Dell’amicizia, della lontananza, dell’avere gli amici lontani.

Non ho molti amici. Ho una schiera di simpatici conoscenti, questo è certo: colleghe e contatti di lavoro, amici di amici, gente che vedo poche volte l’anno, di solito per caso, e che abbraccio con trasporto, cercando di ricordare cosa mi avessero detto di sé molti mesi prima: è lui quello che si è sposato? O ha avuto un figlio? O ha lasciato il suo lavoro di elettrotecnico specializzato in riparazione di frigoriferi per aprire un baretto sulla spiaggia di Copacabana?

Ho pochi amici, dicevo: e una percentuale allarmante di loro vive fuori (o viveva fuori fino a una manciata di mesi fa). Alcuni hanno sempre vissuto nelle fredde lande venete, altri si sono trasferiti in un tempo ormai remoto (Mirella, ma tu giuri di aver mai abitato a Palermo?); altri si sono spostati e sono rientrati, a periodi alterni: e intanto hanno messo su casa in giro per l’Italia, hanno vissuto con coinquilini bislacchi e mi hanno lasciato in affido le piante, hanno portato un pupetto prima nella pancia e poi in nave e in auto e in aereo fino ai piedi delle Alpi e ritorno. Altri ancora sono andati via, negli ultimi mesi, in punta di piedi, alla spicciolata: gli ultimi stamattina, con una valigia con vestiti pesanti e zuppa d’orzo e il quesito fondamentale: ma lassù ci sarà, l’asciugacapelli?

È triste e un po’ frustrante, avere gli amici lontani, e stimola l’ingegno e la capacità di adattamento: bisogna pianificare le visite, farsi mandare gli screenshot delle prenotazioni di aerei e treni per tenerli in un’apposita cartella sul desktop, tenere sempre attivo un google calendar dedicato, annunciare per tempo quando un non-amico fa una festa di compleanno di sabato (dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che dai, mercoledì è molto meglio, che importa se il giorno dopo devi alzarti alle 5:40 per lavorare); si devono spalmare con accortezza le presenze, in modo da non avere un sabato con sette diversi appuntamenti scaglionati di mezz’ora in mezz’ora e poi ventitrè weekend di solitudine. Festività natalizie e pasquali meritano un discorso a parte: è complesso ma doveroso convincere gli amici solitamente lontani che, anche se negli ultimi sette mesi non hanno visto i genitori, sono io ad avere la priorità: e quindi, che si mettano bene in testa che dovremo vederci ogni giorno per un monte-ore complessivo pari a non meno di 60, costi quel che costi.

Avere gli amici lontani vuol dire litigare con le colleghe per chi deve lavorare di sabato sera: e spiegare loro che no, non è che non voglio lavorare perché mi scoccia, è che proprio non posso, questo weekend c’è Chiara a Palermo; vuol dire rimandare la cena da Billy da molti mesi, perché abbiamo promesso a qualcuno di andarci insieme; vuol dire pensare una battuta stupida e non avere nessuno con cui condividerla: ché, ammettiamolo, mandarla per messaggio vocale su whatsapp non è la stessa cosa.

Avere gli amici lontani vuol dire sperare sempre che un giorno scelgano di tornare: e intanto mandare foto e provare a immaginare la loro nuova vita, cercando la strada in cui abitano su google maps, documentandosi su wikipedia sul quartiere, mendicando foto e di stanze che non vedrò mai, in strade in cui non camminerò, con persone di cui non conoscerò mai la voce. Vuol dire augurare loro di essere felici, dove e con chi vorranno: ma se fosse nel raggio di ottocento metri da casa nostra sarei più contenta.

Sto leggendo un libro delizioso: è Le ultime levatrici dell’East End di Jennifer Worth. È l’ultimo volume di una trilogia dedicata alle giovanissime infermiere e levatrici del quartiere di Poplar, a Londra, negli anni dell’immediato dopoguerra; è un libro tenero, scanzonato e brillante, in cui si alternano capitoli dedicati a usi e costumi dell’epoca ad altri in cui l’autrice ricorda le persone con cui è venuta a contatto nei suoi anni di lavoro nelle Docklands. È davvero da leggere.

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Cose che mi fanno stare bene.

Un semi-collega, che conosco da poco e che ho cazziato più volte, che mi sveglia di sabato mattina con un messaggio: Buongiorno, ciuridda.

Un capo che mi stringe una spalla e mi dice Grazie, e così ripaga due mesi di lavoro matto e disperatissimo, vacanze semi-rovinate e nessun bagno a mare in un’intera estate.

Un altro capo che mi chiede Cos’hai, a me puoi dirlo, stai parlando con un amico, e che quando glielo spiego annuisce e mi dice Hai ragione, ti capisco, e so che pensa che davvero ho ragione e davvero mi capisce.

Un collega che mi chiama per sfogarsi e mi dice Lo sai, mi sfogo solo con te, per me sei una sorella, e anche se non ho mai capito questo considerare fratelli e sorelle gli amici sono contenta, perché io fratelli non ne ho e nessuno mi aveva mai detto che mi considerava una sorella.

Il bambino-da-ufficio con cui passiamo i giovedì mattina che non mi odia anche se non gli ho comprato il gelato: e mi continua a dare i bacini e si siede in braccio e mi chiede di fare cavalluccio.

La mia bella che riceve lodi per il suo lavoro: e io, che aspetto questo momento di giusto riconoscimento delle sue capacità da quando la conosco, che non riesco a smettere di gongolare.

I baci del buffo cane giallo, invadenti e appiccicosi e travolgenti.

Una pizza con una cognata venuta da lontano, e tutta la distanza di un’Europa in mezzo che si restringe: e una fazzolettata di consigli, sul lavoro ma non solo, che so che dovrei provare a seguire.

Una serata con amicastorica, ormai saldamente parte del profondonord, e la consapevolezza che a volte la lontananza è solo un fatto di chilometri.

La mia bella che sorride: e quando lo fa, sorride con occhi bocca naso e guance, e io ogni volta mi innamoro un poco di più.

La mia bella e amicacatanese che suonano il banjo – che forse non era un banjo – mentre lavoro: e le loro note e quelle dei Modenza city ramblers che si intrecciano provocandomi un sordo mal di testa e una sensazione vicina alla felicità.

Un messaggino sorridente da Riccione.

Un pomeriggio al parco con Pupetto: che ormai parla, corre, gioca e mi porge la manina per scendere le scale.

L’abbraccio morbido e caldococcoloso della trapunta.

Una collega a cui chiedo di consigliarmi un libro imperdibile e che mi presta Lourdes di Rosa Matteucci, fugando con un’alzata di spalle i miei dubbi (Mi annoierò? Sarà troppo pesante?): e ha ragione, perché è davvero un bel romanzo, barocco e dallo stile ampolloso e ridondante fino al grottesco, comico e insieme disturbante, intimo e drammaticamente vero.

Preparare per cena, come ripiego, una vellutata di carote e zucchine: e restare stupefatta dalla sua insperata commestibilità.

Il profilo della mia bella che dorme, e io che mi sento felice e fortunata più di quanto fosse ragionevole sognare.

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Di papà ce n’è uno solo.

Sono una persona banale, mainstream, terra terra: sono rimasta con gioia nella mia città natale, con buona pace di tutti quelli che pensano che sia una scelta rinunciataria e da perdenti, non disdegno panini con hamburger e patatine del fast food per una cena veloce, ho letto tutte le sfumature di grigio presenti in commercio e visto tutti i film con vampiri algidi e lupi mannari nerboruti che si trovino in streaming; mi piace ricevere mimose l’otto marzo, andare a cena fuori per l’anniversario, festeggiare con malcelato entusiasmo San Valentino, la festa della mamma e tutte le altre ricorrenze che fanno storcere il naso alle persone colte e radical chic che mi circondano. Ad esempio, domani sarà la festa del papà, e io, nella mia ovvietà, ho comprato un regalino per mio padre: perché, appunto, sono una persona assolutamente ordinaria, e perché mio padre, che ordinario non è, semplicemente se lo merita.

Per parafrasare il titolo del romanzo di un’autrice a me cara, dove potreste mai trovare un altro padre come il mio? Vi auguro di averne accanto uno anche voi. Vi auguro che sia, appunto, come il mio: comprensivo, facile alla risata, timido con gli sconosciuti e aperto e sincero con le persone vicine. Forte e rassicurante, sicuro di sé, sereno: un perfetto cane alpha della paternità. È, mio padre, la persona più impermeabile all’ansia che io conosca: ha dormito pacificamente il giorno prima di impegni insormontabili, di viaggi rocamboleschi, di interventi rischiosi, per poi cedere alla preoccupazione per motivi sciocchi: sarà il caso di comprare quella macchina fotografica che mi piace, anche se è piuttosto costosa? [comunque sì, era proprio il caso].

Ha un’enorme barba bianca, mio padre: più lunga della sua la aveva solo Ife che, forse per l’omologia di aspetto, riponeva in mio padre una cieca fiducia; ha chiesto di incontrarlo più volte, per parlargli di problemi di salute propri e del mondo, per chiedergli aiuto per Mosca, per mostrargli la vastità della piazza dalla coperta arancione e come stava bene, Ife, con il suo giaccone blu. Era presente, mio padre, il giorno terribile in cui Ife è morto: e anche in molti altri giorni terribili, ma soprattutto in giorni stupendi, e ancor di più in giorni straordinariamente normali: quando ho imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, quando ho preso 10 nella versione di latino, quando sono stata tamponata e l’investitore è scappato, quando ho preparato la crostata con crema e marmellata e per la prima volta non si è attaccata allo stampo. È presente, in maniera costante e poco appariscente, ogni giorno, accanto a chi soffre: lo ha fatto per decenni con i suoi pazienti, continua a farlo con parenti, amici e mariti di colleghe e conoscenti e vicini di casa, quando stanno male o hanno bisogno di un consiglio.

Ama il buon cibo, mio padre: ma ha sempre trangugiato con gioia qualsiasi cosa gli abbia preparato, per ardita e scotta che fosse. Ama il cinema, i gialli, la fotografia, i cani, la montagna, le passeggiate, portare il cane Nando al parco; ama anche i bambini, ma riesce a non farmi pesare la mancata prospettiva di un nipote. Odia, nell’ordine, i fascisti, i prepotenti, i violenti, le verdure, le cene che finiscono senza un dolcetto, i libri che sembrano gialli e poi non lo sono. È sempre stato, per me, un impareggiabile esempio di tolleranza, apertura mentale, capacità di ascolto. È anche un appassionato di turpiloquio e coltiva la suggestiva abitudine di prendere in giro i bambini molto piccoli inventando storie sconclusionate da spacciare per vere. Ha ancora un eskimo, nell’armadio, retaggio degli anni della contestazione giovanile, e idee non meno estreme e rivoluzionarie di quelle.

Probabilmente non leggerà mai questo post: ma se lo facesse arrossirebbe e non direbbe nulla. E io aggiungerei soltanto una parola: auguri.

(Anche) di rapporti tra genitori e figli parla il bellissimo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, che ho finito da poco: e che, davvero merita.

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Et quo coniuges fiunt una caro.

Ieri i miei genitori hanno festeggiato 35 anni di matrimonio; avrebbero dovuto essere a Lisbona, per l’anniversario: ma motivi di salute lo hanno impedito, e si sono accontentati di una passeggiata in riva al mare con cane al seguito, di una cena al ristorante e di una pianta gentilmente omaggiata dalla nostra parente più formalista. Non si sono lagnati troppo, del cambio di programma: ché ad abbozzare ci sono abituati, e hanno entrambi una natura lieta e accollativa, poco portata al piagnisteo e all’autocompatimento.

Quando ero bambina, i miei genitori litigavano moltissimo: scoppiavano zuffe furibonde senza alcun preavviso, con urla e minacce di andar via, fare i bagagli e saltare in auto e sparire dalla circolazione; due o tre volte la settimana promettevano, a turno, di cambiare indirizzo, trasferirsi nel box insieme alla Panda, tornare dai nonni: e io mi spaventavo a dismisura, telefonavo alle nonne in cerca di conforto, mi vedevo già nella versione figlia-di-divorziati: con uno zainetto al seguito, rimpallata tra due case che non conoscevo, mesta e lacrimante come una madonnina di periferia. Adesso, litigano ancora: con strilli immotivati e musi e lancio di tovaglioli in aria; ma io ho imparato a non farci caso: perché dopo un quarto d’ora sono di nuovo sul divano a guardare la tv e ciacolare e ridacchiare, e della baruffa di poco prima non conservano memoria: anzi, se mando loro un messaggio per chiedere se stanno ancora litigando, rispondono stupiti e un po’ perplessi dicendo che no, ma che dico, non hanno proprio litigato mai, almeno oggi.

I miei genitori, insieme, fanno un effetto bizzarro: mio padre è barbuto come un babbonatale fuori stagione, panciuto e con l’aria burbera; mia madre è filiforme, col viso ricoperto di lentiggini e l’espressione di una pippicalzelunghe coi capelli neri. Mia madre riesce a pronunciare settantatrè parole al minuto, mio padre settantatrè in tutta la giornata: ma, dato che nella vita c’è compenso, riescono lo stesso a condurre mirabolanti ed equilibrate conversazioni.

Condividono lo stile di vita: e la morale, e l’appartenenza politica, e i (discutibili) gusti musicali; trovano noiosi gli stessi film – che sono, poi, quasi tutti quelli che vedono. Non sopportano, nell’ordine, i fascisti, gli arroganti, chi evade le tasse, Cicchitto, la gente che non si vaccina, chi non sa prendersi cura del proprio cane e lo lascia ad abbaiare in balcone tutto il giorno. Amano, invece, i cani, i gatti (ma un po’ meno), la musica sinfonica, le tagliatelle ai funghi, i libri sudamericani – anche se la querelle sulla superiorità di Amado o di Márquez rimane aperta – e quelli giapponesi, la gente che non fa pettegolezzi, le perifrasi italiane che celano inaudite volgarità, prendere in giro i bambini piccoli.

Sono ancora in grado, dopo tutti questi anni, di preoccuparsi l’uno per l’altra, di accudirsi e coccolarsi, di emozionarsi e soffrire e gioire insieme; di passare interi pomeriggi per comprare un regalo di compleanno, di andare a farsi gli autoscatti al tramonto col cane che fa capolino dietro le loro teste: in una parola, di essere felici insieme. Che poi, per me, è l’unica vera ragione che giustifichi un rapporto: la capacità di essere felici guardando nella stessa direzione. Auguri a loro (e un po’ anche a me, vittima dei loro strali e del loro sadico senso dell’umorismo).

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