Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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Solitudine.

Qual è il momento in cui ti senti più solo?

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Ah, ok.

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Io sto peggio.

È quando non hai nessuno con cui scendere a prendere il caffè, e allora non scendi, ché un caffè in silenzio non ne vale proprio la pena.

È quando gli amici ti mandano un whatsapp per il compleanno, e quel whatsapp dice solo Auguri, buon compleanno.

È quando la conversazione telefonica più lunga e appagante delle ultime settimane è quella con un senzatetto iraniano ansiogeno e malmostoso.

È quando non hai nessuno con cui condividere una bella notizia, allora la dici al barista e lui risponde Il caffè lo vuole macchiato, giusto?

È quando non hai nessuno con cui condividere una brutta notizia, e allora lasci che cresca in silenzio dentro di te e ti devasti.

È quando a furia di non avere interlocutori smetti di parlare.

È quando ti viene un’idea bellissima su una cosa da fare, e poi pensi che ti secca farla da solo e quindi pace.

È quando dormi sotto gli alberi con un gatto sulla pancia, perché il clamore mediatico è passato e a nessuno importa più nulla di dove trascorri la notte.

È quando sono le cinque del mattino e inizia ad albeggiare e per strada non si vede nessuno.

È quando non scendi dalla macchina anche se hai trovato posto, perché non hai fretta di arrivare.

È quando cammini su una spiaggia e non si vede nessuno per molte centinaia di metri.

È quando sono le tre di pomeriggio di luglio e il condominio è vuoto.

È quando qualcuno visualizza e non risponde per molti giorni di seguito.

È quando qualcuno ti dice che farà una cosa per te e non la fa, e se glielo chiedi accampa scuse creative e comunque non la fa.

È quando ti promettono di regalarti un camper e non te lo regalano.

È quando ti dicono cosa mangiare, come vestirti, quando farti la doccia.

È quando ti dicono di non bere mentre sorseggiano una birra.

È quando alzano le spalle.

È quando hanno troppo da fare.

È quando tutti intorno a te continuano a chiedere qualcosa, e quella cosa non è mai Tu come stai?

È quando una nave affonda e qualcuno commenta Colpa loro che ci sono saliti.

È quando tutti parlano una lingua e tu non la capisci.

È quando stai leggendo un libro che non ti piace.

È quando hai molta fame e sai che avrai riunione in un bar e ti aspetti un dolcino e nessuno ti offre nulla, e torni a casa con la fame.

È quando nessuno ascolta le tue ragioni.

È quando compri un mazzo di tenerumi per cena e li cucini e vengono male e non avevi previsto un piano b.

È quando aspetti una risposta per moltissimo tempo e la persona che doveva dartela neanche se lo ricorda più.

È quando hai l’ansia e nessuno ti abbraccia.

È quando chiedi un regalo a un’amica, che non le costerebbe niente se non un po’ del suo tempo, e ti dice che lo farà e non lo fa.

È quando non sai cosa dire e passi una serata a fare smorfie a una bambina di un anno per non fare sentire agli altri il tuo silenzio.

È quando continui a pensare che magari oggi sarà diverso, e invece.

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Quarantasette domande (più una) sull’amicizia.

Cosa significa, per voi, essere amici? E cosa significa avere amici?

Pensate di essere dei buoni amici, per i vostri amici? E di avere dei buoni amici? Sentite di poter contare su di loro, di avere uno spazio definito nelle loro vite, di avere diritto al loro sostegno e affetto incondizionato?

Quanti amici avete? Fate parte di una comitiva numerosa, tipo quelle dei paninari anni Ottanta che passavano le serate seduti sui sellini dei motorini in attesa di decidere dove passare la serata, o avete tre-quattro amici, intimi e fidati, con cui trascorrete i pomeriggi da quando andavate all’asilo?

I vostri amici sono vostri, o sono amici del vostro partner? O sono amici di entrambi, in egual maniera? Prendono mai posizione, se voi o il partner siete in disaccordo? Li coinvolgete nelle vostre faccende di coppia?

Vedete mai i vostri amici da soli, o li frequentate sempre in gruppo? Preferite serate uno-a-uno a base di pizza e confessioni scottanti, o non uscite mai se non siete almeno in quattro o cinque?

Quanta importanza date al tempo trascorso insieme? Siete fautori del tempo-di-qualità, o pensate che ci sia un monte-ore mensile sotto cui l’amicizia si degrada automaticamente a banale conoscenza?

Quanto pesa la lontananza? Se un amico si trasferisce a più di un’ora di auto da voi sentite che il vostro rapporto sta cambiando? Riuscite ad essere vicini, col cuore e i pensieri, a un amico lontano? Vi è mai capitato di sentirvi più vicini all’amico che vedete due volte all’anno piuttosto che a quello che abita all’angolo della vostra strada?

Siete in grado di godere della felicità dei vostri amici? O provate, nel profondo, una sensazione di fastidio e una punta di invidia per le loro gioie? Vi siete mai commossi sapendo che un vostro amico si sposerà, o aspetta un bambino, o ha terminato un faticoso periodo di terapie e adesso è ufficialmente in remissione?

Riuscite a empatizzare con la tristezza e lo sconforto dei vostri amici? O vi sentite ingiustamente appesantiti dal malumore altrui e tendete a svicolare e a riappalesarvi quando l’amico avrà recuperato il suo buon umore?

Se un amico sta male, cosa fate? Gli parlate, lo ascoltate, lo lasciate stare? Sapete essere insistenti senza essere asfissianti? O preferite lasciare all’amico la scelta sul parlare o meno? E, in questo caso, non temete di passare per disinteressati?

Riuscite a non giudicare un amico? O a giudicarlo senza farlo sentire giudicato? Siete sicuri che i vostri amici vi vadano bene così come sono, o pensate di essere in dovere di cambiarli? Accettate che un amico sia troppo grasso, o troppo magro, o fumi troppo, o lavori poco? Date consigli non richiesti? E se ve li chiedono, li date? E se ve ne danno, li accettate? E li seguite?

Se un amico sbaglia, che fate? Glielo dite, o preferite nicchiare? Scegliete il quieto vivere o andate allo scontro? Pensate che sia meglio dare agli altri il tempo di comprendere i propri errori, o guidarli a riconoscere le proprie mancanze?

Vi arrabbiate mai, con i vostri amici? E se succede, che fate? Masticate la vostra rabbia in silenzio, o parlate chiaro? Pensate che sia meglio affrontare i problemi o aspettare che le cose si risolvano da sole col tempo?

Siete felici con i vostri amici? Siete felici dei vostri amici? Al di là dei vostri amici, siete felici?

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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Abitudini.

Penso di essere la persona più abitudinaria e metodica sulla faccia della Terra.

Faccio la spesa ogni lunedì, costringendo Ste a scegliere il menu dell’intera settimana per comprare solo l’esatta quantità di cibo che consumeremo: e mi confondo e agito quando qualcuno ci invita a cena senza preavviso, o devo restare a pranzo in ufficio, o mia madre ci dà un gateau di patate con prosciutto e scamorza affumicata e devo posticipare il risotto o il petto di pollo che avevo previsto per quella sera.

Ogni mattina, prima di uscire bevo il caffè e inzuppo due biscotti e mezzo: non due, non tre o quattro, ma due e mezzo. Ogni mattina, appena arrivata in ufficio, mangio il mio pacchetto di insipidi crackers integrali, e a mezzogiorno, quando le campane della chiesa di San Francesco d’Assisi suonano, scendo con collegasimpatica e collegacanealpha a prendere un macchiato al vetro: e, dato che non ho mai preso altro in tutti questi anni, il barista lo sa e mette il piattino e il bicchiere d’acqua sul bancone prima che apra bocca.

Ogni mercoledì e sabato annaffio le piante, ma solo d’inverno: in primavera e in estate e in autunno le annaffio ogni giorno, prima di uscire per andare al lavoro; le annaffio sempre, anche se sono in ritardo, o se devo uscire molto presto, o se c’è una sciroccata violenta e il vento bollente asciugherà la terra prima ancora che io abbia posato l’annaffiatoio arancione sotto il lavello della cucina.

Ogni mattina, in macchina, ascolto musica: e la ascolto quasi solo in quel momento, la mattina mentre guido, e poi la sera mentre pulisco la cucina. Nel resto della giornata non la ascolto quasi mai.

Ogni giorno, prima di alzarmi dal letto, controllo lo smartphone: scorro le email, le chat di whatsapp, le notifiche su Facebook. Un tempo, mandavo un messaggio di buongiorno alla Mate: e da due mesi non lo mando più, e questo mi dà un senso di incompiuto, di strappo, di mancanza. Adesso, invece, scrivo alla responsabile del dormitorio dove passa la notte Mohamed, per chiedere se ha dormito bene, se si è svegliato di buon umore, se è già andato via, con la borsa della spesa che contiene tutte le sue cose su una spalla, il telefonino in tasca, una cicca spenta tra le labbra e il suo broncio perenne.

Ogni sera, prima di andare a letto, verifico di aver chiuso la porta di casa: e, anche se controllo ogni sera, spesso Ste mi chiede se l’ho chiusa, e allora mi viene il dubbio di non averlo fatto, e quindi mi alzo e vado a controllare di nuovo.

Ogni sabato mangio la pizza: ed è sempre una margherita, e la prendo sempre da Peco’s, e Ste prende sempre una romana, e un po’ ci rimango male quando vado a pagare e mi chiedono cosa desidero, perché chiedo una margherita e una romana e una bottiglietta di cocacola da parecchi mesi, ogni sabato.

Ogni domenica ci alziamo tardi, e io metto la sveglia presto per poter leggere a letto: e poi andiamo a fare una passeggiata in centro e mangiamo un panino fuori, e io prendo sempre un panino con la bresaola. Solo una volta, molti anni fa, amicastorica mi ha detto di non prendere il solito panino con la bresaola, e ne ho preso uno con gorgonzola e prosciutto crudo, e ancora adesso me ne pento.

Ogni volta che andiamo al cinema, posteggio la macchina nella stradina adiacente, e poi all’intervallo prendo un Magnum bianco: ed è l’unica volta in cui mangio il gelato, ché di solito non lo prendo mai.

Ogni volta che andiamo a prendere qualcosa dopo cena, prendo un tè verde al gelsomino: e, anche se so che poi dormirò male, bevo tutto il tè che c’è nella teiera, e ne vorrei ancora.

Ogni notte, prima di addormentarmi, leggo un po’: anche se è capodanno e sono le tre passate e sto cascando dal sonno, leggo almeno due righe, altrimenti so che non mi addormenterò.

Ogni mattina, quando mi sveglio, mi sento molto stanca, e insieme molto felice: perché Ste è lì, e il suo respiro regolare è dolce e tiepido, e io ancora non mi capacito che sia tutto vero.

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Ansie.

Due settimane fa ero preoccupata per Mohamed: perché Piccolo stava male, perché l’inverno sembrava non finire mai, perché il freddo e il buio e la tristezza e i ricordi lo tormentavano, perché il pacco di dolciumi e verdure disidratate e borsette di stoffa mandato da suo fratello languiva nella cantina dei miei genitori, perché Mohamed non aveva tempo e voglia di smontare scatole e scatolette, porzionare i dolci, spiegarmi come cucinare gli ortaggi. Ero preoccupata per il vento, per i cani nelle loro cucce sotto la pioggia, per suor Elena che non voleva caricargli il telefonino, per la mancanza di ricezione della wind nella zona del camper. Ecco, adesso buona parte di questi crucci ha perso consistenza: perché, ormai da quasi due settimane, non esiste più il camper, né il compound in cui Mohamed viveva; non c’è più la cuccia di Nocciolino, non c’è la lampadina a led né la radiolina, non ci sono le sedie e nemmeno la coperta rossa regalata da Serena in un giorno di gran freddo. Non ci sono le ciabatte spaiate, e neanche il taccuino con i numeri di telefono di amici e parenti, e il rasoio elettrico che avevo ricaricato da poco, e le latte di cibo per cani, e lo specchietto di mia madre, e il berretto di pile che gli avevamo regalato per Natale: è bruciato tutto. Era un lunedì, Ste ed io stavamo tornando a casa con i sacchi della spesa, io agognavo un caffè e due biscotti, quando una mia vecchia conoscente, amica di Mohamed, mi ha chiamata. Mi ha detto solo il camper è in fiamme e lui non risponde al telefono, e io ero già fuori, in ascensore e poi in macchina accanto a mio padre, con le mani che tremavano e un senso di nausea profondo e la bocca secca e il cervello offuscato, ottuso. Ci ho messo più di mezz’ora ad arrivare, ché il camper stava all’altro capo della città: e per fortuna a un certo punto Mohamed ha risposto alle mie chiamate, e io non sapevo che dire e alla sua voce sconvolta e irriconoscibile ho detto solo sei tu?, sei vivo?, e lui mi ha risposto sì, almeno questo sì, sono vivo. Poi sono arrivata lì, ed è stata una serata orribile, tra l’odore acre dell’incendio e la preoccupazione per i gatti che non si trovavano, scappati chissà dove per la paura delle fiamme e delle sirene dei pompieri; c’era un freddo terribile, diluviava, e tutti i cani erano tornati ma Piccolo mancava all’appello, ed eravamo convinti che fosse morto, schiantato dalla paura e dalla fatica di scappare, e lo abbiamo trovato solo ore dopo, in mezzo a un mucchio di foglie secche, stanco e ansimante ma vivo. È stata una delle serate più faticose e tristi e angoscianti della mia vita: e gli occhi arrossati di Mohamed, le sue mani nere di fumo, le guance che iniziavano a mostrare i segni delle ustioni mi hanno sconvolta e avvilita e riempita di un’ansia che ha impiegato giorni a calare, lentamente come una marea.

Adesso, quasi due settimane dopo, i problemi pratici abbondano, Mohamed non ha più una casa, deve rimettere insieme i cocci della sua vita: e sta provando a farlo, con testardaggine e impegno e quella vena di folle ottimismo che lo contraddistinguono. E io, una volta di più, osservo da un punto di vista provilegiato la sua vita e cerco di capire come supportarlo senza assillarlo, come stargli accanto senza intralciarlo, come donargli affetto senza fargli credere di dovermi dare qualcosa in cambio. E non è facile, accidenti, non lo è affatto.

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Buon compleanno, Mohamed.

Dopo giorni di patemi e frenetiche consultazioni sul web, mentre Mohamed oscillava tra lo scetticismo pessimista e l’insensata fiducia nei miei mezzi tecnologici e mi assillava con dozzine di telefonate bofonchianti e recriminanti e piagnucolanti, la famiglia di Mohamed ed io abbiamo trovato un modo per comunicare; grazie ad app di messaggistica di cui sconoscevo l’esistenza siamo riusciti a mettere a punto un sistema che comprende brevi messaggi di testo nel mio stentato inglese per prendere un appuntamento e poi una raffica di videochiamate in cui Mohamed, ciabattando avanti e indietro sul marciapiede davanti al camper, strilla in farsi allo schermo del mio smartphone.

Più o meno una volta ogni dieci giorni Mohamed mi chiama al telefono, di solito di mattina; mi chiama al telefono anche se ci siamo visti il giorno prima, perché di queste cose preferisce non parlare di persona, chissà perché. Dopo qualche minuto di convenevoli, in cui di solito si preoccupa per la mia tosse, mi incita a non prendere freddo e a non lavorare troppo e cerca di instillarmi senso di colpa, Mohamed mi comunica che vorrebbe chiamare suo padre. Solitamente ci accordiamo per il giorno dopo, e io scrivo a suo fratello in Iran e a suo nipote in Canada e cerco di trovare una fascia oraria che vada bene per entrambi, in modo da sentire tutti contestualmente. Il giorno stabilito, arrivo da lui per tempo, con il powerbank carico e un paio di cuffiette che tento senza successo di convincerlo a indossare. Arrivo da lui, dunque, e Mohamed inizia a prendere tempo; vuole bere, e poi vuole farsi un tabacco, e deve dare da mangiare ai gatti o raccontarmi una cosa importantissima di quella volta in cui era in Iraq o forse in Turchia o aspetta, no, in Germania. Non vuole chiamare dal camper, ma fuori c’è vento e rumore, e nella mia macchina sta scomodo, e se si avvicina all’angolo della strada c’è poco campo, ma dall’altra parte c’è troppa gente. Alla fine, di solito, mi stanco e chiamo io: e appare il faccione ridanciano di suo fratello Amin, e io dico Salam che è una delle dieci parole che so dire in farsi e poi gli passo Mohamed, che all’inizio si lamenta perché non era pronto ma poi, appena prende in mano il telefono, subito urla e ride tantissimo. La videochiamata dura di solito molto: un’ora almeno, con sette-otto interruzioni per la linea che cade e l’audio troppo basso, e loro ovviamente parlano in farsi, ma Mohamed vuole che io stia lì, a dieci centimetri dalla sua faccia, perché ha paura che il telefono si blocchi e gli viene il panico all’idea. Per cui io guardo lo schermo, vedo suo fratello, sua nipote, sua cognata, suo padre, anziano e provato, e non capisco una parola: e Mohamed di solito si scorda del fatto che io non capisco una parola, e tra scroscianti risate mi dà di gomito e mi dice hai sentito che ha detto Farnaz?, e io per sentire ho sentito, ma non ho capito niente. O meglio, a volte qualcosa capisco: per esempio, l’altra volta ho capito che dicevano Maria non capisce il farsi, e io ho risposto che davvero non capivo, ma l’ho detto in italiano e loro non hanno capito me. Può essere parecchio frustrante, ma anche vagamente esilarante. Ste di solito si scoccia abbastanza presto e se ne va a comprare le sigarette.

È abbastanza bizzarro e stancante, chiamare la famiglia di Mohamed, e lui di solito dopo la telefonata è di cattivo umore perché suo padre parla troppo piano e lui non lo sente e gli sembra sempre che sia lì lì per trapassare e quando vede il suo viso smagrito gli si riempiono gli occhi di lacrime, e poi perché suo fratello gli ha comunicato qualche cattiva notizia, o semplicemente gli è venuta nostaglia di casa, di loro tutti insieme, seduti in fila sul divano, che scherzano e mangiano qualcosa di buono, ma tant’è: domani è il compleanno di Mohamed, e lui mi ha chiesto di chiamare casa. Così io sarò lì alle 17:30, con Ste e una torta al cioccolato e le candeline, e poi grideremo e sghignazzeremo con i suoi parenti e io cercherò di dirgli che suo padre mi sembra che stia ancora bene, come l’altra volta, e lui non sarà affatto convinto, ma.

Buon compleanno, Mohamed: spero che il prossimo anno ti porti moltissime risate, tanto affetto che ti scaldi il cuore, giorni sereni e notti piene di stelle, e il peso dolce e struggente dei tuoi animali addosso. Tante melanzane fritte, dolciumi e sigarette, e amici e chiacchiere e ricordi e qualcuno a cui raccontare le tue storie. E serenità, e sonni tranquilli, e caffè caldi al risveglio. Che ti porti un poco della felicità che meriti.

[Il compleanno di Mohamed è stato ieri. È andato tutto bene, ma.]

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Addio, Mate.

Nel 2010, su Facebook, c’era un gruppo che si chiamava Chi mi consiglia un libro? Era, quello, un periodo in cui i social network erano usati poco, e nei gruppi non c’erano ancora decine di migliaia di persone, ma si era in pochi, e si scrivevano commenti lunghi e ragionati, si discuteva molto e si imparava a conoscersi; non c’erano gli smartphone, o se c’erano erano usati molto poco, e ci si collegava da casa, dai computer fissi, quando ce n’era la possibilità. Io non lavoravo, allora, e stavo interi pomeriggi al pc, e la maggior parte del tempo la passavo su quel gruppo: è lì che ho conosciuto i quattro quinti dei miei amici virtuali. E a partire da quelle conversazioni lì, un giorno di aprile, mi è arrivata la proposta di amicizia della Mate. Buongiorno, le ho scritto in bacheca quando ho accettato la sua richiesta. Buona notte, ha risposto lei, che si era collegata molte ore dopo il mio post. Buongiorno, ho commentato io il giorno successivo. E di nuovo Buona notte, ha scritto lei quella sera. La nostra amicizia è iniziata così, con uno scambio di saluti a orari sfalsati, come se non dovessimo riuscire a incontrarci mai.

La prima volta che la Mate mi ha scritto un messaggio privato, è stato l’ottobre successivo; voleva sapere il mio vero nome, dato che all’epoca usavo un nickname che poi mi è stato strappato brutalmente via. Abbiamo parlato di nomi, e della fatica di portarli – nomi insoliti, nomi troppo classici, nomi comunque sgraditi. In quel primo messaggio, abbiamo parlato anche di questo blog: e da allora la Mate mi ha ricordato, quasi ogni settimana, che il sabato si avvicinava, e che lei aspettava il blog, e che ci teneva, e che quindi mi sbrigassi a scriverlo. Ci siamo sentite via messaggio, da quel pomeriggio di ottobre di otto anni fa, quasi ogni giorno. Ci siamo raccontate tantissime cose, storie tristi e allegre e a volte bizzarre, storie del passato, del primo amore, dei primi lavori. Abbiamo parlato di cani, di cibo, di compagni bizzosi, di parenti che ci facevano stare male, di vacanze, di libri, di ricette, di paura, di speranza. Il 19 giugno del 2011, la Mate mi ha mandato un regalo di compleanno: da allora, quasi tutti gli anni, a metà giugno mi è arrivato un pacchetto, con l’indirizzo scritto in azzurro cielo e dentro qualcosa fatto con le sue mani, le famose manine d’oro della Mate.

A marzo del 2013, la Mate mi ha telefonato in ufficio, perché voleva sentire la mia voce dopo averla tanto immaginata, ha detto: e le ha risposto Capo, e io non ho potuto parlare a lungo, ma le ho chiesto il numero di cellulare e da allora ci siamo scritte sms e anche chiamate, a volte: come la notte che è morto Pier, e la Mate mi ha chiamato molto tardi e non ha detto nulla per alcuni minuti, e io ho capito che voleva solo compagnia e non ho detto nulla neanche io. Mi ha sognata molte volte: l’ultima è stata alcuni mesi fa, le bussavo alla porta e lei mi apriva ed era contenta; magari un giorno lo farò davvero, le avevo detto quando me lo aveva raccontato.

La Mate, io l’ho vista di persona solo per un weekend: era giugno del 2013, e Mirò era appena morto, e lei mi ha scritto e mi ha chiesto se la sua presenza avrebbe potuto lenire un po’ la mia tristezza; ed è venuta a Palermo, per Una marina di libri, nei tre giorni più caldi e soffocanti dell’anno, lei che il caldo lo soffriva molto: e ha conosciuto la Ste’, che le faceva, all’inizio, un po’ paura; e la Fra’. E poi Capo, mentre amicastorica, credo, l’ha lisciata. Ha visto la Vucciria, e insieme abbiamo mangiato e comprato le mandorle fresche al mercato. Siamo state ai Quattro canti e a piazza Pretoria, e lì la Mate ha fatto una foto, con le spalle alla scalinata della chiesa di Santa Caterina. Poi siamo state a piazza Marina, a mangiare panelle davanti al ficus secolare: e quella è la cosa che le è piaciuta di più di Palermo. Volevo presentarle Ife, ma non c’era: le ho mostrato solo qualche spezzone di città, periferia con palazzoni e centro storico bollente e scorci di mare calmo, la colonna dell’Immacolata, piazza San Domenico. È lì che ci siamo abbracciate per la prima volta, davanti al portone di Storia patria: e la piazza era accecante di luce, era il primo pomeriggio di un venerdì di quasi estate, e la Mate era seduta su una panchina e sorrideva. Ci siamo salutate la domenica sera, dopo cena, e la Vucciria era buia e vuota, ed eravamo un poco tristi, ma ci rivedremo, abbiamo detto: e invece non ci siamo riviste mai più, e sì che io e Ste’, fino a pochissimo tempo fa, ogni volta che vedevamo un posto bello o mangiavamo una cosa buona dicevamo Qua ci portiamo la Mate, e io pensavo che sarebbe venuta a vedere la Marina di libri all’Orto botanico e mi compiacevo, perché c’è sempre fresco e non avrebbe sofferto l’afa, e pensavo a come farle la caponata senza agrodolce, ché alla Mate l’aceto non piace.

La Mate è stata la prima persona a cui ho detto che ho rischiato di perdere il lavoro, alcuni mesi fa: e per molte settimane è stata solo lei, oltre alla Ste’, a saperlo. È stata la prima a cui ho scritto, nell’orribile agosto del 2015, dicendo che pensavo che non ce l’avrei fatta ad andare avanti. Per anni, quando andava in vacanza a Riccione, non poteva collegarsi a Facebook per un paio di settimane: e mi scriveva un resoconto, giorno per giorno, che poi mi mandava al rientro a casa, in modo che non mi perdessi niente delle sue giornate. Abbiamo litigato, che io ricordi, solo una volta: ma tante volte, chissà perché, ha temuto che la cancellassi dalle mie amicizie, e mi ha scritto pregando di non farlo, anche se io non ho mai avuto la tentazione di farlo, e mai lo avrei fatto. Quasi ogni giorno mi diceva Ti voglio, lo sai, vero?, e io le dicevo che sì, lo sapevo bene. Ha tenuto le dita incrociate per me per moltissimi motivi, per lavoro, salute, amore; ha voluto le foto della nostra casa, quando ancora non era la nostra casa, per aiutarmi a scegliere i mobili: e l’ha cercata su Google Maps, per capire se il palazzo le piaceva, e com’era l’esposizione, se c’era tanta luce. Mi ha mandato regali, tantissimi regali: quadretti e segnalibri e cartoline, lettere, un disegno di sua nipote, orecchini, un taccuino rosso per invitarmi a scrivere con più coraggio, “con più colori”. E poi presine e calzini, e un braccialetto col mio nome, e un gufetto di stoffa fatto a mano perché mi portasse fortuna. E tanto altro che adesso non ricordo: un cuore di legnetti, i portafoto con gli alberelli, la sua chiavetta usb piena zeppa di ebook, un libro. Ha partecipato alla mia vita, e mi ha reso partecipe della sua: dei momenti belli e buffi e divertenti, e di quelli brutti. Da sette mesi a questa parte, quasi tutti i nostri messaggi parlavano di medici, ed esami, e medicine, e paura, e pianti. Mi sono sentita impotente, e triste, e preoccupata. Ma ero convinta, con un ottimismo che non mi appartiene, che sarebbe andato tutto a posto. E invece.

E invece, la Mate non c’è più, e io sono molto, molto triste, e mi tornano in mente flash assurdi, tipo la domenica sera, alla Marina di libri, quando è stato estratto il biglietto vincitore del sorteggio, e la Mate era seduta lì, sulla sua seggiola tra il pubblico, con un biglietto in mano, e io speravo che avesse vinto proprio lei, e invece, anche quella volta, mi sbagliavo. E penso a tutte le cose che mi viene in mente di dirle, anche le più stupide, e non c’è più tempo per farlo; non c’è più tempo per mangiare insieme le panelle, per farle conoscere Nando, per farle vedere la nostra casa, e per portarla a Monreale e al santuario di Santa Rosalia come le avevo promesso. Non c’è tempo per sentire cosa pensa dell’ultimo libro di Avoledo, e se il passato di zucchine le è piaciuto. Il suo ultimo post è stato su un gruppo: chiedeva se continuare o meno a leggere un libro che non le stava piacendo. Chissà se lo ha mai finito, non ho avuto il tempo di chiederglielo. Non ci sono più gelati Delirium, passeggiate a Riccione, non c’è più nessuno che chiami demente la Olga, nessuno che mi chiami Mariù, o Piccoletta, o Bonjour, che mi invii ogni sera la buona notte in una lingua diversa, che mi dica di non scordarmi che oggi è sabato.

Non c’è più la mia amica Mate, e il mondo senza di lei è un po’ più triste.

[Per Giancarlo e Fabio, a cui invio tutto l’affetto possibile].

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