante, sono sicura di sentirle mormorare Tana liberi tutti, ma forse è la mia immaginazione.

Come tutti i criceti, Topola è curiosa e attenta, dorme per buona parte della giornata e corre sulle ruote – ne ha tre, più una speciale, sferica, sul tetto di Gabbia 1 – dalle 22 alle 8 del mattino; riesce a stare lontana dalla nostra vista, nascosta nella sua casetta-rifugio, anche per dieci ore di seguito, ma basta avvicinarsi con la scatola del cibo per vederla comparire, intenta a sbadigliare e stiracchiarsi. Si spaventa dei rumori forti, detesta che le si tocchi il dorso ed ha una spiccata predilezione per le arachidi, che seleziona accuratamente dalla pappa a base di semi misti che le propiniamo; non ama – e scarta regolarmente – i semi di segale, forse pensando che alla fine, per non buttarli via, li mangerò io. Per stimolare la sua abilità, abbiamo inserito nella gabbia delle scalette di legno: e Ana, che sicuramente non iscriveremo al corso avanzato di informatica, non ha ancora capito come utilizzarle, per cui si sforza di arrampicarsi sul lato della scala, perfettamente verticale e per lei piuttosto alto, invece di utilizzare il declivio. È buffa e tenera, va pazza per i pezzetti di mela, ha un pelo sofficissimo e delle zampine piccine con cui, quando vuole (ovvero molto raramente) mi sale delicatamente sulla mano. Sono letteralmente pazza di lei.

Una settimana fa ho raccontato a Mohamed della nostra criceta; è stato molto contento, ha annuito più volte e chiesto di vedere foto e video, lui ama tutti gli animali di un amore sviscerato e assoluto. Poi ci ha chiesto il nome, noi abbiamo esclamato in coro Anastasia!, e lui ha fatto una faccia perplessa e ha detto Bah. Secondo lui non è un nome tipicamente da topolina. Sarà.

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La magia del Natale.

Quando ero piccola, i miei genitori lavoravano su turni, fuori città, a un paio d’ore di macchina da casa, in gelidi paesini sulle Madonie che contavano qualche centinaio di abitanti, molte pecore, un emporio che vendeva tutto, gomitoli di lana carne in scatola quaderni a righe, una chiesetta e, al più, una bettola dove mangiare carne arrosto e pasta col sugo di salsiccia. Erano quasi sempre fuori, i miei genitori, il giorno di Natale: e quindi, a casa nostra, i regali si aprivano in date random, il 22 o 23 dicembre, di solito; era piacevole concordare insieme quando farlo, e non mi sono mai chiesta, da bambina, come mai Babbo Natale arrivasse a casa nostra prima che dagli altri: perché a Babbo Natale non ho mai creduto. In questi giorni leggo sui social un profluvio di post in cui ci si lagna perché i figli, ormai abbondantemente in età da scuole elementari, hanno scoperto, spiando i movimenti dei genitori o su suggerimento di compagnetti di classe più scafati, che non esiste alcuna creatura sovrannaturale, in preoccupante sovrappeso e che veste discutibili panni rossi, intenta a consegnare regali ai bambini di tutto il mondo. Leggo di carote lasciate sul tavolo di cucina per le renne, di bicchieri di latte e biscotti preparati sul davanzale, di impronte create ad hoc con la farina per simulare la neve; soprattutto, leggo di genitori stupiti e dispiaciuti perché ragazzini di dieci-undici anni hanno perso “la magia del Natale”, e mi chiedo come davvero, davvero!, siano riusciti a non scivolare nella consapevolezza molto prima. Come hanno fatto a ignorare le evidenti incongruenze? Posso capire a quattro anni, ma a otto, a dodici, come hanno fatto? Hanno scelto di crederci lo stesso, o hanno finto solo per non deludere i genitori? E i genitori, perché ci tenevano tanto a mantenere viva l’illusione? Un Natale senza Babbo Natale è meno magico?

Io ricordo molto bene quanto mi piacesse ricevere regali, a Natale (mi piace moltissimo ancora ora!): e mi piaceva e quasi commuoveva pensare ai miei genitori che, tra una trasferta e l’altra, mentre smontavano le catene e riponevano i maglioni pesanti, trovavano il tempo per scegliere e comprare e incartare i regali per me. Mi piaceva vedere i pacchetti che si accumulavano sotto l’abero, provare a scuoterli per capire cosa ci fosse dentro. Mi piaceva, quando sono stata più grandetta, tenere da parte i soldi della paghetta per comprare i regali per gli altri: perché nella mia famiglia si usava che anche i bambini facessero i regali a tutti, adulti compresi. Ed era bello sceglierli insieme: erano pensierini molto piccoli, proporzionati al nostro potere d’acquisto, eppure sensati; erano la matita per le parole crociate per la nonna: ma una matita speciale, comprata nella cartoleria vicino alla scuola, con i fiorellini disegnati e la gomma, così se la nonna sbagliava poteva correggere senza impataccare il giornale. Erano i gessetti colorati per mia cugina, e un accendino per il nonno, sapientemente decorato da me con i pennarelli per renderlo meno minaccioso – l’accendino, ché il nonno non mi faceva paura. Era il posacenere di das che mio zio usa ancora, e che tiene sul mobiletto a ribaltina in ingresso. Era una macchinina per mio cugino, con la promessa di giocarci insieme e di non rompergliela, per una volta. Era quella, per me, la magia del Natale: non uno sconosciuto che mi porta dei giocattoli per premiarmi se sono stata buona, ma i genitori e i nonni che li scelgono per me, senza letterine e richieste, perché mi conoscono e sanno cosa desidero; era uscire con mio padre, nel freddo di dicembre, per scegliere undici regalini e incartarli uno per uno, e poi vedere la nonna, per il resto dell’anno, che preparava il pranzo usando l’accendigas che le avevo regalato io, e sorrideva ogni volta.

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Pranzi in famiglia (Natale edition).

Domenica scorsa era l’otto dicembre, e Ste ed io siamo state invitate al consueto pranzo di famiglia a casa di mia zia. Noi siamo tradizionaliste e appassionate di riunioni familiari e occasioni conviviali e quindi ci siamo allicchittate ben benino, abbiamo scelto gli orecchini e spazzolato energicamente i capelli, abbiamo recuperato mia madre in chiesa e mio padre al panificio, convinto Nando a restare a casa senza odiarci troppo, e ci siamo presentate sorridenti e di buon umore dagli zii.

C’era la pasta con i funghi, domenica scorsa, e la carne e le patate al forno e lo sformato di spinaci che avevo portato per contribuire alle libagioni e assicurarci qualcosa di sicuramente commestibile – mia zia ha molti pregi ma non è una gran cuoca; c’era una torta a cui mio nipote Ludovico ha asportato tutte le fragole prima che riuscissimo a fermarlo, e la macedonia in cui suo fratello Lorenzo ha affondato il cucchiaino, per poi tirarlo via e fare schizzare succo d’arancia ovunque e afferrarmi risolutamente per mano per portarmi nella stanza dei bambini, dove voleva mostrarmi un’imperdibile lotta tra un dinosauro di plastica e una pecorella del presepe. La giornata si è trascinata lenta e sonnacchiosa, come sempre i giorni di festa: abbiamo bevuto il caffè, montato un aereo con i Lego, preso un altro po’ di dolce, consolato Lorenzo perché Ludovico aveva rotto l’aereo lanciandolo sull’albero di Natale, portato in cucina i piatti, assistito a una gara tra macchinine sul pavimento del corridoio.

Chiacchieravamo, intanto: e mia zia ci ha comunicato che un loro conoscente aveva speso duecento euro per un pranzo-degustazione in un rinomato locale del Nord Italia. Da qui è nata una oziosa discussione sul fatto che sia corretto o meno pagare tanto per un pranzo: che, dal mio punto di vista, per quanto ben cucinato e studiato e composto da materie prime di ottima qualità è pur sempre un pasto, suvvia; va bene non pagare cinque euro come da donna Ciccina ‘a Lorda, ma neanche far fuori mezzo stipendio per pranzare in due mi sembra che abbia senso. La polemica è andata avanti per un po’: mia cugina e il marito avanzavano al grido di È giusto pagare così tanto perché un pranzo così non è un pasto ma un’esperienza sensoriale, noi ribattevamo con Anche ascoltare un concerto è un’esperienza sensoriale e ha costi molto più sensati. Un pasto può essere un’opera d’arte?, è stato chiesto da qualcuno: e non siamo riusciti a trovare una risposta soddisfacente alla domanda, ma secondo me non è questo il punto. Il punto è che paghi duecento euro non solo perché il pranzo li vale, perché il sale è raccolto sull’Himalaya e gli ortaggi sono stati coltivati da monaci che hanno fatto il voto del silenzio, ma per l’esclusività della situazione: paghi una cifra spropositata, e non tutti possono o vogliono farlo, e quindi tu fai parte del gotha che può partecipare di questa esperienza. E questo – l’esclusività, l’acquisire valore nel tenere fuori qualcuno – è quanto di più lontano esista, per me, dall’arte.

Ne discutevamo parecchio accalorati, i toni rischiavano di trascendere: ma Lisa, che ha un anno e mezzo e i codini e indossa sempre abitini con trine e pizzi ha esclamato Pipì!, e Ludovico ha comunicato che lui, invece, aveva fatto la cacca, e poi Lorenzo mi ha detto Mi annoio, torniamo a giocare con le costruzioni?, e quindi bon, discussione conclusa, abbiamo montato uno splendido canadair con i Lego e lo abbiamo fatto volare per buona parte del pomeriggio.

Non vedo l’ora che sia Natale.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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