Buoni propositi.

Quando Ife è morto, ho giurato a me stessa che non mi sarei più affezionata a un senzatetto; ero stanca di preoccuparmi per la sua incolumità, di pregare che i ragazzotti violenti e ipodotati girassero al largo, di leggere il giornale la mattina temendo di incrociare un trafiletto che lo riguardava; di scrutare il cielo ogni quarto d’ora sperando che non piovesse, di leggere le previsioni e incrociare le dita contro il gran caldo, di ascoltare il vento aggressivo di febbraio, di notte, chiedendomi se si stesse spaventando; di percorrere le corsie del supermercato alla ricerca della minestra in scatola, ma si manterrà buona con questo caldo? Non sarà meglio portare della frutta? Ma se poi si deteriora? E quel giubbotto lì serve davvero a mio padre? Per Ife non sarà più utile?

Avevo giurato a me stessa che, e invece.

E invece, una settimana fa, ho incrociato il post di un mio contatto su Facebook: una ragazza che conosceva Ife, che ha portato Mosca e Canepiccolo in un luogo sicuro, che si occupa quotidianamente di canucci e persone randagie. Diceva che Mohamed è stato aggredito, gli hanno rotto le braccia a bastonate, e ora è ingessato e ha bisogno di qualcuno che gli faccia le iniezioni di Seleparina; chi può diversi i turni con me?, si leggeva nel post. Io, ho risposto: e pensavo che in tanti avremmo risposto Conta su di me, e invece dopo molte ore avevo scritto solo io, e quindi abbiamo deciso di spartire i turni tra noi. E ho conosciuto Mohamed.

Mohamed, in realtà, lo conoscevo un poco quando Ife era vivo, ma lui non si ricorda di me; si ricorda, invece, della mia bella: o almeno, dice di ricordarsene, di avere passato molte serate con lei, in taverna alla Vucciria o a Ballarò o in locali che ora non esistono più e in cui lui organizzava misteriose serate danzanti; e la mia bella non si ricorda di lui, ma gli dice di sì, per non farlo rimanere male. E io, ché di me non si ricorda nessuno, un po’ ci resto male ma non importa.

Parla moltissimo, Mohamed, e si capisce quasi tutto quello che dice: e sono tutte cose abbastanza centrate, soprattutto quando parla della Jugoslavia di Tito, o della Germania degli anni Ottanta, quando lui era un ventenne che non parlava tedesco e nessuno lo aiutava a trovare gli indirizzi sulla cartina. Parla dei suoi cani e dei suoi gatti, e anche di piccioni e gabbiani e topi. Ride e finge di scappare, quando brandisco la siringa: e quando gli chiedo se gli ho fatto male, che io a fare iniezioni non sono molto brava, sgrana gli occhi e dice che no, non gli ho fatto male io, gli ha fatto male la vita.

Dice che lui e Ife si conoscevano bene, che erano due dervisci: e io non so se sia vero, ma un po’ mi piace crederlo; dice che le braccia gli fanno male, ma che lui preferisce non pensarci: perché a pensare sempre alle cose negative si diventa tristi, e invece lui si sforza di essere sempre allegro e positivo e per questo tutti gli stanno accanto; effettivamente, ho pensato, ha ragione: se le cose negative comunque esistono, a che serve pensarci? Gli ho chiesto se è la prima volta che si rompe qualcosa, e lui ha riso guardandomi, e mi ha risposto che no, si è rotto una spalla e la testa e tanto altro: se si dorme per strada, mi ha detto, queste cose succedono.

Gli ho portato delle pesche gialle e del cibo per cani, ma mi ha detto che aveva già tutto quello che gli serviva, ed è vero; l’unica cosa che gli serve è qualcuno che gli faccia le sigarette, perché con le mani bloccate non può: e io non le so fare, ma la mia bella sì, e gli ha portato cartine e filtri e gliene ha preparate un bel po’, e lui le passava il tabacco e diceva devi metterti al lavoro!, e rideva profondo di gola.

C’era l’eclissi di luna, ieri: e Mohamed mi ha detto che lui ha studiato astronomia e di queste cose ne capisce, e ne capisce davvero, almeno per me: e mi ha spiegato il meccanismo dell’eclissi, e quando siamo andate via abbiamo guardato la luna che diventava bruna, sul mare di Sant’Erasmo, ma Mohamed no, non l’ha guardata, era stanco. Ha studiato ingegneria, dice: dice che era venuto a Palermo proprio per iscriversi all’università, ma io penso che forse in Iran in quel periodo c’era la guerra, e in realtà è andato via per quello. La guerra è orribile, mi ha detto: e parlava della Bosnia bombardata dai serbi, ma forse non solo.

Adesso Mohamed dovrà essere operato, o forse no: beve e non ci sono medici che si prendano la responsabilità dell’anestesia. Forse rimarrà così, con le braccia ingessate e dolenti, a farsi fare iniezioni nella pancia, a ridere e asciugarsi il sudore dalla fronte col polso steccato. E io, io so solo che ci sono ricaduta: che sono preoccupata per lui, che penso al momento in cui si è svegliato con due persone che lo colpivano; penso al suo dolore, alla paura e alla disperazione, e ringrazio il cielo che al mio Ife tutto questo sia stato risparmiato; penso a quando lunedì sarò lì e lui fingerà di nascondersi per non farsi punzecchiare, e a cosa gli porterò, perché davvero ha tutto ma un regalino vorrei farglielo, ma devo ancora scoprire cosa gli piace. Dice che organizzerà una festa, la prossima settimana o forse anche a settembre: e anche io e la mia bella siamo invitate, e io ci tengo moltissimo a venirci, perché Mohamed dice che la cosa che sa fare meglio è fare divertire gli altri, e la cosa che lo rende felice è vedere gli altri che si divertono.

Penso a Mohamed, adesso, e sono triste e in ansia, e accidenti a me: non so mai rispettare i miei propositi.

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