Il mio nuovo guru.

Non ho un enorme appeal con i bambini, in generale: ho poca dimestichezza con loro e mi sento spesso giudicata dai genitori in quanto non-madre, quindi per natura incapace di rapportarmi con gli infanti, oltre che impossibilitata a stancarmi (Sei stanca?, ma come è possibile, non hai figli!), egoista e cronicamente mancante di femminilità e spirito di sacrificio. È difficile che vezzeggi i bambini in coda alla cassa del supermercato, a meno che non siano molto simpatici o non ridano subito alle mie smorfie o non tentino di lanciarsi giù dal carrello – in quest’ultimo caso mi prodigo anche a prenderli al volo, se necessario. Non ho grande afflato con l’idea platonica di bambinità, dicevo: ma ci sono dei bambini in particolare a cui sono molto affezionata e che sono una parte fondamentale della mia vita. C’è Piroetta, che ancora non è qui ma che aspettiamo con gioia e trepidazione e curiosità e una punta di incredula commozione e a cui voglio bene da quasi nove mesi, e Lentezza, che anche se non sarà qui resterà nel mio cuore sempre. Ci sono i miei nipoti, i Tre L, che vedo poco ma con cui mi piace molto giocare: soprattutto col più grande, che è un bambino tenero e desideroso di coccole che mi percepisce come poco più grande di lui e quando mi vede mi sorride con complicità e mi dice Andiamo di là, non stiamo con i grandi che sono noiosi, e poi mi fa passare un intero pomeriggio a fare le gare con le automobiline sul pavimento del corridoio. E c’è PF, il figlio della mia amica Fra’ e di suo marito, che si chiama Fra’ anche lui.

Dopo il lockdown, quando l’Italia è passata di corsa alle fasi 2, 3 e via rapidamente enumerando, Ste ed io siamo rimaste volutamente indietro; usciamo poco, siamo andate a mangiare fuori solo una volta, non ci accalchiamo in negozi e centri commerciali e cerchiamo di mantenere uno stile di vita austero e serioso da novizie. Tolti i nostri genitori e alcuni contatti di lavoro, non abbiamo incontrato nessuno per molti mesi; poi, forzando la mia ossessività e le mie paure, abbiamo deciso di provarci: e ci siamo accordate per incontrare Fra’ e PF, in un parco, per fare una passeggiata all’aperto e trascorrere un paio d’ore insieme. Il bambino sarà cresciuto un sacco, non lo riconoscerai!, aveva pronosticato mia madre: e invece l’ho riconosciuto immediatamente, ma soprattutto lui ha riconosciuto noi. Lo abbiamo individuato da lontano, con i capelli corti e gli occhioni e i braghini gialli, e ho pensato che l’ultima volta che lo avevamo visto era pieno inverno e lui aveva maglioncino di lana e pantaloni lunghi e i calzini antiscivolo; lo abbiamo chiamato da qualche metro di distanza, e lui si è girato e ci ha scrutate per un attimo e poi ho visto distintamente accendersi una luce nel suo sguardo, e ha gridato per l’emozione, e io non ho gridato, ma solo perché mi vergognavo, ma lo avrei fatto volentieri, e allora ho sorriso molto, e mi ero tolta la mascherina e lui ha visto che sorridevo. Poi noi, io e Ste e la Fra’, ci siamo sedute su una panchina e ci siamo raccontate per ampie linee quello che abbiamo fatto in questi ultimi mesi – ché va bene sentirsi su whatsapp, ma di persona è diverso, e un sacco di cose non ce le eravamo dette perché erano troppo belle o troppo lunghe o troppo complicate o non avevamo tempo o semplicemente ce le eravamo scordate. PF, intanto, giocava nell’area bimbi del parco: si arrampicava sulla scala di corda, si sedeva su una aeroplanino a molla, si aggrappava agli anelli e scalava lo scivolo. Ogni tanto ci guardava, e noi non lo perdevamo di vista: e a un certo punto un gruppo di ragazzini è salito sulla casetta di legno che sovrasta lo scivolo e si è asserragliata lì. Non avevano un’aria minacciosa, ma neanche particolarmente cordiale: e così, quando PF ha deciso di voler giocare proprio con lo scivolo, ci siamo avvicinate anche noi. Lui è salito agilmente, e quando è stato in cima è stato apostrofato da uno dei ragazzetti, Ma chi è questo bambino piccolo?. Sono seguite delle risatine, non sprezzanti ma neanche gradevoli. Non mi fate paura, ha risposto PF con enorme semplicità, guardandoli tranquillamente: e quindi si è seduto sullo scivolo ed è venuto giù e noi gli abbiamo detto che era stato bravissimo. E io mi sono segnata questa frase e ho pensato a me, che mi spavento di tutto e di tutti e che mi sarei allontanata, imbarazzata e a disagio, alla frase antipatica del ragazzino, rinunciando a giocare dove volevo: e mi sono appuntata mentalmente di pensare a PF e al suo sorriso fiero mentre scivolava giù, ogni volta che qualcuno farà la voce grossa, reale o metaforica, con me.

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Sensi di colpa.

Anche se il lockdown è finito ormai da tempo e a Palermo la fase 3 ha coinciso con un generico e indistinto liberi tutti in cui le mascherine sono ormai un lontano ricordo e le persone hanno ricominciato a chiamarsi Cumpa’, darsi amichevoli pacche sulle spalle e finte strizzate ai testicoli e salutarsi schioccando sonori baci sulle guance, Ste ed io continuiamo a mantenere il nostro consueto basso profilo: di fatto, spacciandola per comportamento difensivo anti-Covid, facciamo la stessa vita di sempre, alternando qualche passeggiata in luoghi aperti con sacchetto del pranzo al seguito a frenetiche serate sul divano guardando serie tv con Anastasia e commentando i post del Signor Distruggere sulla chat cazzeggio&supporto morale.

Tra le attività che per noi sono ancora sospese – mangiare un gelato fuori, prendere il caffè al bar, usare l’ascensore – ci sono le visite agli amici: per questo, non vediamo Mohamed da febbraio. Nell’ultimo periodo, complice anche un guasto al suo telefono, ci siamo sentiti poco: lo chiamavo parecchie volte al giorno e scattava sempre la segreteria, e io provavo un misto di ansia, frustrazione e vago, colpevole sollievo, perché temevo il momento in cui avremmo parlato. Mohamed, infatti, è un esperto instillatore di sensi di colpa, e con me ha gioco facilissimo: io sono portata all’intenerimento immotivato, alla tristezza senza fondo e al sentirmi sempre responsabile dei problemi altrui. Paventavo una lunghissima telefonata – Mohamed non concepisce chiacchierate che durino meno di mezz’ora – all’insegna della lamentela per la nostra prolungata e ingiustificata assenza dal compound. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi ha risposto: e come sempre ha gridato Pronto, pronto, ma chi parla?!, e visto che sente poco, anche se non vuole ammetterlo, e urla molto, sovrastava la mia voce con la sua e non riusciva a capire chi fossi. Poi, finalmente, l’illuminazione: Disgraziata!, mi ha strepitato nelle orecchie, Ma dove eri finita? Come stai, che fai?, ma rideva molto e ho capito che non era arrabbiato. Come sta la mamma?, mi ha chiesto immediatamente: e io gli ho spiegato che sta bene, ma che come sempre sono molto preoccupata per lei, perché è immunodepressa, e c’è ancora il virus in giro, e la gente non si comporta con scrupolo, e sono terribilmente in ansia: e Aiutami, Moha, sono in crisi, che devo fare? E lui, che è solitamente malmostoso e pessimista ma che ha un’enorme capacità di empatia, Non preoccuparti, mi ha detto, Vedrai che si sistema tutto. Poi mi ha raccontato dei due gattini nuovi, di Biagio Conte che fa lo sciopero della fame, di una manciata di comuni amici, con dovizia di pettegolezzi. Aspetta!, ha strillato a metà di una frase, C’è il furgone del cibo: forza, mettetevi tutti in fila, e ho capito che stava parlando con gli altri ragazzi che dormono sulle panchine intorno a lui, e Tu richiamami tra mezz’ora, devo dirti una cosa importante, ha sibilato, e questa volta parlava con me. L’ho richiamato, e abbiamo parlato ancora a lungo: di Iran, della sua famiglia, di mascherine e guanti e Covid, di vino e di panini con le melanzane fritte, di tabacco e di mal di denti, ma della cosa importante che doveva dirmi non c’è stata traccia.

Quando ormai stavamo chiacchierando da moltissimo tempo ed era ora, per me, di preparare la cena, e per lui di accendere la torcia a manovella ed entrare nella tenda, Devo andare, Moha, gli ho detto; E noi quando ci vediamo?, mi ha subito interrotta: ma poi Quando te la sentirai, non preoccuparti, tanto io ti aspetto, ha concluso. E io non ho saputo più cosa rispondere.

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Del gruppo di lettura, ovvero del leggere in compagnia.

Poche cose sono stimolanti come fare parte di un gruppo di lettura; è l’hobby perfetto per me: prevede di leggere, parlare e mangiare, che sono tre delle attività che preferisco in assoluto; per questo, quando poco più di due anni fa, piroettando leggiadramente su Facebook come faccio per il 90% del tempo in cui non dormo, ho intercettato un post che parlava della possibilità che si creasse un gruppo di lettura a Palermo, ho subito drizzato le antenne. Una ragazza gentile e con una cascata di capelli ricci proponeva agli interessati di vedersi, in un locale che mi faceva una cordiale antipatia, per parlare di un libro che Ste ed io avevamo già letto, e che ci era piaciuto parecchio: e così avevo commentato dicendo che ok, noi c’eravamo, quando ci saremmo incontrati?

Di lì a pochi giorni Ste ed io ci siamo trovate, un po’ intimidite, sedute a un lungo tavolo, in un locale che non era quello di cui si era parlato all’inizio, per fortuna. C’era una quindicina di persone, e quasi tutti sorridevano molto, e sul tavolo c’erano delle buone tisane e fette di torta e biscotti al burro da sgranocchiare. Io avevo le mani sudate e quando mi è stato chiesto di presentarmi sono diventata rossa, ma nessuno ha fatto commenti né mi ha detto Guarda, sei diventata rossa!, e così mi sono sentita più a mio agio e quando si è trattato di dire cosa pensavamo del romanzo ho detto che mi era piaciuto parecchio anche se mi aveva spaventata moltissimo – un commento che può essere applicato ai tre quarti dei libri che ho letto nella mia vita, dalle favole di Esopo a Niccolò Ammaniti – e questa volta non sono diventata rossa.

Ero seduta su una panchetta imbottita, quel primo giorno: e accanto a me c’era un ragazzo simpatico che parlava di libri giapponesi, e di fronte una ragazza magra, coi capelli lisci e scuri, e mi sono sembrati simpatici e non-spaventosi, mi sono appuntata mentalmente di sedermi di nuovo accanto a loro, se ci fossero stati altri incontri; e altri incontri ce ne sono stati tanti, ma il ragazzo simpatico e la ragazza magra non sono venuti più.

Le riunioni del gruppo di lettura si svolgono il sabato pomeriggio, una volta al mese. Ci vediamo e parliamo del libro che abbiamo letto, e di solito Filippa fa riflessioni molto interessanti, e Stefania vuole ascoltare il parere di ognuno di noi, e Mati ed Emma e Laura parlano delle loro impressioni, e poi Marco dice che il libro non gli è piaciuto, e Ste fa un’analisi psicologica dei personaggi, e io dico che avevo già letto il libro ma che comunque rileggerlo mi ha fatto piacere, io amo rileggere. Poi parliamo di quale romanzo proporre per il mese successivo, e il lunedì Stefania lancia un sondaggio sul nostro gruppo Facebook, e io voto e spero che esca il libro che ho proposto, o comunque che esca un libro non troppo classico, lento, lungo o spaventoso.

Prima del covid, della quarantena, del distanziamento sociale, di questo tempo senza abbracci e baci e strette di mano e sorrisi, ci vedevamo nel locale dove siamo stati per il primo incontro: e io sorbivo ogni volta la stessa tisana e mangiucchiavo ogni volta gli stessi biscotti ed ero molto contenta. Adesso ci incontriamo virtualmente, ed è divertente e piacevole e molto stimolante, ma non è la stessa cosa, e non vedo l’ora di tornare a sedere al tavolo insieme, e scegliere la tisana alla rosa, e prendere in giro Ste perché vuole una grossa fetta di torta, e ciacolare allegramente e poi uscire dal locale e dire Ci vediamo tra un mese.

Non vedo l’ora.

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Amici (quarantine edition).

Quando è iniziata la quarantena, Ste ed io siamo state colte di sorpresa. Il giorno stesso eravamo andate al supermercato: era lunedì e noi, che siamo prevedibili e abitudinarie come criceti, facciamo sempre la spesa il lunedì. Dobbiamo prendere qualcosa in più del solito?, mi aveva chiesto lei: e si riferiva al fatto che un paio di settimane prima, dato che sembrava che la gente stesse dando l’assalto ai generi di prima necessità, avevamo aggiunto qualche confezione di legumi in più alla nostra solita lista della spesa. No, ma figurati!, le avevo risposto: ed eravamo tornate a casa con i nostri usuali quattro sacchetti con dentro una bottiglia di cocacola, svariate monodosi di stracchino, yogurt magro, mele rosse e petti di pollo e una confezione di detersivo per i piatti e molti crackers integrali. La sera stessa la tv ci aveva comunicato che bell’e buono dal giorno dopo saremmo dovuti rimanere tutti a casa: e io, nella mia ansia di capire come organizzarmi per il lavoro, avevo temporaneamente accantonato l’idea che fossimo parecchio carenti di approvvigionamenti.

Superato il temporaneo choc delle prime quarantotto ore di reclusione, abbiamo iniziato a capire quanto possa essere faticoso fare la spesa in periodo di quarantena; vicino casa nostra non ci sono supermercati a buon prezzo: quello a cui andiamo di solito dista circa un chilometro. Raggiungerlo a piedi, attraversando la circonvallazione con i sacchetti in mano, era inconcepibile: e poi, fino a due giorni fa, non avevamo neanche mascherine, e quindi. In zona ci sono solo negozi per ricchi, di quelli che vendono la frutta già tagliata, gli acini d’uva pelati, le arance divise a spicchi: e noi abbiamo pochi soldi, e siamo in grado di sbucciarci autonomamente la frutta o tagliare a cubetti una zucchina già da molti anni, e dunque.

Dopo dozzine di telefonate, molti consulti telefonici con genitori e suoceri, ché tanto stiamo tutti nella stessa zona e abbiamo esigenze simili, e con il consueto e provvidenziale aiuto di Ale da Roma, siamo riuscite a trovare un supermercato che porta la spesa a domicilio; abbiamo anche recuperato una farmacia (anzi, tre) che porta le medicine direttamente a casa inviando per email la ricetta dematerializzata del medico, un negozio di sigarette elettroniche ci ha fatto avere il liquido per la sigaretta di Ste, uno di cibo per animali ci ha riforniti di croccantini monoproteici per Nando e pappa-tredici-semi per Anastasia. Non siamo riuscite a ottenere solo una cosa: un plettro per Ste, che in questi giorni suona moltissimo la chitarra e che pensava di avere un plettro blu nella tasca esterna della custodia, e invece non lo ha trovato, e quindi da un mese alterna i polpastrelli con plettri fatti in casa. Siamo passate da un triangolo ritagliato dalla mia confezione di merendine al doppio cioccolato e ricoperto di scotch marrone a uno strano accrocchio costruito con una vecchia ricarica telefonica e uno spesso strato di attack. I risultati erano mutevoli: lo scotch era scivoloso, la scheda telefonica troppo flessbile, e il barré non viene bene, e quindi No, basta, non te le suono più le Spice Girls. E poi.

E poi abbiamo una chat di cazzeggio & sostegno morale, con Mirella e Ale e Massimo e Leone, e facciamo insieme un giochino online, un quiz di quelli che due volte al giorno ti arriva la notifica sullo smartphone e devi rispondere a dodici domande. Noi lo facciamo, e poi ci diciamo quante ne abbiamo sbagliate: e qualche giorno fa io e Ste abbiamo vinto, e riceveremo 37 centesimi in buoni Amazon. Siamo state molto fiere di noi, abbiamo anche fatto un discorso tramite vocale su whatsapp in cui ci dicevamo commosse ma desiderose di restare umili.

Ce n’eravamo scordate. Poi, qualche giorno fa, un corriere ci ha bussato al citofono e ci ha detto che avrebbe messo nella cassetta un pacchetto. E dentro c’era un biglietto scritto da tutti e quattro, Ale e Massimo e Leone e Mirella, e poi un porta-plettri, e millemila plettri colorati, di misure e spessori diversi, bellissimi. Ste è rimasta senza fiato, io ho rischiato di piangere nella mscherina, e poi ecco, adesso abbiamo moltissimi plettri. Ma soprattutto, abbiamo splendidi, splendidi amici.

[A latere: non avevo mai saputo che esistesse una cosa di nome porta-plettri, e questo oggetto rotondo e ignoto mi era sembrato un trita-erba, e mi chiedevo con viva curiosità che ci facesse a casa nostra, dove a fumare c’è solo Ste che usa sigarette elettroniche senza nicotina. E non sapevo neppure che i plettri avessero spessori diversi. Ma non ricordi che Carmen Consoli ne usa tanti diversi?, mi ha chiesto Ste. E sì, mi ricordo che ne usa tanti, e che li getta dietro le spalle durante i concerti, e che una volta, a fine concerto, ci siamo avvicinate al palco e abbiamo cercato di prenderne uno, ma non pensavo che c’entrasse niente lo spessore. Pensavo che li lanciasse perché non andavano più bene, come i tennisti quando cambiano le palline, o perché era stufa di usarli, o chissacciu. Si vede che non ne capisco nulla di musica].

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Al telefono (col rumore del mare in sottofondo).

Come succede in media un paio di volte a settimana da quando la quarantena ci ha costrette ad annullare le visite settimanali alla tenda, qualche giorno fa Mohamed mi ha chiamata. Quando ho visto il suo nome sul telefonino e ho risposto ho sentito, come sempre, un rumore forte di vento, di risacca e di fronde, e poi la sua voce perplessa che diceva Pronto?, e poi tramestio, il telefonino che di sicuro era caduto a terra, fracasso, parolacce biascicate in due o tre lingue diverse, colpi come di mani a spolverare i pantaloni e poi di nuovo Pronto?, e io intanto gridavo Moha, sono io, Moha!, e finalmente mi è arrivata la sua voce che diceva Ehiii, Stelluccia, come stai?

Lui sta bene, mi ha detto. Si annoia, soffre la solitudine, nessuno lo va a trovare, ma sta bene. Nessuno ti viene a trovare?, gli ho chiesto, E chi ti porta da mangiare, e il tabacco?, e già ero nel panico e pensavo a come fargli avere le cartine, il caffè, le batterie per la radio, il patè di fegato per Shab, e poi mi avevano detto che i volontari della Croce Rossa venivano ogni sera, e anche quelli della Comunità di Sant’Egidio, ché loro hanno un permesso e possono girare, Moha, ma non sono venuti, eh? Aspetta che li chiamo. Non preoccuparti, mi ha subito arginata, ho tutto, vengono regolarmente, ho scorte di cibo per me e per i gatti, ma non è come vedere gli amici; invece, sai, la gatta più grande ha fatto sei cuccioli, ma io non li ho visti. Come fai a sapere che sono sei, se non li hai visti?, gli ho chiesto, ma lui non mi ha saputo rispondere, o forse non ha voluto farlo, e ha nicchiato. Sono preoccupato, mi ha spiegato, c’è ancora troppo freddo, le cucciolate di primavera avrebbero bisogno di sole e calore, e poi la gatta ha nascosto i cuccioli in un anfratto vicino agli scogli che secondo me non è adatto, e se fosse troppo umido? Ma no, ho cercato di rassicurarlo, la gatta sa il fatto suo, in fondo fa tremila cucciolate l’anno, è la decana della zona! Ci ha pensato su e poi È vero, mi ha detto, e poi mica sono figli miei, e ha riso molto, e anche io ho riso. Mohamed ride sempre moltissimo.

Sai chi mi è venuto a trovare?, mi ha chiesto a un certo punto. No, chi?, gli ho detto, anche se un’idea ce l’avevo. Biagio Conte!, mi ha risposto, e gongolava; loro sono stati amici, tanti anni fa, quando a Palermo il volontariato in favore dei senzatetto non era ancora strutturato, non c’erano gruppi e ronde e turni per consegnare i pasti. Quando Mohamed aveva ancora una casa, e anche Biagio Conte l’aveva. Sei stato contento di vederlo, Moha?, gli ho chiesto, Eh sì sì sì, mi ha risposto, perché lui dice sempre sì tre volte, ma non posso dirti cosa ci siamo detti, è un segreto. Io comunque non glielo avevo chiesto, eh.

Come sempre, ho cercato di convincere Mohamed ad andare a trascorrere la quarantena in un dormitorio, ché per ora stanno aperti tutto il giorno e non solo la notte e fanno anche servizio mensa. Ma non ha senso, mi ha risposto: non dovremmo stare tutti lontani? Qua ci sono solo io, e poi alberi e mare e gatti e qualche macchina lontana, là ci sono moltissime persone in poche stanze. L’altra volta è passata la polizia, mi hanno detto che devo stare a duecento metri dalla tenda, e per me va bene. Il cassonetto è a meno di duecento metri da qui, e il bar è chiuso, che ci vado a fare? Non pensi che sia più pericoloso, stare in un luogo chiuso e affollato? Effettivamente aveva ragione lui, e non ho saputo cosa ribattere.

Lo sai che stanno facendo tante iniziative per i poveri?, mi ha chiesto all’improvviso. Sì, gli ho risposto, ma tu che ne sai? Ma soprattutto, ti serve qualcosa? Vuoi che ti faccia mettere in lista per la spesa sospesa? Io mi informo, mi ha risposto, e non mi serve nulla: preferisco lasciare il posto a chi ne ha bisogno.

Ci siamo salutati, con affetto e con una punta di tristezza, ché chissà quando ci rivedremo. E a me manca, quell’iraniano malmostoso che ride e mi chiama disgraziata. Mi manca un bel po’.

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Se non ti cerco io.

Disgraziata, se non ti cerco io!, mi ha gridato oggi al telefono Mohamed: e rideva forte e, ne sono sicura, si dava pacche sulle gambe, perché lui, quando è contento, ride e si dà pacche sulle gambe e poi finge di dare un pugno sul braccio alla persona alla sua destra, e spesso la colpisce con più veemenza del necessario e le fa anche male.

Stelluccia, se non ti cerco io!, ha urlato, ed era contento, oggi, Mohamed: perché finalmente ha di nuovo un telefono, anche se è un vecchissimo modello azzurro a conchiglia, di quelli con i tasti grossi e lo schermo piccolo in cui non si possono tenere in memoria più di dieci o quindici messaggini, ma tanto a lui non importa perché i messaggi non li sa mandare, anche se ho cercato di insegnarglielo molte volte. Era contento, Mohamed, e mi ha raccontato che suo fratello gli ha telefonato dall’Iran e sono stati a parlare per più di due ore, Ma non posso dirti quello che ci siamo detti, sono cose nostre.

Se non ti cerco io!, mi ha ripetuto, e ha ragione: perché per ora lavoro molto e mi sento sempre stanca e ho poco tempo, e quindi non ci vediamo da un po’; ma Mohamed, che ha capito che il senso di colpa con me non fa il suo dovere e mi rende invece astiosa e scostante, invece di rinfacciarmi assenze e disattenzioni mi ha telefonato per fare due chiacchiere e raccontarmi che domani gli daranno il passaporto nuovo, e Che me ne farò di tutti questi documenti?, ha biascicato, perché sicuramente aveva la sigaretta tra le labbra; Che ci devo fare, eh, col passaporto? Mica voglio partire, diceva, ed era incredulo per lo spreco, ma anche un po’ compiaciuto, perché a lui un tempo piaceva molto viaggiare, e adesso gli piace molto raccontare i suoi viaggi, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, la Germania dove non capiva nulla di quello che gli dicevano, e la Jugoslavia con le colline e i paesini, e il Mar Caspio e l’Adriatico e poi il Tirreno, lui ama il mare.

Se non ti cercassi io chissà se ti ricorderesti di me, ha detto Mohamed: perché lui parla un italiano bizzarro in cui non ci sono gli articoli determinativi e le preposizioni articolate ma ci sono il periodo ipotetico e la consecutio temporum. Dovresti portarmi una nuova rubrica telefonica, mi ha detto qualche giorno fa: e oggi me lo ha ribadito, Perché quella che mi avevi regalato non ce l’ho più da quando mi hanno saccheggiato la tenda, ha concluso: e io ho riso e gli ho detto che non sentivo parlare di saccheggi da quando non leggevo dei Lanzichenecchi sul sussidiario di scuola.

Se non ti cerco io, ha detto Mohamed con tono pensoso, ma poi ha sorriso nel suo modo sghembo e Sono felice che l’altra volta mi hai portato la mamma, è stato un onore per me, ha confessato: e mia madre, che era seduta accanto a me in macchina, ha sentito e ha gridato Anche io sono stata felice di vederti, Mo, e lui gridava che accidenti se era felice lui, e mia madre ripeteva che era più felice lei, e in questo loop di felicità gridate attraverso le mie orecchie ho pensato che avremmo potuto rimanere incastrati per sempre.

Devo andare, Moha, ma vengo presto a trovarti, ho concluso: e lui mi ha detto Che bello, grazie, ho proprio voglia di vederti, e anche io, in quel momento, sono stata felice.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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Amicizia.

Quando ho conosciuto Ste, una lenzuolata di anni fa, proprio una delle primissime volte in cui siamo uscite insieme, mentre camminavamo per le strade del centro su un marciapiede pieno di erbacce, lei mi ha detto Sai che c’è una mia amica che è andata a Sarabanda? Stasera trasmettono la puntata in tv. Sarabanda era un programma di intrattenimento dedicato alla musica, lo facevano credo su Italia 1: ci andavano persone in grado di riconoscere brani di canzoni minori dei Cugini di campagna solo con una o due note e le domande riguardavano sempre cantanti che io non avevo mai sentito nominare; inspiegabilmente, però, lo seguivo con bovina acriticità quasi ogni sera: e ovviamente l’ho guardato anche quella sera in cui mi era stato detto che ci sarebbe stata un’amica di Ste: e quindi la mia amicizia con Mirella è iniziata in una maniera bislacca, attraverso uno schermo tv, mentre io mangiavo la mia frittata per cena e lei berciava contro Enrico Papi. Molti anni dopo, anche se adesso non va più in televisione, Mirella è ancora mia amica: e io ne sono molto felice.

In questi anni è stata una presenza costante nella mia vita; ha subìto migliaia di ore di miei malumori e rummuliamenti e lamentele su argomenti svariati, il lavoro e i genitori e Nando che non sta bene e devo perdere due chili e non mi piace questa cheesecake, e si è congelata il culo accanto a me, quando Mohamed cercava di chiamare la sua famiglia in Iran e la app che stavamo usando non prendeva bene. È stata con noi in una stanza di ospedale, con una chitarra in spalla, e a un concerto di capodanno, sotto il diluvio, con un ombrello in mano, in una straniante piazza di Ragusa. Ha raccolto migliaia di ore di confidenze ed è riuscita a non farmi sentire mai giudicata: che, con una persona paranoica come me, è impresa non da poco. È stata con noi al mare, sulla cima dell’Etna mentre nevicava e c’era una nebbia terribile, in giro per Palermo sotto il sole violento di agosto, tra le stradine di Cefalù con la sabbia nelle scarpe. Ha sopportato le mie rimostranze sulla sua lontananza, i sensi di colpa variamente instillati ogni volta che mi sentivo trascurata, i musi perché Scusa sai ma sabato devo lavorare e non scendo. Ha visto me e Ste litigare e fare pace, ci ha viste crescere, singolarmente e come coppia. C’è stata, semplicemente, sempre.

Lo scorso mese è stato parecchio faticoso. Ero in ansia – cioè, ero più in ansia del solito, perché io ho sempre un sottile filo di ansia che mi scorre silenzioso sotto pelle – perché aspettavamo una risposta, una risposta importante che avrebbe potuto cambiare le nostre vite. Quando sono in ansia divento ancora più scostante e fastidiosa: vorrei essere accudita e contenuta e pensata indefessamente, mentre io, forte del mio malocarattere ormai connaturato, rispondo a monosillabi o alzo le spalle o ripeto ossessivamente la stessa frase. In questo mese di ansia, lei c’era: da lontano, per messaggio, mi ha tenuto la mano, ha opposto ragioni scientifiche al mio pessimismo cosmico, ha compreso e sostenuto e seguito e aiutato. E ora che tutto è a posto e io sono molto felice, sempre in ansia, sia chiaro, ma felice, questo post è solo un modo per dirle grazie (e anche in bocca al lupo, perché sta iniziando un progetto molto bello e io, anche se storco il naso per tigna e perché la terrà lontana da me, le auguro che sia zeppo di allegria e soddisfazioni).

[In questo periodo difficile, insieme a Mirella che si è beccata i miei malumori anche dal vivo, Massi e Ale sono stati presenti e attenti e caldi e coccolosi come solo loro sanno fare, anche con mezza penisola italiana a separarci. E il fatto che Mirella, Ale e Massi grazie a noi si siano conosciuti e subito piaciuti è per me motivo di grande gioia, e di un pizzico di orgoglio, perché ecco, che si sappia, sono amici miei].

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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