L’estate (è quasi finita).

I negozi ancora chiusi, ma che riapriranno a breve.

Gli amici che sono andati via, o che andranno via a breve, e la tristezza nel pensare che chissà quando ci rivedremo di nuovo.

Gli abbracci molto forti agli amici, quando stanno andando via.

Gli amici che non abbiamo visto, perché sono venuti a Palermo e non ci hanno avvertito, forse si sono scordati o forse non ne avevano voglia o forse chissacciu pensavano che avremmo dovuto sapere noi quando sarebbero venuti: ma comunque pace, va bene così.

Il ritorno in ufficio, la noia, il caldo, i ventilatori, le millemila email arretrate. Capo che mi saluta contento e mi abbraccia perché non ci vediamo da tre settimane e ha dimenticato quanto posso essere noiosa e assillante. Colleganuova che mi offre il suo aiuto e un po’ di chiacchiere e il primo caffè del rientro. Autricedelcuore che mi chiama il secondo giorno di lavoro dicendo che non mi ha chiamata il giorno prima perché non voleva stressarmi subito, e io le voglio bene anche per questo.

I baristi che ci accolgono festanti alla prima pausa-caffè del rientro, e ricordano ancora come vogliamo il caffè, che io lo voglio macchiato e colleganuova lo vuole con il latte di soja. Il barista che continua a fare la battuta “un macchiato con latte di sogliola” e ride molto. Io che continuo a ridere a questa battuta solo per fargli piacere, ma mi viene fuori un eh eh poco credibile.

L’ansia del rientro al lavoro.

La stanchezza del rientro al lavoro.

Assillare amicastorica con tredicimila vocali perché sono stanca e in ansia per il rientro al lavoro.

Ale che mi manda un messaggio per dirmi che mi pensa perché sa che sono in ansia per il rientro al lavoro.

Mohamed che mi chiama e si stupisce moltissimo che io sia al lavoro, e mi chiede come mai sono già rientrata, non era meglio se stavi ancora un poco in ferie?

Il posto per la macchina sotto casa che già non si trova più.

Il posto per la macchina sotto l’ufficio che si trova ancora, ma solo se arrivo presto.

Il tramonto alle otto di sera.

Andare via da Mohamed quando è buio.

Le previsioni che annunciano pioggia, e invece c’è molta afa e mi piacerebbe che piovesse, ma poi penso che Mohamed sta in mezzo alla strada e che se piovesse il suo letto si bagnerebbe e anche il cibo dei gatti e la radio e il caricabatterie e il tabacco si bagnerebbero e allora non voglio più che piova, e vorrei solo che ci fosse meno caldo.

Mettere ancora gli occhiali da sole per andare a lavoro, anche se non c’è più così tanta luce la mattina.

Il profumo dolcissimo estenuante dei gelsomini e delle pomelie.

La pizza di Peco’s mangiata ai tavolini di Peco’s sul marciapiede, ché loro non chiudono mai.

Dormire sotto il lenzuolo.

Il centro commerciale pieno il sabato pomeriggio.

Gli zainetti e i pacchi di quadernoni e le penne in esposizione al supermercato, dove fino a una settimana fa c’erano palette e secchielli e formine e fenicotteri gonfiabili. I solari e i doposole e gli antizanzare in sconto. Le seggioline da spiaggia esposte nell’ultimo corridoio in fondo, no signora c’è solo in questo colore, sono terminate.

La zucchina lunga che già qualche fruttivendolo non ha più.

Mancano 115 giorni al Natale.

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Quando c’è caldo (a Palermo).

È stato un interminabile inverno, ventoso e umido e bigio, che spingeva alla lagna e all’indolenza – non possiamo uscire a fare la spesa, piove!, ordiniamo pizza e pollo arrosto e mangiamoli davanti alla tv! – e che ha gettato Mohamed nello sconforto e nella recriminazione costante – avevi detto che sarebbe arrivato il caldo! Moha, ma mica è colpa mia! – e fagocitato la primavera: invece di uccellini cinguettanti e foglie nuove sugli alberi e tremebonde margherite nei prati e tutto quel che il nostro immaginario da scuola elementare collega ai mesi di marzo, aprile e maggio, abbiamo avuto pioggia, giubbetti impermeabili, Mohamed disgustato dalla necessità di indossare scarpe chiuse e mugugni assortiti del caneNando che, se già normalmente odia uscire, col maltempo lo considera una sevizia perpetrata ai suoi danni. È stato un interminabile inverno, dicevo: e ora improvvisamente c’è caldo, e quando c’è caldo a Palermo è una faccenda seria, e io già non ne posso più.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti ne parlano: ma se del freddo si parla con stupore e con un atteggiamento di vaga preoccupazione – talè, c’è freddo!, – di caldo di parla con rassegnazione e fastidio e sconforto, perché il caldo inizia adesso e finirà chissà quando, forse a settembre, o a ottobre, o sapiddu quannu, signora mia.

Quando c’è caldo a Palermo, è difficile trovare scampo: perché assurdamente sembriamo dimenticare, durante il resto dell’anno, quanto possa essere afosa e soffocante la permanenza in città con più di trenta gradi, e quindi non siamo mai ben attrezzati; il condizionatore deve essere ricaricato, il ventilatore si è rotto alla fine della scorsa estate e non abbiamo pensato di sostituirlo, la cinghietta dei sandali non chiude più bene, i pantaloni di stoffa leggera sono seppelliti su una gruccia sotto decine di paia di jeans e non vogliono proprio saltar fuori.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti annunciano a gran voce di voler andare a mare: ma andare a mare col caldo può essere una lunga e tormentosa esperienza. Si trascorrono ore in macchina cercando parcheggio, con la temperatura dell’abitacolo in costante aumento in misura direttamente proporzionale al giramento di scatole del guidatore; trovato un posto dove lasciare l’auto, si percorrono a piedi distanze degne di una carovana con cammelli, portando teli e borse frigo ricolme di masserizie e molte confezioni di crema protettiva. Alla spiaggia non c’è un posto dove sedersi, la sabbia scotta, il mare è verdognolo, e poi che fastidio il costume bagnato, e quindi niente, stiamoci a casa e facciamo prima.

Quando c’è caldo a Palermo, si dovrebbero cucinare cibi adatti alle alte temperature: e invece i palermitani si dimostrano ascoltatori poco attenti dei consigli elargiti dal tg2 e ne approfittano per friggere melanzane, far pippiare pentoloni ricolmi di pomodori per farne salsa da imbottigliare per l’inverno, soffriggere zucchine e tenerumi per farne minestre gustosissime ma da gustare a una temperatura incompatibile con la vita.

Quando c’è caldo a Palermo succedono avvenimenti apocalittici: prendono fuoco le aiuole spartitraffico della circonvallazione, in centro si trova facilmente parcheggio, i poster appesi al muro con il nastro adesivo piombano a terra sconsolati, svegliandomi nel cuore della notte.

Quando c’è caldo a Palermo, per chi vive in strada è una rogna terribile: il dormitorio è soffocante, tende e camper diventano impraticabili, l’acqua accumulata nei bidoncini è tiepida e sgradevole, il desiderio di una doccia diventa un’ossessione. I cani sono agitati, i gatti fiacchi e infastiditi, gli animi si esacerbano, è più facile che scoppino risse; quando c’è caldo a Palermo, io penso a Mohamed per strada e mi avvilisco.

Quando c’è caldo a Palermo, l’unica cosa che si può fare è sperare che passi in fretta.

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Quando è primavera (a Palermo).

Con quasi un mese di ritardo, a Palermo è finalmente primavera; fino a qualche giorno fa il cielo era bigio e insipido, l’aria era umidiccia, il vento strapazzava senza ritegno la mia pianta di rosmarino, il mio piede e il braccio sinistro di Mohamed dolevano. Portavo gli stessi vestiti di gennaio, fino a qualche giorno fa: maglioni pesanti e maglie in microfibra e sciarpe di lana e berretti pelosi, e gli anfibi che mi fanno male, e Mohamed metteva un giubbotto imbottito sopra quello di pelle e sentiva freddo lo stesso; la mattina non riuscivo a cavarmi da sotto il piumone ed ero scontenta e lagnosa. Adesso, improvvisamente, è primavera: e io sto gradualmente e rapidamente passando ad abiti via via più leggeri, il mio umore è nettamente migliorato, il bonsai di ulivo è ricoperto di gemme e anche i gelsomini stanno mettendo le foglie nuove, ma lo stesso non ho voglia di alzarmi, la mattina.

Quando è primavera a Palermo, tutti siamo parecchio contenti dell’aria tiepida e del sole smagliante e del cielo molto azzurro, così contenti e sorpresi del repentino cambio di tempo atmosferico che quasi non ci crediamo: e infatti, entrando nei negozi o salutando i passanti per strada, diciamo sempre Taliasse che bello, è primavera, e sorridiamo con trasporto e a volte ci diamo addirittura pacche sulle spalle, come se realmente avessimo temuto che ricominciasse di nuovo l’autunno, facendoci saltare a pie’ pari la bella stagione.

Quando è primavera a Palermo, tutti tolgono di mezzo il cappotto e l’ombrello e gli stivaletti imbottiti e passano direttamente alle t-shirt sbracciate, alle canottiere scollate, alle ciabattine infradito di gomma. I turisti hanno le spalle arrossate dopo una mezza giornata di sole, i passanti inalberano grandi paia di occhiali da sole, il posteggiatore indica i parcheggi all’ombra Così poi la macchina non la ritrova un forno, dotto’.

Quando è primavera a Palermo, basta una mattinata di scirocco per riempire la spiaggia di Mondello: e allora, tra ragazzi che hanno marinato la scuola e pensionati a spasso, tra cani randagi e casalinghe con bambini nel passeggino e teli da stendere sulla battigia e pappine da somministrare fronte mare, riappaiono i venditori di pollanche, birre e coccobello, e io mi chiedo sempre dove siano stati per tutti questi mesi, da settembre ad ora, e cosa abbiano fatto intanto, quando la spiaggia era vuota e le mareggiate riempivano di alghe la distesa di sabbia.

Quando è primavera a Palermo, la domenica mattina tutti vanno al Foro Italico, e il cielo si riempie di aquiloni. Tornano i furgoni dei panini imbottiti, e uno di questi è guidato da Calogero che è amico di Mohamed, e Mohamed va da lui a prendere il caffè ed è contento, ma poi si ricorda che il caffè gli fa male e la contentezza gocciola rapidamente via.

Quando è primavera a Palermo, mi lascio tentare e compro dozzine di vasetti di piante aromatiche, menta e basilico foglia di lattuga e timo limone ed erba cipollina, e poi perdo moltissimo tempo a travasarle e sistemarle e concimarle e bagnarle e poi almeno una metà di loro muore nel giro di qualche mese e ci resto sempre male.

Quando è primavera a Palermo, Nando sta in balcone al sole, ed è contento perché così può abbaiare più agevolmente alla signora del palazzo di fronte.

Quando è primavera a Palermo, Ste continua per molto tempo a indossare vestiti troppo pesanti, e io le dico molte volte al giorno che penso che sentirà caldo e perché non mette il maglioncino di cotone blu invece di quello che ha addosso, ma lei è comprensiva e sorride e non mi risponde di pensare ai maglioncini miei come invece avrebbe ragione di fare.

Quando è primavera a Palermo e a metà mattina scendo con collegasimpatica per il caffè, la piazza della chiesa brilla per il sole e io non vorrei risalire in ufficio, dove invece continua per settimane a fare freddo.

Quando è primavera a Palermo mi sento enormemente stanca, e vorrei dormire molto ma non posso, e allora mi lamento spesso e poi me ne pento ma ormai è fatta. Che sonno.

[In questi giorni ho letto due libri di Marco Balzano, “Resto qui” e “L’ultimo arrivato”, e accidenti se ne vale la pena; è davvero un narratore coi fiocchi].

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Quasi-primavera.

A Palermo è quasi primavera. Quasi-primavera, insieme a quasi-autunno, è uno dei miei periodi preferiti dell’anno: ci sono meno disagi che in inverno e meno aspettative che in estate, e poi di solito non piove e non c’è troppo vento e mancano ancora intere settimane al famigerato periodo delle gite fuori porta e alla triade dell’arrustuta Pasquetta-venticinque aprile-primo maggio. È un periodo rapido e sfuggente, quasi-primavera: dura una ventina di giorni a stento, e la mimosa in giardino è in fiore, e poi nel tardo pomeriggio c’è ancora luce e il cielo è blu intenso e senza una nuvola, e al tramonto scolora lentamente e diventa celeste e poi bigio e poi rosato e poi bianco, e poi all’improvviso è notte e un po’ ci rimango male.

Quando è quasi-primavera di solito mi vesto ancora da pieno inverno, con molti strati di maglie e maglioncini e calzini a righe sovrapposti, però sostituisco la sciarpa pesante con una pashmina più leggera e tolgo di mezzo gli anfibi e ricomincio a mettere le Gazelle, e immediatamente penso che dovrei fare il cambio di stagione e tirare fuori t-shirt e canottiere, e anche se ho ancora addosso il maglione blu in misto cachemire e i collant duecentocinquanta denari e il berretto di pile mi sento in ritardo e inizio a trafficare con scale e grucce e palline di naftalina e sacchi sottovuoto.

Quando è quasi-primavera, la mattina mi sveglio non troppo di cattivo umore; intingo i miei due biscotti Digestive nel caffè con un mezzo sorriso, perché per andare in ufficio non dovrò portare l’ombrello e potrò evitare di mettere il giubbotto imbottito che mi ingoffa e mi sentirò un po’ più carina del solito.

In quasi-primavera mi sento pervasa da un insensato ottimismo; mi viene voglia di avviare molti progetti, cominciare a studiare una lingua straniera, rinvasare e concimare le piante, arrivare in ufficio con grande anticipo per fare contento Capo e andare via a un orario sensato. Alla fine, l’unica cosa che faccio è occuparmi delle piante: e non c’entra la quasi-primavera, perché anche in inverno e in piena estate e a Natale me ne occupo con la stessa attenzione, anche se con meno agio e con i capelli arricciati dalla pioggia o la testa scaldata dal sole di agosto.

Di solito, in quasi-primavera mi lascio tentare e compro molti vasetti di erbe aromatiche: anzi, quando avevo più tempo e più energie ed entusiasmo facevo incetta di svariate bustine di semi e attendevo con pazienza che iniziassero a germogliare, e sistemavo stecchi di legno a mo’ di paletti tutori e poi separavo le piantine e le reinterravo in vasi via via più grandi e poi le guardavo crescere con affetto e stupore; adesso mi limito ad andare al vivaio a scegliere basilico a foglia di lattuga, menta piperita e timo limone e lavanda e basilico rosso, e poi li sistemo con cura in balcone inconsapevole del fatto che tra qualche mese, quando sarà quasi-inverno, le piantine saranno stecchite dal freddo e io mi sentirò parecchio triste.

In quasi-primavera si sentono di nuovo le tortore, e io che mi ero scordata del loro canto dopo tanti mesi di assenza sono stupita; le pomelie mettono le prime foglie, i pomodorini riprendono sapore, e per il pranzo della domenica torna praticabile l’opzione-gelato: la coppetta media al caffè, con panna e una brioscina a parte, ritorna a competere con il panino alla bresaola e l’insalata con pollo croccante del Mc Donald’s.

Quasi-primavera è il periodo in cui tiro il fiato prima dell’immersione nella Marina di libri; le settimane in cui c’è ancora abbastanza freddo da usare come scusa per evitare di uscire la sera quando non mi va, ma c’è già sufficiente tepore da accettare la proposta di una passeggiata sulla spiaggia il sabato a pranzo. È quel brevissimo tratto di strada in cui sembra che le mezze stagioni esistano ancora: e io, che sono tradizionalista in tutto, ne sono insensatamente felice.

[E no, la vera “mezza stagione” non è la primavera: perché la primavera, a Palermo, è una rocambolesca discesa a perdifiato verso il caldo torrido, in cui si passa dalla felpa alla maglietta a maniche lunghe al bikini nel giro di tre o quattro giorni, e poi ci si gira e c’è già la statua della Santuzza per le strade ed è luglio e io non so neanche come sia stato possibile].

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Quando nevica a Palermo.

Foto di Stefania CiminoQuando nevica a Palermo è stranissimo e nessuno se lo aspetta, perché a Palermo non nevica mai. Quando nevica a Palermo, di solito non nevica, ma grandina per qualche minuto, e la strada si imbianca, e tutti gridano “la neve!” e sono molto eccitati e contenti, anche se non sta nevicando davvero.

Quando nevica a Palermo, tutti corrono a comunicarlo su Facebook; scrivono “che freddo!” o “guardate, nevica”, e se sono particolarmente bravi e attenti all’algoritmo e desiderosi di like mettono anche una foto del loro balcone imbiancato, o della strada di casa loro vista dalla finestra.

Quando nevica a Palermo, gli automobilisti si confondono e vanno pianissimo e se devono affrontare la salita del supermercato schiacciano con foga l’acceleratore e già si vedono bloccati giù, nel parcheggio gelido e livido, con il minestrone surgelato che si scioglie e il pollo arrosto che si raffredda nel bagagliaio; così chiamano la moglie e la avvertono che forse ritarderanno perché vedi, nevica, e la moglie li immagina nel pieno di una bufera siberiana e si allarma.

Quando nevica a Palermo, di solito si scivola: perché le basole sono lisce e le scarpe non sono adatte, e qui nessuno indossa stivaletti con la suola a carrarmato o anfibi imbottiti, ma solo scarpe da ginnastica o mocassini o scarpette di cuoio leggero, perché a Palermo non fa mai molto freddo e quindi non è economico comprare delle scarpe pesanti per usarle due giorni l’anno e poi basta.

Quando nevica a Palermo, tutti si rintanano in casa e ordinano la pizza a domicilio; quando nevica a Palermo, i ragazzi che consegnano la pizza a domicilio sono i meno contenti.

Quando nevica a Palermo, le strade sono vuote; non c’è Giovanni ‘o minorenne, il tipo con il camion di arance di Ribera che stazione vicino casa nostra. Non c’è il ragazzo che riempie i sacchetti del Penny e li carica in macchina, e neanche il lavavetri di piazza Croci o il caldarrostaio della Cala, o gli uomini sgraziati e urlanti che abbanniano incongrui mazzi di rose al semaforo di via Roma Nuova. Quando nevica a Palermo c’è un silenzio surreale.

Quando nevica a Palermo, Monte Cuccio subito si imbianca; a volte si imbianca anche Monte Pellegrino, ma meno.

Quando nevica a Palermo, in tanti ci si preoccupa delle persone e degli animali senzatetto; si organizzano raccolte di indumenti e di coperte, si portano bicchieri di thè bollente e croccantini ipercalorici, si fanno telefonate angosciate a Mohamed per sapere come sta. Quando nevica a Palermo, Mohamed sta asserragliato sul camper, con il giubbotto di pelle e il berretto e i calzettoni e le ciabatte, ché di mettersi le scarpe non ha proprio voglia, anche se nevica.

Quando nevica a Palermo, Mohamed dice che ha più dolori del solito, alle braccia e alle spalle e alle costole che negli anni si è rotto, ma poi sa che mi preoccupo molto e quindi dice che no, qui non c’è mica vero freddo, non sai quello che c’è in Iran, che ne puoi capire tu.

Quando nevica a Palermo, se c’è un buon motivo per fare un sit-in, ci si copre bene e si fa lo stesso: e infatti ieri c’erano cinquemila persone davanti a Palazzo delle Aquile, per manifestare solidarietà al sinnaco Ollando che dice che dobbiamo accogliere tutti, migranti economici e rifugiati politici e minori non accompagnati, e io penso che abbia assolutamente ragione, solo che al sit-in non sono andata perché ero in ufficio.

Quando nevica a Palermo, tutti approfittiamo per mangiare molto, bere cioccolata calda e finire il pandoro avanzato da Natale, perché col freddo bisogna nutrirsi adeguatamente, a quei due chili di troppo penseremo dopo.

Quando nevica a Palermo, i turisti sono straniti e scattano molte foto: e c’è sempre qualcuno che fotografa la spiaggia di Mondello, perché la neve sulla sabbia è scenografica e insolita.

Quando nevica a Palermo, io sono piuttosto infelice, perché odio il freddo e sono in pena per Mohamed e i cani e penso alle mie piantine di menta che soffrono; quando nevica a Palermo, io spero solo che finisca presto.

Per fortuna a Palermo non nevica ma.

[La foto è di Stefania Cimino].

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Un posto nel cuore.

Mohamed ama la compagnia: la compagnia di persone che mi capiscono, dice. E quando lo dice mi sorride e io sono contenta di far parte di quel gruppo. Mohamed ama anche, nell’ordine, il vino rosso, bagnarsi i piedi in mare ogni mattina, le risate, la musica degli anni Settanta, i cani. Non ama, invece, la gente ipocrita, chi dà troppi consigli, la birra, i cibi grassi, i libri. Gli piacciono le battute di spirito, ascoltare la radio, dormire sotto le stelle; non gli piacciono i camion, la città, chi crede di non aver altro da imparare nella vita.

Mohamed mangia poco; gli piacciono la frutta e l’insalata, ma quando gli ho portato le pesche non le ha apprezzate. Mohamed odia ricevere regali: non accetta soldi né sacchetti di spesa; anche per il caffè storce il naso: io non lo voglio, risponde, ne ho già bevuti troppi. Perché non lo bevi tu? Quando porto il caffè a Mohamed, finisce che poi me lo bevo io, e magari la notte non dormo. O forse quando vado da Mohamed non dormo per altri motivi, e il caffè non c’entra.

Se gli serve qualcosa, Mohamed non la chiede: perché non voglio pesare, dice, e allora faccio da me. Ha le braccia ingessate da due mesi, ma ha imparato comunque a farsi le sigarette da solo, e va a prendere l’acqua per i cani alla fontana senza farsi aiutare a portare i bidoni, e non ha lasciato che gli tagliassi le unghie: ma in questo caso, forse, aveva solo paura che potessi fargli male.

Mohamed ha scritto un libro, ha fondato un’associazione, ha girato per mezza Europa; ha vissuto nell’est, quando il muro di Berlino era ancora al suo posto: ma in Polonia no, ci tiene a dirlo. Parlava otto lingue, un tempo, Mohamed: ma poi ha scoperto che si confondeva e ha deciso di dimenticarle, e ora parla solo italiano e siciliano e persiano: ma, da quando è morto Ife, il persiano lo parla solo per telefono con i suoi fratelli.

La madre di Mohamed è morta lo scorso inverno, e lui quando ne parla piange un po’; piange anche quando si ricorda di quel sogno che aveva e che non ha potuto realizzare: e io allora mi intristisco moltissimo, e cerco di farlo sorridere senza riuscirci, ma poi lui sorride da solo pensando a quell’altro sogno che sa che porterà a compimento, perché lui è cocciuto e quando decide di fare una cosa la fa.

Mohamed ha tre cani, ma Piccolo è il suo preferito; Piccolo è grosso e giallo, ha sedici anni e pochi denti e cammina con le zampe posteriori larghe e rigide. Piccolo non sente e vede solo da un occhio e a volte mi ringhia, anche se gli porto le barrette e le altre cose buone. Piccolo è il capobranco e mangia sempre prima degli altri, e Stella, che è giovane e grossa e nera, gli sta seduta accanto e gli lecca il muso. Sabato scorso una macchina lo ha investito e io mi sono terrorizzata ma per fortuna non si è fatto niente, ma Mohamed si è seduto sulla sua sdraio con una mano sul petto e gli occhi chiusi e per mezz’ora non si è mosso più. Ti sei spaventato molto?, gli ho chiesto. Sì, mi ha detto lui: perché Piccolo è un grande amico, siamo cresciuti insieme e senza di lui non saprei come fare, e io so che Piccolo non ha molta strada davanti e che purtroppo non starà con Mohamed ancora a lungo e mi dispiace moltissimo per lui.

Mohamed è un vero gentiluomo d’altri tempi: se vede mia madre le offre la sua sedia e anche se non la capisce non le dice niente. A me offre sempre qualcosa da mangiare: e ieri che aveva degli yogurt buonissimi e io cercavo di convincerli a mangiarli voleva per forza che me li portassi a casa.

A Mohamed piace parlare dell’Iran, dei suoi viaggi e delle persone che ha conosciuto e delle esperienze che ha fatto, e di quella volta che l’Italia aveva vinto la partita contro la Nigeria ai mondiali e lui si è addormentato al sole e si è scottato le gambe; a me piace ascoltare e fare domande, e quindi con Mohamed mi diverto molto e imparo sempre qualcosa. Spesso gli chiedo se sa una cosa (cosa è quell’edificio lì, quanto dura il servizio militare in Iran, come si chiamava il suo cane di quando era bambino) e lui sa sempre la risposta. A me piacciono le persone che si fanno domande e sanno trovare le risposte.

Mohamed abita molto lontano da me, dal lato opposto della città; io cerco di andarlo a trovare più spesso possibile, ma non è facile; quando vado lì, anche se sono stata con lui per due ore, Mohamed non vuole mai che vada via, insiste e cerca di confondermi con cose da fare improrogabilmente per non farmi andare. Poi ci abbracciamo molto forte e lui spesso mi dice che mi vuole bene, e quando me ne vado sono triste e vedo la sua figura in piedi che fa ciao con il braccio ingessato e mi viene da piangere.

Io vorrei che Mohamed fosse felice e al sicuro, e che tutti i suoi sogni si avverassero.

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Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Mondello.

MondelloIl parcheggio che non si trova se non a qualche chilometro dalla spiaggia, in un vicolo senza uscita assolato e invaso da fiori secchi di oleandro e gatti sbilenchi e spelacchiati ed erbacce che rompono i marciapiedi, Ninuzzo non ti allontanare e dammi la mano per attraversare.

La folla ciabattante e assonnata che percorre le strade, con la borsa-frigo in mano e una mezza anguria tra le braccia e un ombrellone con la pubblicità della Algida in spalla, Totò portala tu la borsa con i costumi che è troppo pesante.

Il lungomare costellato di panellari ambulanti scontrosi e accaldati, che friggono patatine sotto il sole a picco e sputano nell’olio per provare se è a temperatura, Signor lei, la salsa rosa per le crocchè non ce l’ho, ci posso dare il limone.

I bagnini annoiati e sovrappeso che presidiano gli ingressi alla spiaggia, sprofondati in sdraio antidiluviane di tela a righe, con un quotidiano sportivo spiegazzato in mano, gli occhiali da sole calcati e il naso spellato, Signo’, suo figlio deve pagare il biglietto, altro che otto anni, un altro po’ e parte militare.

I varchi d’accesso invasi da un’umanità assortita e schiamazzante, intere famiglie pressate su un telo tra vettovaglie e flaconi di protezione solare, Jessica vieni qui che ti metto la crema prima che ti bruci le spalle.

La cronica mancanza di spazio sul tratto di spiaggia libera, per cui finirai per stenderti con la testa sulla borsa della vicina e i piedi sul castello di sabbia appena costruito da Ciruzzo, Scusasse ma si può fare più in là che qua si deve mettere mio marito?

I ragazzi che giocano a racchettoni, si inseguono alzando nuvole di sabbia, si buttano in acqua tra spruzzi e schiamazzi, noleggiano pedalò su cui salgono in quindici, fingono di voler gettare tra le onde la biondina del gruppo, No no vi prego, oggi ho le mie cose.

Il bagno a turno per non lasciare borse e zaini incustoditi sulla battigia, Signo’ scusasse ci può dare un occhio a questa sacca?

L’acqua sporca vicino alla riva, verde e ferma e calda come quella di un lago, che diventa fresca e trasparente al largo, ma che comunque resta bassa anche alla boa, Signora Lia, che dice, alla secca ci arriviamo?

L’impossibilità di fare due bracciate senza impattare contro gambe, pance e braccioli altrui, Ma che fa, non lo vede che c’è ‘u picciriddu?

La sabbia che brucia i piedi all’uscita dall’acqua, rovente, e si insinua dolorosamente tra le dita, Ahi, la prossima volta mi va’ a fazzu ‘u bagno con le tappine.

La doccia da cui escono dolorosi aculei di acqua gelata, sistemata rigorosamente sotto i pini marittimi in modo da far pungere con gli aghi chi aspetta il proprio turno per lavare via la salsedine dai capelli, Scusasse, ha finito, che ha un’ora che aspetto?

Il venditore ambulante di pannocchie che da anni declama con assoluto autocompiacimento la sua litania, Signora Lucia, la megghiu pollanca è chidda mia.

Il ragazzo con la borsa termica che vende ghiaccioli e bibite fresche e abbannia il suo sconforto per la mancanza di acquirenti, Malura.

Gli anziani che giocano a briscola nei cortili, seduti intorno ai tavoli con scomode sedie pieghevoli di legno, con berretti sulla testa per evitare il colpo di calore e pantaloncini per non mostrarsi in costume, Ti rissi ‘u carrico!

L’attesa di almeno tre ore per il nuovo bagno, tra bambini piagnucolanti e madri esasperate, Santino vedi che se ti butti ora ti si blocca la digestione e muori.

La sabbia nel costume, la sabbia sul telo, la sabbia nei capelli, la sabbia nelle scarpe che continuerai a trovare anche a casa, nonostante docce e accurate ispezioni, Tanuzzo, tutto il letto pieno di rena c’è.

La folla accaldata e arrossata che torna mestamente alle macchine, con i costumi bagnati che disegnano grandi chiazze d’acqua sui vestiti, i capelli ancora grondanti sulle magliette, i palloni ormai sgonfi sotto il braccio, Ma runni la lassammo ‘a machina stamatina, ‘ste strade sunnu tutte uguali.

L’odore di crema solare e lozione doposole che resta appiccicata nel naso per giorni, dolciastra e olezzante di cocco, Rosuccia, ma dove l’accattasti ‘sta roba?

La voglia di rimanere a casa, domenica prossima.

Sto leggendo un libro ambientato a Palermo, di cui mi avevano detto mirabilie; è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, e tenevo molto a comprarlo. Sono circa a un quarto e per ora non sto riuscendo a entrare nella storia: la trama si sfilaccia e mi semba di spiare dal buco della serratura delle vicende troppo intime, troppo personali; andrò avanti, perché comunque la scrittura di Alajmo merita: spero che il libro si riprenda un po’.

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Quando fa freddo (a Palermo).

Quando fa freddo a Palermo, di solito non fa freddo sul serio, ma ci sono nove o dieci gradi e magari piove. Quando fa freddo a Palermo, però, si sente freddo sul serio, perché anche se non fa davvero freddo, non siamo abituati neanche a questa parvenza di freddo, e allora soffriamo e ci lamentiamo e ci sentiamo vittime di una profonda ingiustizia. Quando fa freddo a Palermo, di solito piove: ma a Palermo non piove quasi mai, e se piove piove in autunno quando non c’è molto freddo, quindi l’accoppiata freddo+pioggia è rara come un panda esuberante o un editore ottimista.

Quando fa freddo a Palermo, i palermitani ci rimangono male e la prendono sul personale; sono così abituati a non sentire freddo che si avviliscono, mettono su facce da vittime di calamità naturale e si rintanano in casa, non vanno al cinema o in pizzeria o a fare la spesa; alcuni locali sono chiusi, anche se è venerdì sera: perché c’è freddo, e piove, ed è scontato che nessuno si sposterà, neanche se abita a duecento metri di distanza e deve pur mangiare qualcosa, per cena.

Quando fa freddo a Palermo, i turisti sono delusi e offesi: erano venuti giù dalla Svezia in cerca del tiepido sole mediterraneo e si ritrovano con i sandali inzaccherati di fango, con k-way di colore caramelloso ad avvolgere schiene e zaini, a camminare con aria perplessa in strade misteriosamente vuote: perché non sanno, i turisti del nord, che anche se loro indossano pantaloncini e t-shirt, per noi la temperatura è paragonabile a quella di un valico alpino sotto una tormenta.

Quando fa freddo a Palermo, anche se non c’è moltissimo freddo, è un grosso problema per tutti quelli che vivono per strada: che a Palermo sono tanti, proprio perché di solito non c’è freddo, e sono uomini e donne e ragazze con un gatto bianco nel trasportino, cani randagi e canucci agguinzagliati a un cumulo di vestiti e coperte e materassi che è la casa di qualcuno, e gatti tigrati e anche qualche coniglietto sceso giù impavidamente da Monte Pellegrino; quando fa freddo a Palermo, anche se ci sono nove o dieci gradi, per tutti loro e per chi se ne occupa è un guaio, tra giacigli bagnati e croccantini galleggianti in una ciotola piena d’acqua piovana.

Quando fa freddo a Palermo, nessuno se lo aspetta ed è equipaggiato a dovere; tutti girano con sneakers da ginnastica in tela con dentro i calzini che fanno cic-ciac, oppure tirano fuori la tenuta da sci che hanno usato quella volta che sono stati al passo del Tonale in vacanza; nessuno ha stivaletti con la suola di gomma, o scarpe che tengano i piedi asciutti, o magliette termiche o giubbotti di piumino con ampi cappucci: e questo aumenta il senso di disagio, il freddo percepito e la quantità di sguardi da sopravvissuti allo tsunami.

Quando fa freddo a Palermo, o anche quando non fa freddo ma piove, a ogni angolo di strada spuntano persone che vendono ombrelli: e il palermitano, che non gira mai con l’ombrello, si precipita a comprarne uno che si romperà entro il prossimo giorno di pioggia, mentre io mi chiedo dove diamine fossero conservati tutti questi ombrelli, mentre non pioveva, e come facciano i venditori di ombrelli a tirarli fuori con tale tempismo.

Quando fa freddo a Palermo le strade si allagano, sul basolato si scivola, i termosifoni non scaldano mai abbastanza, spesso salta la luce: ma non è un grosso problema, perché tanto a Palermo non fa mai più freddo di un giorno o due, ed è (anche) per questo che non vorrei mai andar via da qui.

Una persona a cui sono affezionata, che è il fratello di una persona a cui sono molto molto affezionata, lunedì attraverserà un momento faticoso (ma da cui verrà fuori in fretta e come nuovo): quindi, anche se è un uomo che non teme il freddo, questo post è per lui.

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