Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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Psicopatologia della frittata, ovvero la frittata come stile di vita.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano moltissimo; andavano tutto il tempo su e giù dalle Madonie con la vecchia Golf blu di mio padre, perché mia madre faceva Guardia Medica in oscuri paesini popolati da pecore e mucche e gente riservata ma cordiale, e mio padre lavorava in Pronto Soccorso a Palermo, e dovevano far quadrare gli orari e i turni di notte e i riposi in modo da poter essere entrambi nello stesso posto alla stessa ora, perché mia madre non aveva dimestichezza con la macchina e la sua Panda amaranto era troppo scalcagnata e ansimante per affrontare l’uscita di Resuttano col ghiaccio delle mattine di gennaio. In più, facevano attività privata: visite domiciliari dove di solito ero costretta ad accompagnarli anche io, timida e silenziosa e costantemente in imbarazzo, solitamente costretta a rimanere in salotto coi parenti dei pazienti che loro, in un’altra stanza, stavano visitando, e obbligata a rispondere a sciocche domande e a ingurgitare biscotti di riposto e dolcetti alle mandorle; oppure ricevevano i pazienti a casa nostra, e allora rispondevo compitamente al citofono e poi dovevo restare nella mia stanza e non fare troppo rumore e per nessun motivo aprire la porta del corridoio. La nostra vita frenetica era accuratamente pianificata e organizzata, e il rumore costante del lettore Holter che ronza e scoppietta è uno dei miei primi ricordi d’infanzia.

Quando ero bambina, al di là della scientifica pianificazione dei tempi, i miei genitori erano sempre di corsa: perché un imprevisto capitava sempre, una festicciola a cui dovevo essere accompagnata o un quaderno smarrito o un tacco rotto potevano far saltare lo schema e richiedere aggiustamenti e limature di orari; in camera mia c’era uno zainetto sempre pronto, col pigiama e un cambio e un giocattolo, per le notti in cui non dormivo a casa: e non dormivo a casa quasi mai, ma passavo la notte dalle nonne quattro sere a settimana, ed ero sempre un po’ confusa su dove mi sarei addormentata e dove mi sarei risvegliata: tanto che, a cinque anni, avevo dettato una regola inderogabile: non dovevano per nessun motivo spostarmi mentre dormivo, neanche se fosse successo per caso, alla fine di una cena di compleanno andata per le lunghe o dopo un cenone di capodanno; avevo deciso che volevo addormentarmi e risvegliarmi sempre nello stesso letto.

Quando ero bambina, cenavamo a casa raramente, io e i miei genitori: perché di solito, quando si mettevano in viaggio per Blufi, loro portavano con sé dei panini, e io mangiavo stelline col formaggino dalla nonna di turno, e poi le estorcevo succhi di frutta e patatine al formaggio e ovetti di cioccolato facendo la faccia triste da bambina abbandonata dai genitori, specialità in cui ero campionessa olimpica. Non cenavano quasi mai insieme, io e i miei genitori, ecco: ma quando lo facevamo, mangiavamo quasi sempre la frittata: e forse per questo, adesso, la considero uno dei cibi che mi dà più sicurezza e serenità. Dalle nonne la frittata non si mangiava mai: perché ai bambini, si sa, bisogna dare la fettina di carne, e poi le uova sono pesanti, e il fritto non va bene, e allora se non vuoi la carne ti faccio il merluzzo, ma non vorresti le polpette?, guarda che bello, ti ho preparato il pollo, il nonno è andato a comprarlo appositamente. E quindi, solo a casa, nelle rare sere in cui cenavamo insieme davanti alla tv, magari in soggiorno, con i piatti sul tavolino basso, io in ginocchio sul tappeto, arrivava lei: bollente, perfettamente tonda, colore d’oro brunito, soffice e profumata da mille foglie di basilico sminuzzate, da mangiare, in buona parte, in mezzo al pane. Piaceva a tutti e tre, era economica e semplice da preparare e mia madre, per fare prima, spesso lasciava in frigo le uova già battute con parmigiano e pangrattato, e per questo, per la sua mania di fare tutto in anticipo, da ragazzina la prendevo in giro a più non posso. È il sapore felice delle cene dell’infanzia, la frittata: e, più grande, delle gite, dei pranzi a mare, dei panini al volo perché stavamo facendo qualcosa di speciale. È il piatto più versatile e umile e godurioso, il mio comfort food, l’unico cibo che, nel mio personale empireo, batte perfino la pizza.

Adesso che ai pasti penso quasi sempre io, la frittata è uno dei piatti che cucino più volentieri per la mia bella: e mi viene quasi sempre bene, anche se la riempio di patate e carciofi e dico a Ste chiudi gli occhi che stavolta non riuscirò a girarla, e invece oplà, anche stavolta ce l’ho fatta.

Quando morirò, voglio che sulla mia tomba sia scritto Girava la frittata con la paletta.

[Massimiliano, ogni promessa è debito].

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Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Il sapore di una volta.

Ci sono cose che non hanno più il sapore di una volta. La pasta al forno, ad esempio. Quando ero piccola, la domenica si andava a pranzo dalla nonna. Si compravano i fiori gialli e i dolcini e a volte una torta, di solito con crema e fragoline, la ricotta non piaceva molto; il televisore in cucina era acceso su raiuno, a blaterare inutilmente perché tanto si mangiava in sala da pranzo, ovalizzando il tavolo e apparecchiando con cura, bambini venite a prendere la bottiglia del vino!, dove è finito il sottopentola?, nonna non è giusto che noi portiamo i piatti e Francesca no, forza, prepariamo la caffettiera così poi ce la ritroviamo pronta. Quasi sempre il nonno era in ritardo perché perdeva tempo ad aiutare il sagrestano a chiudere la chiesa, dopo la messa di mezzogiorno, Alfre’, ma che fine hai fatto, non potevi tornare presto almeno oggi? La domenica a pranzo, nella sala da pranzo della nonna, in una casa che non esiste più perché è stata venduta e ristrutturata e stravolta e ora è un enorme loft open space con vetrate senza tende e pareti bianco brillante e faretti al tetto, la domenica a pranzo a casa delle nonna, tutti stretti intorno al tavolo, tirate via i gomiti dal tavolo, bambini!, la maggior parte delle volte c’era la pasta al forno. La pasta al forno, quando ero piccola, non era uno sformato di anelletti o lasagne o qualsiasi altro piatto a base di pomodoro e carne tritata, ma era bianca, fatta con penne lisce e besciamella e prosciutto cotto e scamorza affumicata – provola affumicata, la chiamava la nonna. Aveva un sapore delicato, spesso e morbido e quasi dolce: sapeva di cura e attenzione, di ore in cucina a rigirare il cucchiaio di legno nel pentolino verde – quel cucchiaio di legno che ho portato via e che ora uso io quando faccio il risotto, – sapeva di latte e burro e grana grattuggiato e noce moscata comprati il venerdì mattina ordinandoli per telefono alla salumeria all’angolo, di una teglia rettangolare alta e pesante preparata il sabato pomeriggio e lasciata a intiepidire sul fornello spento mentre si andava alla messa delle sei del pomeriggio, un’ora per andare e tornare e vedere la funzione e magari anche confessarsi, facciamo presto, padre, devo ancora panare le cotolette per cena. Sapeva di domeniche lunghe lente interminabili, di cartoni animati visti la mattina, distesi a pancia in giù sul tappeto del salotto; sapeva di tempo che si allargava ed estendeva e stirava come un chewing-gum, di quarti d’ora che gocciolavano via, un minuto dopo l’altro, tra chiacchiere e giornali e carte da gioco, senza preoccupazioni, senza pensieri, senza ansie. Adesso la pasta al forno la faccio io, con la stessa ricetta della nonna, quella che non leggo perché tanto la so a memoria, e non peso il burro né misuro il latte, ché la besciamella è una delle poche cose che mi vengono bene a tappo; la faccio io, e il sapore è quasi uguale ma non proprio: si sentono, sotto il salato del prosciutto e l’affumicato del formaggio, la fretta e i pensieri faticosi e la preoccupazione di stare sporcando l’intera cucina e il calcolo accurato delle calorie per capire quanta ne posso mangiare, e ogni quanto, e al posto di cosa. Sa di ricordi dolorosi, di rimpianti, di una casa che non esiste più ma di cui ricordo l’odore stanza per stanza; ha un sapore simile alla pasta al forno della mia infanzia, ma non è più quello.

Molte cose non hanno più il sapore di una volta; il gelato al cioccolato sa di senso di colpa, il sabato mattina di piante da annaffiare e bucato da lavare a mano, le brioscine calde sanno di pausa in ufficio, il caffè di colazione in silenzio davanti al kindle. La pioggia sa di preoccupazione per chi è in strada, la tisana sa di coccole sul divano, di stanchezza e cura e pazienza. La domenica mattina sa di silenzio, di libri da leggere a letto, di tempo per noi. La pizza sa di lusso e relax e sabato sera, il cocco di sabbia e sole e mare. Molte cose non hanno più il sapore di una volta, e a volte è una cosa bella, a volte un po’ meno. Questo blog, ad esempio: da quando non c’è più laMate a leggerlo, ha perso buona parte del suo sapore.

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Regali di Natale.

Quando ero bambina, i regali di Natale per noi nipoti li comprava la nonna; di solito erano regali utili, pratici: comodi maglioncini di lana per la scuola, o solide scarpe da pioggia per l’inverno, o pigiami morbidi e caldi, di flanella, o giubbottini imbottiti, col cappuccio, per ripararci dalla pioggia mentre salivamo e scendavamo dallo scuolabus. Noi eravamo in tre, e la nonna comprava solitamente tre copie dello stesso oggetto, come aveva fatto, un tempo, per mia madre e mia zia; cambiava solo il colore: rosso per mio cugino, blu per mia cugina, verde per me, “come i tuoi occhi”, commentavano sempre in famiglia. Il nonno solitamente compariva solo al momento dello scambio dei doni, compunto nel suo ruolo di decano della famiglia, seduto sulla poltrona di ciniglia color ocra, in salotto: ci guardava scartare i pacchetti confezionati dalle commesse e distini solo dalle nostre iniziali scritte a matita in un angolo, annuiva con aria vagamente soddisfatta, accoglieva con un sorriso distaccato i nostri ringraziamenti – la nonna ci teneva sempre a dire “ringraziate anche il nonno”, a sottolineare il suo ruolo del tutto marginale nell’affaire regali-per-i-bambini.

Ricordo con precisione le volte in cui mio nonno mi ha regalato qualcosa di diverso, scelto personalmente da lui: erano una scimmietta di peluche verde acqua che suonava i piatti, quando avevo forse tre o quattro anni, e poi un set di utensili da cucina che ancora adesso è sistemato sul piano di lavoro accanto al fornello, nella casa in cui vivo con Ste e che lui non ha mai conosciuto; e poi, c’era una cassetta: una musicassetta, di quelle che si usavano quando ero ragazzina, con il nastro che si annodava e che bisognava cacciare dentro a viva forza, girando le rondelle con l’aiuto di una matita, e che io ascoltavo con il walkman tornando da scuola. Avevo forse undici o dodici anni, quel mese di dicembre, e il nonno mi aveva chiesto di esprimere un desiderio: quell’anno, per Natale, mi avrebbe fatto un regalo speciale, solo per me. I miei cugini non avrebbero avuto niente, al di fuori del pacchetto istituzionale scelto dalla nonna, maglione o cappotto o vestaglia che fosse: io, invece, potevo scegliere quello che preferivo. Mi trovai in enorme difficoltà: ero onorata e commossa e trionfante e avrei voluto moltissime cose, ma non volevo che spendesse troppo, il nonno era sempre convinto di non aver soldi, apparteneva a quella generazione che si era trovata in ristrettezze economiche e che temeva sempre un tracollo improvviso e subitaneo; la nonna, dea ex machina dei primi vent’anni della mia vita, col suo consueto senso pratico risolse anche quel problema: “perché non ti fai regalare – mi chiese – una cassetta di quel giovanotto che ti piace?”. Il giovanotto era Freddie Mercury, e quell’anno trovai sotto l’albero Queen II, incartato a mano con un foglio di carta da macchina da scrivere su cui era stata scritta una dedica in inchiostro nero, A Maruzza dal nonno Alfredo che te vole bene assaje. Io ero, sono stata e sono tutt’ora un’appassionata dei Queen, e Queen II è uno dei miei dischi preferiti, e quello è ancora adesso uno dei regali che ho amato di più in vita mia.

Oggi andremo a vedere Bohemian Rhapsody, il film dedicato alla vita di Freddie Mercury: e io, che al cinema vado solo un paio di volte l’anno, stavolta ci tengo moltissimo a vedere il film in una sala con buona acustica, e sono mesi che incrocio dati – prezzo dei biglietti, orario della proiezione, possibilità di comodo parcheggio nei pressi della sala – per capire dove andare, e a che ora, e in quale maniera (mangiando prima? dopo? sia prima che dopo? durante? l’incertezza concima la mia ansia); ci tengo a vederlo al cinema, dicevo: perché che senso avrebbe sentire alcune tra le canzoni più belle e raffinate e spettacolari della storia della musica con le casse scadenti del mio pc? Non so bene cosa aspettarmi: una parte di me ha paura che si scada nell’agiografia, o che i personaggi siano semplificati al punto da farne delle decalcomanie, o che sia un polpettone americano con colori fluo anni Ottanta ed effetti speciali a lenzuolate; un’altra parte pensa che comunque saranno due ore di buona musica e probabilmente mi commuoverò, e quindi pace, sarò contenta lo stesso.

[Sabato scorso sono passati quattro anni che il mio nonno preferito è morto, e io mi sento ancora parecchio triste, e mi manca la sua voce tonante e il suo impeto rabbioso e i ricordi della guerra e quell’accento napoletano che al mio orecchio era la cadenza dell’infanzia, del calore, della famiglia].

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Mi ricordo.

memoria-come-si-creano-i-ricordiLe estati interminabili della mia infanzia: quei tre mesi che si dilatavano fino a durare anni, decenni, intere ere geologiche durante le quali dimenticavo la scuola, i compagni, la strada di casa mia, i giocattoli che avevo in città; quei tre mesi che si aprivano col mio compleanno e si chiudevano col mio onomastico: e io credevo che i miei genitori avessero fatto di proposito a scegliere per me nome e giorno di nascita in modo da farmi festeggiare in giardino e piantare le candeline sulla torta gelato e offrire agli invitati estathè invece che cocacola che non mi è mai piaciuta.

Mia nonna che si faceva il segno della croce quando mangiava un frutto per la prima volta in una stagione: e se lo faceva anche quando entrava in acqua, a mare, intingendo la punta delle dita sulla cresta della prima onda che le bagnava le ginocchia.

La prima volta che ho visto la maggior parte delle persone che conosco; di alcune, anche l’ultima.

Il mio costume di Carnevale fatto in casa da cow-girl, quando avevo forse sette o otto anni: e quanto mi sentivo a mio agio con cappello, fondine e pistole, e lo sgomento di mio padre che non sopportava che si giocasse con le armi.

I fogli di carta riciclata che mio nonno teneva in un angolo della scrivania: vecchie pagine di calendario e brutte copie battute a macchina di verbali di riunioni della sua associazione, meticolosamente tagliate fino a raggiungere un approssimativo formato A5; io che quasi ogni giorno chiedevo al nonno di darmi un foglio per disegnare, e lui acconsentiva sempre: e non mi è mai passato per la testa di prenderne uno senza chiedere, né lui mi ha mai detto che non c’era bisogno di domandargli l’autorizzazione ogni volta.

L’ascensore del palazzo dei miei nonni, con la gettoniera che già nella mia infanzia era obsoleta, e qualcuno aveva incastrato una chewing-gum masticata nella fessura per le monete.

Tutte le spiegazioni che gli adulti mi davano quando ero piccola: tutte quelle che all’epoca non ho capito, come quando mio padre mi disse che non potevo frequentare gli scout perché erano un gruppo paramilitare, e questo per me significava solo che non potevo andare in gita con i miei cugini e far roteare il fazzoletto sulla testa per motivi a me oscuri, e pensavo che in realtà il problema fosse che mia madre non sapeva cucire e quindi non avrebbe potuto attaccarmi le mostrine sulla camicia.

Gli attentati contro Falcone e Borsellino: ma proprio i boati e la colonna di fumo e le sirene che passavano e il senso di angoscia e la percezione di vulnerabilità assoluta.

Il primo libro che ho letto: era un’edizione delle favole di Esopo con illustrazioni monocromatiche e mi faceva molta paura, e pensavo che la lettura non facesse proprio per me, perché era noiosa e spaventaosa.

Mia zia che, per farci attraversare la strada, diceva “facciamo la catena umana”, perché noi eravamo tre e lei aveva solo due mani.

Mia madre che mi portava sul seggiolino della bici, quando ero davvero molto piccola.

La prima volta in cui ho fatto il bagno dagli scogli, e mi sono spaventata e non riuscivo a risalire; la prima volta in cui ho fatto un’escursione in montagna, e mi sono spaventata e non riuscivo a scendere.

Il sapore del gelato al cioccolato fatto in casa da mia nonna, e anche di quello alla stracciatella, che però mi piaceva meno; e anche il desiderio di assaggiare quello al caffè, che però a noi bambini era rigorosamente precluso.

Il senso di appagamento assoluto della prima volta in cui ho preso 10 a scuola: l’euforia leggera e persistente, l’idea di poter raggiungere qualsiasi obiettivo solo con il mio impegno.

La messa del sabato pomeriggio, da bambina, nella chiesa dove poi ho fatto la prima comunione: e mia nonna che ci faceva sedere sempre al penultimo banco, e indicava la statua della Madonna a cui aveva donato una corona da Rosario che era stata rubata; il tedio invincibile e il mio tentativo di svagarmi contando le sedie, le teste delle persone, i putti dipinti sul letto, le stelle dell’aureola della Madonna, le fermate della viacrucis.

Il sorriso di Ste’, la prima volta che l’ho vista: e tutte le volte in cui ha sorriso di nuovo in quel modo speciale.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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La notte, in ospedale.

Poche cose sono angoscianti come le notti in ospedale, quando non sei il malato ma solo la persona che lo accompagna: e non è per la scomodità di dormire su una sedia di plastica, con un giubbotto sulle gambe e una felpa troppo grande sui vestiti del lavoro e la testa appoggiata a una spondina di ferro, ma perché le ore gocciolano via lente, silenziose, immutabili; sono le due, e dopo due ore sono le due e sette, e dopo altre due ore sono le due e un quarto, e dopo un migliaio di minuti, di respiri e rantoli e lamenti e imprecazioni delle altre cinque persone della camera non sono ancora le due e mezza, e la notte si srotola davanti a te ancora intera, spessa e soffocante e abnorme, e non passa mai. Non c’è molto da fare, durante una notte in ospedale; puoi portare con te un libro, ma allora incapperai di sicuro nella squadra di infermieri che crede nel sonno come unica cura per ogni male: e quindi alle dieci è già buio pesto, e il cellulare si sta scaricando e la app “torcia” ingolla carica come pac-man con le sue pillole e il kindle è a casa sul comodino, e la luce del testaletto è troppo forte e ti addita subito come la pericolosa sovversiva che vuol tenere sveglia tutta la camerata, e allora signora scusi, per favore spenga o la rimandiamo a casa. Puoi portare il kindle, il giorno dopo, e lasciare il libro a casa: e allora, di certo, le luci saranno accese tutta la notte per poter controllare la paziente del primo letto che non si sente bene, e quindi nessuno nella stanza dormirà e ti chiederanno ogni pochi minuti un poco d’acqua, una mano per riuscire a girarsi sul fianco, il braccio per andare in bagno, e poi un cucchiaio pulito per mangiare il budino, e poi l’infermiera per chiederle se potevano davvero mangiare il budino dato che domani hanno la puntura lombare e forse dovevano stare a digiuno ma non se lo ricordano. Puoi mangiare qualcosa, di notte in ospedale: frugando nell’antina del comodino, nel buio di piombo della stanza, per trovare il pacco di brioscine portato da Fidanzatafiga: ma le brioscine sono dentro una busta che è dentro un sacchetto del supermercato che è dentro un borsone che è dentro il comodino, e tutti questi passaggi prevedono clangori di cerniere e colpi di sportello del comodino sulle gambe della sedia e crolli inconsulti di borsoni al suolo, con conseguenti rumori e persone sveglie nella stanza e signora per favore mi sistema il cuscino, e allora decidi che anche la brioscina può aspettare. In ospedale la notte segue orari diversi da quelli del resto del mondo: inizia alle nove e mezza e finisce prima delle sei del mattino, e in mezzo ci sono mille ore di angosce e pensieri, di cosa sarebbe accaduto se non fosse andata così?, di congetture e sensi di colpa e scomodità estrema e disagio, di medici che scompaiono e che riappaiono alle due per controllare letto per letto i pazienti, e svegliarli uno per uno per chiedere se stanno dormendo bene, se vogliono il sonnifero, se per caso non starebbero più comodi col piede un po’ più in là. Di lamenti flebili ma continui, di voci che gridano stentoree il nome di un figlio che non è lì, di messaggini che chiedono se va tutto bene: e no, non va affatto tutto bene, ma un messaggino di conforto è sempre gradito e ben accetto, come anche una cugina con cui non parli da mesi che ti porta una tuta – è la mia, non l’ho lavata, spero che vada bene lo stesso – e due libri totalmente fuori luogo, ma basta il pensiero, come una telefonata a cui non puoi rispondere, come un penserio silenzioso che ti raggiunge lo stesso.

In queste due notti in ospedale ho sentito la vicinanza calda e dolce di molte persone, che mi ha confortata e stretta in un abbraccio solidale. E ho pensato a tutti coloro che, per lavoro, passano notti e notti su una sedia: i badanti, mai abbastanza lodati (e pagati), che nessuno ricorda mai di ringraziare.

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Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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