Benzina.

Ho la patente da moltissimo tempo: l’ho presa a diciotto anni compiuti da poco, esasperata dal dover dipendere da autobus poco assidui e passaggi altrui, ché il motorino i miei genitori non me lo hanno mai voluto comprare, È pericoloso, cadi e ti fai male, non è che non ci fidiamo di te, non ci fidiamo degli altri. A conti fatti, sono più gli anni della mia vita in cui mi sono spostata con la mia auto – piccola, ammaccata, con uno specchietto costantemente rotto -, di quelli in cui ancora non guidavo: ma, nonostante questo, non ho mai imparato a fare benzina al self-service. Non che non conosca il corretto meccanismo per un rifornimento rapido ed efficace: sarei perfettamente in grado di riempire da sola il serbatoio della mia macchina, se la cosa non mi terrorizzasse. Per motivi che sarebbe lungo spiegare e che risalgono all’infanzia, a un principio d’incendio in casa di mia zia e a me che venivo trascinata via da mio cugino mentre le fiamme lambivano il soffitto, vivo col terrore che, mentre si fa il pieno di benzina, la macchina esploda o vada a fuoco o.

La mia natura abitudinaria e ossessiva ha fatto sì che, negli ultimi dieci anni, io abbia fatto benzina sempre nello stesso posto: un distributore solitario e rassicurante che si trova a metà strada tra casa nostra e casa dei miei genitori. È piccolo e in parte obliato dalle piante di un vicino vivaio, c’è un grosso cartello scritto a mano che recita Aperto anche quando è chiuso, e ci sono quattro stalli per il rifornimento, due per il servito e due per il self-service. Con serena protervia, mi dirigo sempre verso uno degli stalli del self-service, presidiato da un simpatico ragazzotto tamil che si sbraccia a salutarmi ogni volta che gli passo davanti senza fermarmi e che diventa timido e silenzioso non appena mi avvicino. Consapevole della mia incapacità a fare da me, pensa lui a riempire il serbatoio: io esco dall’auto, gli porgo le chiavi e scappo in un luogo lontano e protetto, di solito dietro la colonnina per il controllo della pressione delle gomme. Quando ha finito, mi chiama con un cenno della mano: io gli porgo un euro per ringraziarlo dell’aiuto, sorrido e vado via. Va sempre così, metodo collaudato, nessuno stress, nessun intoppo. Ma.

Ma oggi lui non c’era, e io dovevo proprio fare benzina, ed ero anche un poco in ritardo, e quindi ecco, dai, ce la posso fare, è semplice. Iperventilando nella mascherina, sudando copiosamente e ripetendomi tra i denti che sarebbe andato tutto bene, mi sono avvicinata con aria circospetta a uno degli stalli del self-service – il servito era chiuso – e ho iniziato a fare la vaga, sperando nell’arrivo di qualcuno di buon cuore. Ho aperto il portabagagli, sistemato le buste della spesa che tengo conservate lì in ordine di grandezza, richiuso con cautela. Poi ho cercato con scarsi risultati di rimettere a posto il paraurti a cui sono saltati due sostegni, mi sono sporcata le mani, le ho igienizzate; mi sono accorta con sgomento di aver usato un disinfettante a base di alcol nei pressi di una pompa di benzina, rischiando di innescare un’esplosione devastante, quindi ho preso la bottiglietta d’acqua che tengo nel vano dello sportello, mi sono versata sulle mani tutto il contenuto, le ho asciugate con un fazzoletto di carta e poi pulite nuovamente con una salvietta imbevuta. Ho posato il contenitore delle salviette nella borsa e a che c’ero ho riordinato il contenuto delle tasche interne, eliminato alcuni scontrini appallottolati e raccolto le monetine e, mentre temevo l’arrivo dei condor, ho pensato di svitare il tappo della tanica di benzina. Compiuta la complicata impresa, mi sono guardata intorno con aria speranzosa e ho visto un giovane vestito da benzinaio che caracollava fuori dal gabbiotto con gli adesivi Cambio olio e Qui bevande fredde. Perfetto, ho pensato, I miei problemi sono risolti: mi soccorrerà lui, baldo giovine in tuta rossa. Ma il baldo giovine voleva solo dirmi che guardi, signora, è troppo lontana dalla pompa, così non potrà mai fare benzina. Perplessità, insicurezza, panico, rapida perdita di tutto il vantaggio acquisito: per spostare la macchina devo richiudere il serbatoio, saprò farlo? Mentre il benzinaio mi comunicava che avrei potuto avvicinare la macchina anche senza mettere il tappo, ho eseguito la complessa manovra: ritappa, manovra, stappa di nuovo. Quando ormai temevo che avrei trascorso la giornata lì, Amore mi spiace, non posso venirti a prendere, la pompa di benzina mi ha sequestrata, il giovine mi ha chiesto Preferisce che faccia io?, e io ho farfugliato qualcosa sul rispetto dei lavoratori e sul dare l’opportunità a ognuno di svolgere le sue funzioni in accordo col ruolo rivestito in società: E quindi faccia lei, grazie, come desidera. In accordo con le normative sul Covid, ho lasciato che toccasse lui la pistola per l’erogazione della benzina, ma ho preferito non dargli le chiavi della mia macchina, nessuno di noi indossava i guanti: ormai molto sicura di me, sotto lo sguardo attento del benzinaio ho richiuso ancora una volta la tanica. Complimenti, lei sembra davvero esperta, ha commentato il giovane benzinaio guardandomi mentre facevo scattare la sicura del tappo: Poche persone, sa, ricordano di chiudere la tanica con la chiave. Eh, grazie, ho risposto: Sa, faccio sempre benzina al self-service, ho fatto pratica.

Sono andata via sgommando con aria tronfia.

All’angolo della strada mi sono fermata a riprendere fiato. Molte ore dopo, mi sento ancora molto fiera di me.

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