Se non ti cerco io.

Disgraziata, se non ti cerco io!, mi ha gridato oggi al telefono Mohamed: e rideva forte e, ne sono sicura, si dava pacche sulle gambe, perché lui, quando è contento, ride e si dà pacche sulle gambe e poi finge di dare un pugno sul braccio alla persona alla sua destra, e spesso la colpisce con più veemenza del necessario e le fa anche male.

Stelluccia, se non ti cerco io!, ha urlato, ed era contento, oggi, Mohamed: perché finalmente ha di nuovo un telefono, anche se è un vecchissimo modello azzurro a conchiglia, di quelli con i tasti grossi e lo schermo piccolo in cui non si possono tenere in memoria più di dieci o quindici messaggini, ma tanto a lui non importa perché i messaggi non li sa mandare, anche se ho cercato di insegnarglielo molte volte. Era contento, Mohamed, e mi ha raccontato che suo fratello gli ha telefonato dall’Iran e sono stati a parlare per più di due ore, Ma non posso dirti quello che ci siamo detti, sono cose nostre.

Se non ti cerco io!, mi ha ripetuto, e ha ragione: perché per ora lavoro molto e mi sento sempre stanca e ho poco tempo, e quindi non ci vediamo da un po’; ma Mohamed, che ha capito che il senso di colpa con me non fa il suo dovere e mi rende invece astiosa e scostante, invece di rinfacciarmi assenze e disattenzioni mi ha telefonato per fare due chiacchiere e raccontarmi che domani gli daranno il passaporto nuovo, e Che me ne farò di tutti questi documenti?, ha biascicato, perché sicuramente aveva la sigaretta tra le labbra; Che ci devo fare, eh, col passaporto? Mica voglio partire, diceva, ed era incredulo per lo spreco, ma anche un po’ compiaciuto, perché a lui un tempo piaceva molto viaggiare, e adesso gli piace molto raccontare i suoi viaggi, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, la Germania dove non capiva nulla di quello che gli dicevano, e la Jugoslavia con le colline e i paesini, e il Mar Caspio e l’Adriatico e poi il Tirreno, lui ama il mare.

Se non ti cercassi io chissà se ti ricorderesti di me, ha detto Mohamed: perché lui parla un italiano bizzarro in cui non ci sono gli articoli determinativi e le preposizioni articolate ma ci sono il periodo ipotetico e la consecutio temporum. Dovresti portarmi una nuova rubrica telefonica, mi ha detto qualche giorno fa: e oggi me lo ha ribadito, Perché quella che mi avevi regalato non ce l’ho più da quando mi hanno saccheggiato la tenda, ha concluso: e io ho riso e gli ho detto che non sentivo parlare di saccheggi da quando non leggevo dei Lanzichenecchi sul sussidiario di scuola.

Se non ti cerco io, ha detto Mohamed con tono pensoso, ma poi ha sorriso nel suo modo sghembo e Sono felice che l’altra volta mi hai portato la mamma, è stato un onore per me, ha confessato: e mia madre, che era seduta accanto a me in macchina, ha sentito e ha gridato Anche io sono stata felice di vederti, Mo, e lui gridava che accidenti se era felice lui, e mia madre ripeteva che era più felice lei, e in questo loop di felicità gridate attraverso le mie orecchie ho pensato che avremmo potuto rimanere incastrati per sempre.

Devo andare, Moha, ma vengo presto a trovarti, ho concluso: e lui mi ha detto Che bello, grazie, ho proprio voglia di vederti, e anche io, in quel momento, sono stata felice.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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Amicizia.

Quando ho conosciuto Ste, una lenzuolata di anni fa, proprio una delle primissime volte in cui siamo uscite insieme, mentre camminavamo per le strade del centro su un marciapiede pieno di erbacce, lei mi ha detto Sai che c’è una mia amica che è andata a Sarabanda? Stasera trasmettono la puntata in tv. Sarabanda era un programma di intrattenimento dedicato alla musica, lo facevano credo su Italia 1: ci andavano persone in grado di riconoscere brani di canzoni minori dei Cugini di campagna solo con una o due note e le domande riguardavano sempre cantanti che io non avevo mai sentito nominare; inspiegabilmente, però, lo seguivo con bovina acriticità quasi ogni sera: e ovviamente l’ho guardato anche quella sera in cui mi era stato detto che ci sarebbe stata un’amica di Ste: e quindi la mia amicizia con Mirella è iniziata in una maniera bislacca, attraverso uno schermo tv, mentre io mangiavo la mia frittata per cena e lei berciava contro Enrico Papi. Molti anni dopo, anche se adesso non va più in televisione, Mirella è ancora mia amica: e io ne sono molto felice.

In questi anni è stata una presenza costante nella mia vita; ha subìto migliaia di ore di miei malumori e rummuliamenti e lamentele su argomenti svariati, il lavoro e i genitori e Nando che non sta bene e devo perdere due chili e non mi piace questa cheesecake, e si è congelata il culo accanto a me, quando Mohamed cercava di chiamare la sua famiglia in Iran e la app che stavamo usando non prendeva bene. È stata con noi in una stanza di ospedale, con una chitarra in spalla, e a un concerto di capodanno, sotto il diluvio, con un ombrello in mano, in una straniante piazza di Ragusa. Ha raccolto migliaia di ore di confidenze ed è riuscita a non farmi sentire mai giudicata: che, con una persona paranoica come me, è impresa non da poco. È stata con noi al mare, sulla cima dell’Etna mentre nevicava e c’era una nebbia terribile, in giro per Palermo sotto il sole violento di agosto, tra le stradine di Cefalù con la sabbia nelle scarpe. Ha sopportato le mie rimostranze sulla sua lontananza, i sensi di colpa variamente instillati ogni volta che mi sentivo trascurata, i musi perché Scusa sai ma sabato devo lavorare e non scendo. Ha visto me e Ste litigare e fare pace, ci ha viste crescere, singolarmente e come coppia. C’è stata, semplicemente, sempre.

Lo scorso mese è stato parecchio faticoso. Ero in ansia – cioè, ero più in ansia del solito, perché io ho sempre un sottile filo di ansia che mi scorre silenzioso sotto pelle – perché aspettavamo una risposta, una risposta importante che avrebbe potuto cambiare le nostre vite. Quando sono in ansia divento ancora più scostante e fastidiosa: vorrei essere accudita e contenuta e pensata indefessamente, mentre io, forte del mio malocarattere ormai connaturato, rispondo a monosillabi o alzo le spalle o ripeto ossessivamente la stessa frase. In questo mese di ansia, lei c’era: da lontano, per messaggio, mi ha tenuto la mano, ha opposto ragioni scientifiche al mio pessimismo cosmico, ha compreso e sostenuto e seguito e aiutato. E ora che tutto è a posto e io sono molto felice, sempre in ansia, sia chiaro, ma felice, questo post è solo un modo per dirle grazie (e anche in bocca al lupo, perché sta iniziando un progetto molto bello e io, anche se storco il naso per tigna e perché la terrà lontana da me, le auguro che sia zeppo di allegria e soddisfazioni).

[In questo periodo difficile, insieme a Mirella che si è beccata i miei malumori anche dal vivo, Massi e Ale sono stati presenti e attenti e caldi e coccolosi come solo loro sanno fare, anche con mezza penisola italiana a separarci. E il fatto che Mirella, Ale e Massi grazie a noi si siano conosciuti e subito piaciuti è per me motivo di grande gioia, e di un pizzico di orgoglio, perché ecco, che si sappia, sono amici miei].

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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Solitudine.

Qual è il momento in cui ti senti più solo?

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Ah, ok.

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Io sto peggio.

È quando non hai nessuno con cui scendere a prendere il caffè, e allora non scendi, ché un caffè in silenzio non ne vale proprio la pena.

È quando gli amici ti mandano un whatsapp per il compleanno, e quel whatsapp dice solo Auguri, buon compleanno.

È quando la conversazione telefonica più lunga e appagante delle ultime settimane è quella con un senzatetto iraniano ansiogeno e malmostoso.

È quando non hai nessuno con cui condividere una bella notizia, allora la dici al barista e lui risponde Il caffè lo vuole macchiato, giusto?

È quando non hai nessuno con cui condividere una brutta notizia, e allora lasci che cresca in silenzio dentro di te e ti devasti.

È quando a furia di non avere interlocutori smetti di parlare.

È quando ti viene un’idea bellissima su una cosa da fare, e poi pensi che ti secca farla da solo e quindi pace.

È quando dormi sotto gli alberi con un gatto sulla pancia, perché il clamore mediatico è passato e a nessuno importa più nulla di dove trascorri la notte.

È quando sono le cinque del mattino e inizia ad albeggiare e per strada non si vede nessuno.

È quando non scendi dalla macchina anche se hai trovato posto, perché non hai fretta di arrivare.

È quando cammini su una spiaggia e non si vede nessuno per molte centinaia di metri.

È quando sono le tre di pomeriggio di luglio e il condominio è vuoto.

È quando qualcuno visualizza e non risponde per molti giorni di seguito.

È quando qualcuno ti dice che farà una cosa per te e non la fa, e se glielo chiedi accampa scuse creative e comunque non la fa.

È quando ti promettono di regalarti un camper e non te lo regalano.

È quando ti dicono cosa mangiare, come vestirti, quando farti la doccia.

È quando ti dicono di non bere mentre sorseggiano una birra.

È quando alzano le spalle.

È quando hanno troppo da fare.

È quando tutti intorno a te continuano a chiedere qualcosa, e quella cosa non è mai Tu come stai?

È quando una nave affonda e qualcuno commenta Colpa loro che ci sono saliti.

È quando tutti parlano una lingua e tu non la capisci.

È quando stai leggendo un libro che non ti piace.

È quando hai molta fame e sai che avrai riunione in un bar e ti aspetti un dolcino e nessuno ti offre nulla, e torni a casa con la fame.

È quando nessuno ascolta le tue ragioni.

È quando compri un mazzo di tenerumi per cena e li cucini e vengono male e non avevi previsto un piano b.

È quando aspetti una risposta per moltissimo tempo e la persona che doveva dartela neanche se lo ricorda più.

È quando hai l’ansia e nessuno ti abbraccia.

È quando chiedi un regalo a un’amica, che non le costerebbe niente se non un po’ del suo tempo, e ti dice che lo farà e non lo fa.

È quando non sai cosa dire e passi una serata a fare smorfie a una bambina di un anno per non fare sentire agli altri il tuo silenzio.

È quando continui a pensare che magari oggi sarà diverso, e invece.

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Quarantasette domande (più una) sull’amicizia.

Cosa significa, per voi, essere amici? E cosa significa avere amici?

Pensate di essere dei buoni amici, per i vostri amici? E di avere dei buoni amici? Sentite di poter contare su di loro, di avere uno spazio definito nelle loro vite, di avere diritto al loro sostegno e affetto incondizionato?

Quanti amici avete? Fate parte di una comitiva numerosa, tipo quelle dei paninari anni Ottanta che passavano le serate seduti sui sellini dei motorini in attesa di decidere dove passare la serata, o avete tre-quattro amici, intimi e fidati, con cui trascorrete i pomeriggi da quando andavate all’asilo?

I vostri amici sono vostri, o sono amici del vostro partner? O sono amici di entrambi, in egual maniera? Prendono mai posizione, se voi o il partner siete in disaccordo? Li coinvolgete nelle vostre faccende di coppia?

Vedete mai i vostri amici da soli, o li frequentate sempre in gruppo? Preferite serate uno-a-uno a base di pizza e confessioni scottanti, o non uscite mai se non siete almeno in quattro o cinque?

Quanta importanza date al tempo trascorso insieme? Siete fautori del tempo-di-qualità, o pensate che ci sia un monte-ore mensile sotto cui l’amicizia si degrada automaticamente a banale conoscenza?

Quanto pesa la lontananza? Se un amico si trasferisce a più di un’ora di auto da voi sentite che il vostro rapporto sta cambiando? Riuscite ad essere vicini, col cuore e i pensieri, a un amico lontano? Vi è mai capitato di sentirvi più vicini all’amico che vedete due volte all’anno piuttosto che a quello che abita all’angolo della vostra strada?

Siete in grado di godere della felicità dei vostri amici? O provate, nel profondo, una sensazione di fastidio e una punta di invidia per le loro gioie? Vi siete mai commossi sapendo che un vostro amico si sposerà, o aspetta un bambino, o ha terminato un faticoso periodo di terapie e adesso è ufficialmente in remissione?

Riuscite a empatizzare con la tristezza e lo sconforto dei vostri amici? O vi sentite ingiustamente appesantiti dal malumore altrui e tendete a svicolare e a riappalesarvi quando l’amico avrà recuperato il suo buon umore?

Se un amico sta male, cosa fate? Gli parlate, lo ascoltate, lo lasciate stare? Sapete essere insistenti senza essere asfissianti? O preferite lasciare all’amico la scelta sul parlare o meno? E, in questo caso, non temete di passare per disinteressati?

Riuscite a non giudicare un amico? O a giudicarlo senza farlo sentire giudicato? Siete sicuri che i vostri amici vi vadano bene così come sono, o pensate di essere in dovere di cambiarli? Accettate che un amico sia troppo grasso, o troppo magro, o fumi troppo, o lavori poco? Date consigli non richiesti? E se ve li chiedono, li date? E se ve ne danno, li accettate? E li seguite?

Se un amico sbaglia, che fate? Glielo dite, o preferite nicchiare? Scegliete il quieto vivere o andate allo scontro? Pensate che sia meglio dare agli altri il tempo di comprendere i propri errori, o guidarli a riconoscere le proprie mancanze?

Vi arrabbiate mai, con i vostri amici? E se succede, che fate? Masticate la vostra rabbia in silenzio, o parlate chiaro? Pensate che sia meglio affrontare i problemi o aspettare che le cose si risolvano da sole col tempo?

Siete felici con i vostri amici? Siete felici dei vostri amici? Al di là dei vostri amici, siete felici?

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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