Esiste il silenzio.

La quarantena sta facendo uscire fuori il peggio di me; sono più ansiosa e asfissiante del solito, ho poca pazienza, lavoro lentamente e con scarsa attenzione, invece di dormire passo ore a guardare la gabbia di Anastasia e a dirle Anastasia Anastasiaaa finché lei si scoccia e mi morde. Sono poco lucida e molto esasperata, perdo facilmente la testa, le chiavi di casa, il dispenser di gel disinfettante per le mani, il caricabatterie del telefonino. Oscillo tra il tedio e il fatto di non aver il tempo di fare nulla, passo dieci ore al giorno al computer e altre dieci a fare videochiamate, spiegare a mia zia come fare la spesa a domicilio, ascoltare messaggi vocali e scrivere sulla chat di cazzeggio & supporto morale che al momento è una delle nostre riserve di ossigeno. In questo mix di compulsione, maluchiffare e raggia ho recuperato un’attività ricreativa che non svolgevo da anni: gli aggaddi su Facebook. Era forse dal 2009 che non mi infiammavo per le baggianate lette sui social: anche perché, lavorando come social media blabla da dieci anni, leggo ogni giorno intere lenzuolate di stupidaggini, e ormai sono abbastanza corazzata. Però.

Però, ecco, se c’è una cosa che non sopporto, che non capisco e che forse mai capirò, è il voler fare per forza ironia su tutto. Chi è stato il primo ad aver diffuso l’assurda idea che su tutto si possa ridere? Che ogni argomento meriti una battuta? Un paio di giorni fa mi sono impelagata in una assurda discussione sul fatto che fosse o meno moralmente eccepibile dare a qualcuno dell’handicappato come parola d’offesa: e ovviamente la risposta è stata che, suvvia, dobbiamo farci una risata. Ma io per ora sono poco propensa alle risate, e in generale non penso che dare a qualcuno del disabile faccia ridere, e quindi bon, avanti il prossimo. Oggi, in una discussione dedicata alla benedizione del Papa Urbi et Orbi, qualcuno ha fatto una goffa battuta sul fatto che, dopo l’Estrema unzione, ci si sentirà meglio. Ed io, che sono una persona poco ironica, non ho avuto l’istinto di farmi una risata: ma ho pensato a quando mia nonna stava molto male, e abbiamo cercato disperatamente per un intero pomeriggio un prete che le potesse somministrare l’Unzione degli infermi, ed eravamo nella Settimana Santa e il prete non è potuto venire e mio nonno gridava al telefono e poi si è messo a piangere; e sicuramente chi ha fatto quella battuta non poteva saperlo: però il punto non è questo. Il punto non è che io, che ho vissuto questa esperienza, trovo fuori luogo questa battuta: è che la battuta è fuori luogo, e dovrebbe esserlo per chiunque.

Ecco, io quelli che pensano di essere molto simpatici e arguti facendo battute su argomenti che possono collidere con la sensibilità altrui di solito li affronto alzando le spalle e dicendo vabbe’: ma ora, che sono infastidita e di pessimo umore, sono pericolosamente portata al mandare a stendere chiunque mi capiti a tiro. Però mi chiedo, al netto del mio carattere malmostoso: davvero c’è qualcuno che trova sensato fare una (brutta) battuta su disabilità, malattie e morte? E smettiamola di crearci l’alibi dell’ironia: la frase “dopo quanti video su Tik Tok sei ufficialmente handicappato?” non è ironica, è solo stupida, offensiva, aggressiva, discriminante, fascista. Non è diversa dal dare a qualcuno del neg*o o del fr*cio. È, nella migliore delle ipotesi, un modo per manifestare la propria pochezza.

Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”: ecco, in tempi faticosi, di quarantena, di paura, di conteggio quotidiano dei morti, forse sarebbe il caso di riflettere, prima di parlare a schiovere.

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Una topolina grigia nella nostra vita.

Per Natale ho ricevuto il regalo che più desideravo in assoluto: una meravigliosa criceta di nome Anastasia Steele, detta Ana, #cinquantasfumatureditopo, affettuosamente chiamata Topola. È grigia, ovviamente: una manopolina di pelo dalla pancina candida che stazza quaranta grammi a dir tanto, col nasino rosa e due robusti dentini con cui ama mozzicarci le dita. Ha tre mesi circa, Topola, e ha passato i primi venti giorni a casa nostra da reclusa, ché Ste l’aveva presa in negozio ben prima di Natale e ha pensato bene di occultarla in una stanza che mi è stata interdetta per settimane. La maggior parte delle persone che ci conoscono sapeva dell’esistenza di Ana ben prima di me: lo sapeva Mirella, lo sapeva la Fra’, lo sapevano Massi e Ale, che sono stati prontamente eletti a esperti-di-roditori di fiducia e che venivano subissati di foto e video della piccola; lo sapevano i genitori di Ste, e anche i miei, a cui lo aveva detto Stella, la ragazza che ci aiuta con le pulizie e che aveva misteriosamente comunicato a mia madre Hanno scatola piuttosto grande, e dentro c’è topo. Io avrei potuto intuire l’esistenza di un criceto sotto il nostro tetto, ma ho scelto di non sbirciare, non fare caso ai rumori, non provare a indovinare: volevo che fosse una sorpresa, e accidenti se lo è stata.

Come dovrebbe essere la regola per i criceti domestici, Ana vive in una gabbia parecchio grande e articolata: meglio, in un sistema di gabbie che abbiamo acquistato e poi collegato con appositi tubi di plastica modulari, in un pomeriggio di ansia e panico in cui Ste teneva la topolina in mano, facendosi rosicchiare i polsini del maglione e cercando di evitare di farla fuggire dietro la libreria, mentre io mi sforzavo di incastrare i cilindretti trasparenti in modo da rendere pratico e intuitivo il passaggio tra le gabbie. Di fatto, Ana ha a disposizione il corrispettivo murino di una villa hollywoodiana, da cui detesta essere tirata fuori: e dato che ha prontamente intuito che prelevarla da Gabbia 3 è scomodo e che di solito riesce a nascondersi abbastanza bene tra i trucioli che ricoprono il pavimento del cubicolo, ha imparato a lanciarsi in picchiata giù per il tubo che collega Gabbia 2 e Gabbia 3 non appena mi sente avvicinare. Quando arriva giù e mi guarda con aria trionfante, sono sicura di sentirle mormorare Tana liberi tutti, ma forse è la mia immaginazione.

Come tutti i criceti, Topola è curiosa e attenta, dorme per buona parte della giornata e corre sulle ruote – ne ha tre, più una speciale, sferica, sul tetto di Gabbia 1 – dalle 22 alle 8 del mattino; riesce a stare lontana dalla nostra vista, nascosta nella sua casetta-rifugio, anche per dieci ore di seguito, ma basta avvicinarsi con la scatola del cibo per vederla comparire, intenta a sbadigliare e stiracchiarsi. Si spaventa dei rumori forti, detesta che le si tocchi il dorso ed ha una spiccata predilezione per le arachidi, che seleziona accuratamente dalla pappa a base di semi misti che le propiniamo; non ama – e scarta regolarmente – i semi di segale, forse pensando che alla fine, per non buttarli via, li mangerò io. Per stimolare la sua abilità, abbiamo inserito nella gabbia delle scalette di legno: e Ana, che sicuramente non iscriveremo al corso avanzato di informatica, non ha ancora capito come utilizzarle, per cui si sforza di arrampicarsi sul lato della scala, perfettamente verticale e per lei piuttosto alto, invece di utilizzare il declivio. È buffa e tenera, va pazza per i pezzetti di mela, ha un pelo sofficissimo e delle zampine piccine con cui, quando vuole (ovvero molto raramente) mi sale delicatamente sulla mano. Sono letteralmente pazza di lei.

Una settimana fa ho raccontato a Mohamed della nostra criceta; è stato molto contento, ha annuito più volte e chiesto di vedere foto e video, lui ama tutti gli animali di un amore sviscerato e assoluto. Poi ci ha chiesto il nome, noi abbiamo esclamato in coro Anastasia!, e lui ha fatto una faccia perplessa e ha detto Bah. Secondo lui non è un nome tipicamente da topolina. Sarà.

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