Amici (quarantine edition).

Quando è iniziata la quarantena, Ste ed io siamo state colte di sorpresa. Il giorno stesso eravamo andate al supermercato: era lunedì e noi, che siamo prevedibili e abitudinarie come criceti, facciamo sempre la spesa il lunedì. Dobbiamo prendere qualcosa in più del solito?, mi aveva chiesto lei: e si riferiva al fatto che un paio di settimane prima, dato che sembrava che la gente stesse dando l’assalto ai generi di prima necessità, avevamo aggiunto qualche confezione di legumi in più alla nostra solita lista della spesa. No, ma figurati!, le avevo risposto: ed eravamo tornate a casa con i nostri usuali quattro sacchetti con dentro una bottiglia di cocacola, svariate monodosi di stracchino, yogurt magro, mele rosse e petti di pollo e una confezione di detersivo per i piatti e molti crackers integrali. La sera stessa la tv ci aveva comunicato che bell’e buono dal giorno dopo saremmo dovuti rimanere tutti a casa: e io, nella mia ansia di capire come organizzarmi per il lavoro, avevo temporaneamente accantonato l’idea che fossimo parecchio carenti di approvvigionamenti.

Superato il temporaneo choc delle prime quarantotto ore di reclusione, abbiamo iniziato a capire quanto possa essere faticoso fare la spesa in periodo di quarantena; vicino casa nostra non ci sono supermercati a buon prezzo: quello a cui andiamo di solito dista circa un chilometro. Raggiungerlo a piedi, attraversando la circonvallazione con i sacchetti in mano, era inconcepibile: e poi, fino a due giorni fa, non avevamo neanche mascherine, e quindi. In zona ci sono solo negozi per ricchi, di quelli che vendono la frutta già tagliata, gli acini d’uva pelati, le arance divise a spicchi: e noi abbiamo pochi soldi, e siamo in grado di sbucciarci autonomamente la frutta o tagliare a cubetti una zucchina già da molti anni, e dunque.

Dopo dozzine di telefonate, molti consulti telefonici con genitori e suoceri, ché tanto stiamo tutti nella stessa zona e abbiamo esigenze simili, e con il consueto e provvidenziale aiuto di Ale da Roma, siamo riuscite a trovare un supermercato che porta la spesa a domicilio; abbiamo anche recuperato una farmacia (anzi, tre) che porta le medicine direttamente a casa inviando per email la ricetta dematerializzata del medico, un negozio di sigarette elettroniche ci ha fatto avere il liquido per la sigaretta di Ste, uno di cibo per animali ci ha riforniti di croccantini monoproteici per Nando e pappa-tredici-semi per Anastasia. Non siamo riuscite a ottenere solo una cosa: un plettro per Ste, che in questi giorni suona moltissimo la chitarra e che pensava di avere un plettro blu nella tasca esterna della custodia, e invece non lo ha trovato, e quindi da un mese alterna i polpastrelli con plettri fatti in casa. Siamo passate da un triangolo ritagliato dalla mia confezione di merendine al doppio cioccolato e ricoperto di scotch marrone a uno strano accrocchio costruito con una vecchia ricarica telefonica e uno spesso strato di attack. I risultati erano mutevoli: lo scotch era scivoloso, la scheda telefonica troppo flessbile, e il barré non viene bene, e quindi No, basta, non te le suono più le Spice Girls. E poi.

E poi abbiamo una chat di cazzeggio & sostegno morale, con Mirella e Ale e Massimo e Leone, e facciamo insieme un giochino online, un quiz di quelli che due volte al giorno ti arriva la notifica sullo smartphone e devi rispondere a dodici domande. Noi lo facciamo, e poi ci diciamo quante ne abbiamo sbagliate: e qualche giorno fa io e Ste abbiamo vinto, e riceveremo 37 centesimi in buoni Amazon. Siamo state molto fiere di noi, abbiamo anche fatto un discorso tramite vocale su whatsapp in cui ci dicevamo commosse ma desiderose di restare umili.

Ce n’eravamo scordate. Poi, qualche giorno fa, un corriere ci ha bussato al citofono e ci ha detto che avrebbe messo nella cassetta un pacchetto. E dentro c’era un biglietto scritto da tutti e quattro, Ale e Massimo e Leone e Mirella, e poi un porta-plettri, e millemila plettri colorati, di misure e spessori diversi, bellissimi. Ste è rimasta senza fiato, io ho rischiato di piangere nella mscherina, e poi ecco, adesso abbiamo moltissimi plettri. Ma soprattutto, abbiamo splendidi, splendidi amici.

[A latere: non avevo mai saputo che esistesse una cosa di nome porta-plettri, e questo oggetto rotondo e ignoto mi era sembrato un trita-erba, e mi chiedevo con viva curiosità che ci facesse a casa nostra, dove a fumare c’è solo Ste che usa sigarette elettroniche senza nicotina. E non sapevo neppure che i plettri avessero spessori diversi. Ma non ricordi che Carmen Consoli ne usa tanti diversi?, mi ha chiesto Ste. E sì, mi ricordo che ne usa tanti, e che li getta dietro le spalle durante i concerti, e che una volta, a fine concerto, ci siamo avvicinate al palco e abbiamo cercato di prenderne uno, ma non pensavo che c’entrasse niente lo spessore. Pensavo che li lanciasse perché non andavano più bene, come i tennisti quando cambiano le palline, o perché era stufa di usarli, o chissacciu. Si vede che non ne capisco nulla di musica].

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