Ansie.

Due settimane fa ero preoccupata per Mohamed: perché Piccolo stava male, perché l’inverno sembrava non finire mai, perché il freddo e il buio e la tristezza e i ricordi lo tormentavano, perché il pacco di dolciumi e verdure disidratate e borsette di stoffa mandato da suo fratello languiva nella cantina dei miei genitori, perché Mohamed non aveva tempo e voglia di smontare scatole e scatolette, porzionare i dolci, spiegarmi come cucinare gli ortaggi. Ero preoccupata per il vento, per i cani nelle loro cucce sotto la pioggia, per suor Elena che non voleva caricargli il telefonino, per la mancanza di ricezione della wind nella zona del camper. Ecco, adesso buona parte di questi crucci ha perso consistenza: perché, ormai da quasi due settimane, non esiste più il camper, né il compound in cui Mohamed viveva; non c’è più la cuccia di Nocciolino, non c’è la lampadina a led né la radiolina, non ci sono le sedie e nemmeno la coperta rossa regalata da Serena in un giorno di gran freddo. Non ci sono le ciabatte spaiate, e neanche il taccuino con i numeri di telefono di amici e parenti, e il rasoio elettrico che avevo ricaricato da poco, e le latte di cibo per cani, e lo specchietto di mia madre, e il berretto di pile che gli avevamo regalato per Natale: è bruciato tutto. Era un lunedì, Ste ed io stavamo tornando a casa con i sacchi della spesa, io agognavo un caffè e due biscotti, quando una mia vecchia conoscente, amica di Mohamed, mi ha chiamata. Mi ha detto solo il camper è in fiamme e lui non risponde al telefono, e io ero già fuori, in ascensore e poi in macchina accanto a mio padre, con le mani che tremavano e un senso di nausea profondo e la bocca secca e il cervello offuscato, ottuso. Ci ho messo più di mezz’ora ad arrivare, ché il camper stava all’altro capo della città: e per fortuna a un certo punto Mohamed ha risposto alle mie chiamate, e io non sapevo che dire e alla sua voce sconvolta e irriconoscibile ho detto solo sei tu?, sei vivo?, e lui mi ha risposto sì, almeno questo sì, sono vivo. Poi sono arrivata lì, ed è stata una serata orribile, tra l’odore acre dell’incendio e la preoccupazione per i gatti che non si trovavano, scappati chissà dove per la paura delle fiamme e delle sirene dei pompieri; c’era un freddo terribile, diluviava, e tutti i cani erano tornati ma Piccolo mancava all’appello, ed eravamo convinti che fosse morto, schiantato dalla paura e dalla fatica di scappare, e lo abbiamo trovato solo ore dopo, in mezzo a un mucchio di foglie secche, stanco e ansimante ma vivo. È stata una delle serate più faticose e tristi e angoscianti della mia vita: e gli occhi arrossati di Mohamed, le sue mani nere di fumo, le guance che iniziavano a mostrare i segni delle ustioni mi hanno sconvolta e avvilita e riempita di un’ansia che ha impiegato giorni a calare, lentamente come una marea.

Adesso, quasi due settimane dopo, i problemi pratici abbondano, Mohamed non ha più una casa, deve rimettere insieme i cocci della sua vita: e sta provando a farlo, con testardaggine e impegno e quella vena di folle ottimismo che lo contraddistinguono. E io, una volta di più, osservo da un punto di vista provilegiato la sua vita e cerco di capire come supportarlo senza assillarlo, come stargli accanto senza intralciarlo, come donargli affetto senza fargli credere di dovermi dare qualcosa in cambio. E non è facile, accidenti, non lo è affatto.

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