Come fai a non vedere l’arcobaleno?

Un paio di settimane fa, un quotidiano a tiratura nazionale ha pubblicato una lunga e articolata intervista a una nota cantante; la nota cantante, che da cinque anni spiega a ogni pie’ sospinto quanto la maternità abbia cambiato in meglio la sua vita e che, ad ogni concerto dichiarazione ai giornali apparizione televisiva passeggiata al supermercato, sente la necessità incombente di nominare una fazzolettata di volte il frugolo, nel corso dell’intervista discetta dell’universo mondo: delle sue canzoni, di quelle dei suoi colleghi musicisti, del concerto-evento che ha da poco organizzato nella sua città (e a cui, mannaggiammè, sono andata), ma anche di case chiuse (?), di vaccini (???), di istruzione superiore, del Pd. Parla anche, ovviamente, di suo figlio: cinquenne a cui ha dedicato una canzone, che è stato concepito con l’inseminazione artificiale e che la nota cantante dichiara di crescere insieme alla madre, avvalendosi dell’affettuosa vicinanza di molti amici maschi, atti ad insegnare al piccolo le “cose da uomini”. E qui trova spazio la perla: “un figlio è meglio farlo con un marito ed è meglio dare a un bambino una famiglia, anche omogenitoriale, anche se io sono per la famiglia tradizionale”. Ovviamente, sui social è scoppiata la bagarre: il pubblico, vasto e variegato, della nota cantante di-cui-sopra si è diviso tra chi è rimasto stupito, confuso, ferito dalle sue parole e chi si sta arrampicando sugli specchi da settimane per tentare di trovare un senso alla frase: che, pronunciata da una persona che ha scelto di avere un figlio “in provetta” e crescerlo con la madre, è quantomeno ipocrita. Io, che tra i difetti annovero quello di non saper scindere l’artista dalla persona (o meglio, da quel poco della persona che posso leggere in un’intervista), a distanza di settimane continuo a masticare rancore. Mi chiedo (e lo continuo a chiedere alla mia bella, di solito mentre dorme, svegliandola di proposito perché sono troppo arrabbiata per aspettare il giorno dopo) come un’artista che amavo possa aver rilasciato un’intervista così zeppa di luoghi comuni da sembrare scritta al solo scopo di compiacere qualcuno; ma soprattutto, chi? Come fa una cantante a non conoscere il proprio pubblico, a non sapere che i quattro quinti di chi la ascolta proviene dal grande universo lgbt? Come fa a non rendersi conto di aver pestato un’enorme merda? Ma non ha nessuno che monitori i social, nessuno che legga la fioritura di post in cui viene giustamente tacciata di ipocrisia? Mi interessa poco di cosa faccia della sua vita, con chi scelga di fare figli, chi voglia al suo fianco per crescerli, chi decida di tenere nell’ombra: sono fatti suoi e delle persone che la circondano; ma una dichiarazione di questo tipo, in un momento storico in cui prendere posizione non è mai stato così importante, è grave, offensiva, goffa. Davvero non legge cosa scrive la sua fanbase, davvero non sente il rumore del malcontento che si è lasciata alle spalle? Ma soprattutto, a chi ha fatto bene questa intervista? Se davvero la pensa così (e una piccola parte di me ancora crede che non sia vero), come ha fatto a non avere nemmeno quel minimo di furbizia per tenerlo per sé? Ha una tale sicurezza di sé da non pensare che molte delle persone che si sono sentite offese dalle sue dichiarazioni ci penseranno due volte, prima di stare in fila cinque ore per un firma-copie o di farsi tre ore di pullman per un concerto? Davvero, in un momento in cui un ministro della repubblica dichiara che le famiglie arcobaleno non esistono, le è sembrata una dichiarazione sensata, ben fatta, tempestiva e adeguata? Le do un consiglio, così, spicciolo: investire qualche euro su un buon social media manager e un ottimo ufficio stampa: magari la prossima volta farà dichiarazioni meno discutibili. Quanto a me, ho fatto spazio su Spotify.

[questo post è un augurio di rapidissima guarigione per laMate].

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