Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Mondello.

MondelloIl parcheggio che non si trova se non a qualche chilometro dalla spiaggia, in un vicolo senza uscita assolato e invaso da fiori secchi di oleandro e gatti sbilenchi e spelacchiati ed erbacce che rompono i marciapiedi, Ninuzzo non ti allontanare e dammi la mano per attraversare.

La folla ciabattante e assonnata che percorre le strade, con la borsa-frigo in mano e una mezza anguria tra le braccia e un ombrellone con la pubblicità della Algida in spalla, Totò portala tu la borsa con i costumi che è troppo pesante.

Il lungomare costellato di panellari ambulanti scontrosi e accaldati, che friggono patatine sotto il sole a picco e sputano nell’olio per provare se è a temperatura, Signor lei, la salsa rosa per le crocchè non ce l’ho, ci posso dare il limone.

I bagnini annoiati e sovrappeso che presidiano gli ingressi alla spiaggia, sprofondati in sdraio antidiluviane di tela a righe, con un quotidiano sportivo spiegazzato in mano, gli occhiali da sole calcati e il naso spellato, Signo’, suo figlio deve pagare il biglietto, altro che otto anni, un altro po’ e parte militare.

I varchi d’accesso invasi da un’umanità assortita e schiamazzante, intere famiglie pressate su un telo tra vettovaglie e flaconi di protezione solare, Jessica vieni qui che ti metto la crema prima che ti bruci le spalle.

La cronica mancanza di spazio sul tratto di spiaggia libera, per cui finirai per stenderti con la testa sulla borsa della vicina e i piedi sul castello di sabbia appena costruito da Ciruzzo, Scusasse ma si può fare più in là che qua si deve mettere mio marito?

I ragazzi che giocano a racchettoni, si inseguono alzando nuvole di sabbia, si buttano in acqua tra spruzzi e schiamazzi, noleggiano pedalò su cui salgono in quindici, fingono di voler gettare tra le onde la biondina del gruppo, No no vi prego, oggi ho le mie cose.

Il bagno a turno per non lasciare borse e zaini incustoditi sulla battigia, Signo’ scusasse ci può dare un occhio a questa sacca?

L’acqua sporca vicino alla riva, verde e ferma e calda come quella di un lago, che diventa fresca e trasparente al largo, ma che comunque resta bassa anche alla boa, Signora Lia, che dice, alla secca ci arriviamo?

L’impossibilità di fare due bracciate senza impattare contro gambe, pance e braccioli altrui, Ma che fa, non lo vede che c’è ‘u picciriddu?

La sabbia che brucia i piedi all’uscita dall’acqua, rovente, e si insinua dolorosamente tra le dita, Ahi, la prossima volta mi va’ a fazzu ‘u bagno con le tappine.

La doccia da cui escono dolorosi aculei di acqua gelata, sistemata rigorosamente sotto i pini marittimi in modo da far pungere con gli aghi chi aspetta il proprio turno per lavare via la salsedine dai capelli, Scusasse, ha finito, che ha un’ora che aspetto?

Il venditore ambulante di pannocchie che da anni declama con assoluto autocompiacimento la sua litania, Signora Lucia, la megghiu pollanca è chidda mia.

Il ragazzo con la borsa termica che vende ghiaccioli e bibite fresche e abbannia il suo sconforto per la mancanza di acquirenti, Malura.

Gli anziani che giocano a briscola nei cortili, seduti intorno ai tavoli con scomode sedie pieghevoli di legno, con berretti sulla testa per evitare il colpo di calore e pantaloncini per non mostrarsi in costume, Ti rissi ‘u carrico!

L’attesa di almeno tre ore per il nuovo bagno, tra bambini piagnucolanti e madri esasperate, Santino vedi che se ti butti ora ti si blocca la digestione e muori.

La sabbia nel costume, la sabbia sul telo, la sabbia nei capelli, la sabbia nelle scarpe che continuerai a trovare anche a casa, nonostante docce e accurate ispezioni, Tanuzzo, tutto il letto pieno di rena c’è.

La folla accaldata e arrossata che torna mestamente alle macchine, con i costumi bagnati che disegnano grandi chiazze d’acqua sui vestiti, i capelli ancora grondanti sulle magliette, i palloni ormai sgonfi sotto il braccio, Ma runni la lassammo ‘a machina stamatina, ‘ste strade sunnu tutte uguali.

L’odore di crema solare e lozione doposole che resta appiccicata nel naso per giorni, dolciastra e olezzante di cocco, Rosuccia, ma dove l’accattasti ‘sta roba?

La voglia di rimanere a casa, domenica prossima.

Sto leggendo un libro ambientato a Palermo, di cui mi avevano detto mirabilie; è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, e tenevo molto a comprarlo. Sono circa a un quarto e per ora non sto riuscendo a entrare nella storia: la trama si sfilaccia e mi semba di spiare dal buco della serratura delle vicende troppo intime, troppo personali; andrò avanti, perché comunque la scrittura di Alajmo merita: spero che il libro si riprenda un po’.

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Quando fa freddo (a Palermo).

Quando fa freddo a Palermo, di solito non fa freddo sul serio, ma ci sono nove o dieci gradi e magari piove. Quando fa freddo a Palermo, però, si sente freddo sul serio, perché anche se non fa davvero freddo, non siamo abituati neanche a questa parvenza di freddo, e allora soffriamo e ci lamentiamo e ci sentiamo vittime di una profonda ingiustizia. Quando fa freddo a Palermo, di solito piove: ma a Palermo non piove quasi mai, e se piove piove in autunno quando non c’è molto freddo, quindi l’accoppiata freddo+pioggia è rara come un panda esuberante o un editore ottimista.

Quando fa freddo a Palermo, i palermitani ci rimangono male e la prendono sul personale; sono così abituati a non sentire freddo che si avviliscono, mettono su facce da vittime di calamità naturale e si rintanano in casa, non vanno al cinema o in pizzeria o a fare la spesa; alcuni locali sono chiusi, anche se è venerdì sera: perché c’è freddo, e piove, ed è scontato che nessuno si sposterà, neanche se abita a duecento metri di distanza e deve pur mangiare qualcosa, per cena.

Quando fa freddo a Palermo, i turisti sono delusi e offesi: erano venuti giù dalla Svezia in cerca del tiepido sole mediterraneo e si ritrovano con i sandali inzaccherati di fango, con k-way di colore caramelloso ad avvolgere schiene e zaini, a camminare con aria perplessa in strade misteriosamente vuote: perché non sanno, i turisti del nord, che anche se loro indossano pantaloncini e t-shirt, per noi la temperatura è paragonabile a quella di un valico alpino sotto una tormenta.

Quando fa freddo a Palermo, anche se non c’è moltissimo freddo, è un grosso problema per tutti quelli che vivono per strada: che a Palermo sono tanti, proprio perché di solito non c’è freddo, e sono uomini e donne e ragazze con un gatto bianco nel trasportino, cani randagi e canucci agguinzagliati a un cumulo di vestiti e coperte e materassi che è la casa di qualcuno, e gatti tigrati e anche qualche coniglietto sceso giù impavidamente da Monte Pellegrino; quando fa freddo a Palermo, anche se ci sono nove o dieci gradi, per tutti loro e per chi se ne occupa è un guaio, tra giacigli bagnati e croccantini galleggianti in una ciotola piena d’acqua piovana.

Quando fa freddo a Palermo, nessuno se lo aspetta ed è equipaggiato a dovere; tutti girano con sneakers da ginnastica in tela con dentro i calzini che fanno cic-ciac, oppure tirano fuori la tenuta da sci che hanno usato quella volta che sono stati al passo del Tonale in vacanza; nessuno ha stivaletti con la suola di gomma, o scarpe che tengano i piedi asciutti, o magliette termiche o giubbotti di piumino con ampi cappucci: e questo aumenta il senso di disagio, il freddo percepito e la quantità di sguardi da sopravvissuti allo tsunami.

Quando fa freddo a Palermo, o anche quando non fa freddo ma piove, a ogni angolo di strada spuntano persone che vendono ombrelli: e il palermitano, che non gira mai con l’ombrello, si precipita a comprarne uno che si romperà entro il prossimo giorno di pioggia, mentre io mi chiedo dove diamine fossero conservati tutti questi ombrelli, mentre non pioveva, e come facciano i venditori di ombrelli a tirarli fuori con tale tempismo.

Quando fa freddo a Palermo le strade si allagano, sul basolato si scivola, i termosifoni non scaldano mai abbastanza, spesso salta la luce: ma non è un grosso problema, perché tanto a Palermo non fa mai più freddo di un giorno o due, ed è (anche) per questo che non vorrei mai andar via da qui.

Una persona a cui sono affezionata, che è il fratello di una persona a cui sono molto molto affezionata, lunedì attraverserà un momento faticoso (ma da cui verrà fuori in fretta e come nuovo): quindi, anche se è un uomo che non teme il freddo, questo post è per lui.

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Il mio 2017, in (non troppo) breve.

Con prevedibile scarsa originalità, l’ultimo post del 2017 non può che essere un bilancio dell’anno appena trascorso: perché è nella natura umana fermarsi un attimo, riguardare avanti-veloce l’ultima frazione di tempo che sta per consumarsi, riavvolgerla e impacchettarla e inscatolarla, metterla in un cassetto con l’etichetta “anni passati”; tirare via i ricordi migliori, metterli su un ripiano da cui prenderli per coccolarsi nei momenti di sconforto, mandarli giù come una cucchiata di cioccolata calda: e anche un paio dei peggiori, da tenere lì per i giorni di auto-sabotaggio e per le notti di insonnia, per tutti i momenti in cui il senso di colpa non ha altro modo per manifestarsi.

Se dovessi definire il 2017 con un solo sostantivo, il primo a venirmi in mente sarebbe “consapevolezza”. È una parola che mi piace molto, e se fossi una persona a cui piacciono i tatuaggi – che invece mi sembrano parecchio tamarri – forse me la farei scrivere in bella grafia su una spalla; perché la consapevolezza sa di risultati raggiunti e di strada ancora da percorrere, di coscienza di sé e di sicurezza nelle proprie capacità, e anche di conoscenza della propria finitezza: perché consapevole è chi sa quanto vale, ma anche quando non vale.

È stato un anno terribilmente stancante, il 2017: in cui non ho quasi avuto ferie, ma ho lavorato lavorato lavorato senza sosta; ho fatto parte di un nuovo e bellissimo progetto, per la prima volta senza potermi nascondere dietro il gruppo delle colleghe: e lì, abbastanza sola ed esposta, mi sono avvilita moltissimo, e impegnata allo spasimo, ho passato notti intere al pc e lasciato la mia bella a guardare la tv da sola sul divano, semiaddormentata davanti a Twilight: ma, per la prima volta, ho ricevuto lodi e complimenti e ho avuto la sensazione di potercela fare. È stato anche l’anno della prima – e probabilmente ultima – campagna elettorale a cui ho lavorato: e lì ho conosciuto persone nuove, ho sperimentato nuovi linguaggi, sono stata, per la prima volta, non l’ultima arrivata ma quella con più esperienza: ed è stata una sensazione diversa e straordinariamente gratificante.

È stato un anno, ma soprattutto un’estate, di paura e insicurezza per la salute della mia famiglia: e, mentre temevo il peggio, ho capito che comunque ce l’avremmo fatta, e che basta riadattare i propri schemi mentali alle situazioni nuove per riuscire a venirne a capo senza (troppo) dolore.

In questi dodici mesi ho letto molto poco, guardato molti film, ascoltato audiolibri come se non ci fosse un domani; ho visto telefilm, sono andata al cinema, penso, due o tre volte: e anche a un concerto che non mi piaceva, ma che poi un po’ mi è piaciuto. Ho visitato una grande e bella città che non conoscevo, ho visto un pezzetto di Alpi su cui non avevo mai messo piede, ho sognato l’Everest e le cime scoscese del Nanga Parbat. Ho visto un po’ più da vicino la crescita di Pupetto e di Robert, i due bimbi a cui sono più affezionata; sono stata (troppo poco) vicina alla mia bella, quando ci ha lasciati Nonna Rosa: e, mentre la mia memoria labile e sovraffollata cancella un po’ di parole, cerco di tenermi stretta quelle che mi ha rivolto nei quasi sedici anni in cui l’ho conosciuta.

Sono rimasta sola a casa per una settimana, quest’anno: e, mentre la mia bella era a un matrimonio, io ho montato mobili Ikea con scarsa perizia e molto aiuto da parte di mio padre; soprattutto, ho visto la mia compagna iniziare a collezionare i riconoscimenti e le soddisfazioni che merita: e vedere la sua trepidazione farsi, anche in questo caso, consapevolezza, è stato un regalo splendido e immeritato, di cui le sarò sempre grata.

Ho scoperto che l’amore, anche se sembra aver raggiunto l’apice del suo arco, può ancora crescere: e che, quando l’anno scorso pensavo di non poter amare più di così, mi sbagliavo di grosso.

Sono stata, nel 2017, vergognosamente felice: e nel 2018 pretendo di non esserlo neanche un po’ di meno.

Gli auguri per il nuovo anno sono un obbligo, in questi casi: così, insieme a un consiglio di lettura (il superbo “La fine dei vandalismi” di Tom Drury, un romanzo ambientato nel cuore degli Stati Uniti che mi sta facendo pensare molto alla cittadina di Holt raccontata da Kent Haruf), auguro a tutti un 2018 stupendo. AllaMate, invece, auguro di dimenticare in fretta il 2017, e di ricevere sempre più spesso notizie come quella di due giorni fa.

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Non c’è più religione.

In questi giorni, una polemica ha occupato testate cartacee e online e bacheche facebook di palermitani e limitrofi: in una scuola pubblica cittadina, il dirigente scolastico ha avuto l’ardire di disporre la rimozione di alcune statue a soggetto religioso dai locali dell’istituto e di richiedere al corpo insegnante di non imporre ai giovanissimi allievi (si tratta di un istituto comprensivo che abbina scuola dell’infanzia e primaria) la preghiera collettiva all’inizio delle lezioni e alla ricreazione. Le reazioni scomposte non si sono risparmiate: dai titoli sensazionalistici sui giornali (“a scuola è vietato pregare”) ai commenti esarcebati sui social, dalle incursioni della lega (la minuscola è voluta) alle manifestazioni dei genitori che, armati di coroncine del rosario intorno al collo degli ignari scolari, hanno bloccato la strada chiedendo il rispetto delle tradizioni. Quegli stessi genitori, va detto, che non sono scesi in piazza quando, all’inizio dell’anno scolastico, in quello stesso plesso è crollato l’intonaco in una classe: ma, è evidente, tra una Madonna rimossa e un soffitto che viene giù è sicuramente la prima eventualità la più drammatica e pericolosa.

Non sono credente, ma penso di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di chi lo è: ho sempre accompagnato mia madre in chiesa o alle prove del coro religioso di cui fa parte, sono riuscita a non ridere in faccia ai miei cugini vestiti da boy-scout a quarant’anni, con tanto di fazzoletto al collo e gagliardetti sulla camicia; ho presenziato senza battere ciglio a tutte le cerimonie in cui la mia presenza era richiesta, matrimoni o funerali che fossero. Ho anche letto l’intera Supplica alla B.V. di Pompei a mia madre, per telefono, un anno che la prima domenica di ottobre era ricoverata fuori città e non c’erano ancora gli smartphone per cercarla online, e lei non trovava più la sua copia. Sono stata abituata fin dall’infanzia a vedere mia nonna che recitava il rosario, la mattina; ma non credo che mi abituerò mai all’imposizione della religione cattolica nella vita quotidiana degli italiani: anzi, non voglio farlo. Non voglio accettare i crocifissi nelle camere di ospedale di strutture pubbliche, né tantomeno nei tribunali e nelle aule scolastiche: per quel minimo, necessario rispetto che ho sempre tributato, in qualsiasi momento della mia vita, a chi crede. Sono stanca di sentire annoverare riti e simboli della religione cattolica tra gli elementi “tradizionali” della nostra cultura: sono, appunto, le vestigia di un credo religioso, che non è spontaneo e automatico che tutti scelgano di condividere. La recita in classe di una preghiera non è soltanto un momento di rievocazione di usi e costumi della zona, non è cantare “ciuri ciuri” battendo a tempo il piede: è un modo per includere chi sente proprio quel credo religioso ed estromettere chi invece è stato cresciuto con un’altra fede, o ha semplicemente deciso di poter farne a meno. La violenza passivo-aggressiva sottesa alla maggior parte delle manifestazioni della vita religiosa mi fa paura: e mi spaventa ancora di più il fatto che sia considerato tutto scontato, ovvio; è ovvio che ci si sposi in chiesa, è ovvio che si celebrino esequie religiose, è ovvio che i bambini frequentino il catechismo o l’ora di religione in classe. Vedo, in queste piccole, quotidiane imposizioni, il terrore di chi si professa cattolico all’idea che qualcuno scopra di non aver bisogno di statue da adorare e riti da celebrare per poter vivere bene: la paura che si venga a sapere che senza religione si continua ad essere persone dotate di moralità, in grado di scegliere per sé e i per propri figli, capaci di vivere in un contesto civile e sensato. Il panico all’idea che qualcuno sappia che della religione si può fare a meno: e la mia personale esperienza di bannata da una sedicente amica per aver avuto l’ardire di nominare la pratica dello sbattezzo la dice lunga.

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Dell’amicizia, della lontananza, dell’avere gli amici lontani.

Non ho molti amici. Ho una schiera di simpatici conoscenti, questo è certo: colleghe e contatti di lavoro, amici di amici, gente che vedo poche volte l’anno, di solito per caso, e che abbraccio con trasporto, cercando di ricordare cosa mi avessero detto di sé molti mesi prima: è lui quello che si è sposato? O ha avuto un figlio? O ha lasciato il suo lavoro di elettrotecnico specializzato in riparazione di frigoriferi per aprire un baretto sulla spiaggia di Copacabana?

Ho pochi amici, dicevo: e una percentuale allarmante di loro vive fuori (o viveva fuori fino a una manciata di mesi fa). Alcuni hanno sempre vissuto nelle fredde lande venete, altri si sono trasferiti in un tempo ormai remoto (Mirella, ma tu giuri di aver mai abitato a Palermo?); altri si sono spostati e sono rientrati, a periodi alterni: e intanto hanno messo su casa in giro per l’Italia, hanno vissuto con coinquilini bislacchi e mi hanno lasciato in affido le piante, hanno portato un pupetto prima nella pancia e poi in nave e in auto e in aereo fino ai piedi delle Alpi e ritorno. Altri ancora sono andati via, negli ultimi mesi, in punta di piedi, alla spicciolata: gli ultimi stamattina, con una valigia con vestiti pesanti e zuppa d’orzo e il quesito fondamentale: ma lassù ci sarà, l’asciugacapelli?

È triste e un po’ frustrante, avere gli amici lontani, e stimola l’ingegno e la capacità di adattamento: bisogna pianificare le visite, farsi mandare gli screenshot delle prenotazioni di aerei e treni per tenerli in un’apposita cartella sul desktop, tenere sempre attivo un google calendar dedicato, annunciare per tempo quando un non-amico fa una festa di compleanno di sabato (dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che dai, mercoledì è molto meglio, che importa se il giorno dopo devi alzarti alle 5:40 per lavorare); si devono spalmare con accortezza le presenze, in modo da non avere un sabato con sette diversi appuntamenti scaglionati di mezz’ora in mezz’ora e poi ventitrè weekend di solitudine. Festività natalizie e pasquali meritano un discorso a parte: è complesso ma doveroso convincere gli amici solitamente lontani che, anche se negli ultimi sette mesi non hanno visto i genitori, sono io ad avere la priorità: e quindi, che si mettano bene in testa che dovremo vederci ogni giorno per un monte-ore complessivo pari a non meno di 60, costi quel che costi.

Avere gli amici lontani vuol dire litigare con le colleghe per chi deve lavorare di sabato sera: e spiegare loro che no, non è che non voglio lavorare perché mi scoccia, è che proprio non posso, questo weekend c’è Chiara a Palermo; vuol dire rimandare la cena da Billy da molti mesi, perché abbiamo promesso a qualcuno di andarci insieme; vuol dire pensare una battuta stupida e non avere nessuno con cui condividerla: ché, ammettiamolo, mandarla per messaggio vocale su whatsapp non è la stessa cosa.

Avere gli amici lontani vuol dire sperare sempre che un giorno scelgano di tornare: e intanto mandare foto e provare a immaginare la loro nuova vita, cercando la strada in cui abitano su google maps, documentandosi su wikipedia sul quartiere, mendicando foto e di stanze che non vedrò mai, in strade in cui non camminerò, con persone di cui non conoscerò mai la voce. Vuol dire augurare loro di essere felici, dove e con chi vorranno: ma se fosse nel raggio di ottocento metri da casa nostra sarei più contenta.

Sto leggendo un libro delizioso: è Le ultime levatrici dell’East End di Jennifer Worth. È l’ultimo volume di una trilogia dedicata alle giovanissime infermiere e levatrici del quartiere di Poplar, a Londra, negli anni dell’immediato dopoguerra; è un libro tenero, scanzonato e brillante, in cui si alternano capitoli dedicati a usi e costumi dell’epoca ad altri in cui l’autrice ricorda le persone con cui è venuta a contatto nei suoi anni di lavoro nelle Docklands. È davvero da leggere.

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Cronaca di un viaggio a Torino, ovvero come ho fatto a vivere trentaquattro anni senza vedere il Piemonte?

Lo ammetto, non sono stata del tutto sincera: prima di questa estate, ero stata già tre volte a Torino, per un totale di cinque o sei giorni: ma li avevo passati quasi tutti in un ospedale, per un intervento ai tendini del piede e per le relative visite post-operatorie, e avevo solo un ricordo confuso di portici e cime imbiancate e pioggia e gianduiotti. Per questo, complici anche delle tariffe molto convenienti per il volo da Palermo, ho convinto la mia bella a passare qualche giorno all’ombra della Mole.

Di Torino avevo sentito parlare in maniera discontinua e non-omogenea: la metà di chi ci ha messo piede mi parlava di un posto bello e austero, l’altra metà di una città fredda, indifferente, popolata da genti silenziose e distanti. Ma nei mesi scorsi avevo riletto (e riascoltato in podcast) per l’ennnesima volta Lessico famigliare e deciso che via Pallamaglio, via Pastrengo, corso Re Umberto non potevano restare, per me, solo vaghi toponimi. La vicinanza di amicastorica, ormai migrata nelle lande desolate del nord, aggiungeva mordente all’impresa – avremmo potuto passare un paio di giorni insieme – così come il recente esilio della F. in Val di Susa: percheé io ho sempre avuto la necessità fisica di immaginare le persone che conosco in luoghi reali. E quindi, trolley alla mano, siamo partite. E accidenti se siamo rimaste colpite.

Torino, va detto, probabilmente d’inverno è una città fredda, piovosa, uggiosa: ad agosto, però, è molto molto calda, di un caldo feroce, molesto e disarmante, molto più violento di quello di Palermo. Ma non è bastato per farci disamorare: e infatti ci è piaciuta un sacco. Ci sono piaciuti i portici e le botteghe di libri usati – in cui, tra l’altro, ho trovato Serena Cruz o la vera giustizia di Natalia Ginzburg, ed era l’ultimo che mi mancava tra i suoi libri – e le piazze dal piglio deciso, monumentale, da capitale; ci sono piaciuti gli scoiattoli che mangiavano lungo le rive del Po e il parchetto dedicato alla memoria di Leone Ginzburg, le scritte sui muri e i locali della movida, le panchine e le fontanelle, la pulizia e il contegno risoluto degli autoctoni. Ci è piaciuto il Museo del cinema, e anche il mercato del Balon, anche se forse ce lo immaginavamo un po’ più imponente. Ci sono piaciuti i dintorni: Superga e i suoi sentieri tra gli aceri in cui ci siamo addentrate sorridendo, bottigliette d’acqua in mano e scarpette da ginnastica ai piedi, e Susa, che pensavo fosse solo un paesello in un fondovalle alpino e invece è stato un crocevia di storia di discreta importanza. Mi è piaciuto il senso di sicurezza che si respirava e il fatto che i senzatetto dormissero sereni sotto i portici, ben sistemati e organizzati: mi è piaciuto un po’ meno che tenessero a specificare di essere nati proprio a Torino (e di non essere, via, dei terroni), ma va bene così.

Di solito, quando visito una città, mi chiedo se mi piace e se ci vivrei: e a Torino ho pensato che probabilmente sì, vivrei volentieri, anche se d’inverno con la neve, ecco, magari mi lagnerei un po’. Ma per il freddo mi lagno molto anche a Palermo, quindi pace.

Un grazie speciale, per l’organizzazione della vacanza, va a Dario e Margherita: che ci hanno fornito di guide, mappe e consigli e ci hanno aiutate a non perderci, come è nostra abitudine, nel caos di una città sconosciuta.

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