Al telefono (col rumore del mare in sottofondo).

Come succede in media un paio di volte a settimana da quando la quarantena ci ha costrette ad annullare le visite settimanali alla tenda, qualche giorno fa Mohamed mi ha chiamata. Quando ho visto il suo nome sul telefonino e ho risposto ho sentito, come sempre, un rumore forte di vento, di risacca e di fronde, e poi la sua voce perplessa che diceva Pronto?, e poi tramestio, il telefonino che di sicuro era caduto a terra, fracasso, parolacce biascicate in due o tre lingue diverse, colpi come di mani a spolverare i pantaloni e poi di nuovo Pronto?, e io intanto gridavo Moha, sono io, Moha!, e finalmente mi è arrivata la sua voce che diceva Ehiii, Stelluccia, come stai?

Lui sta bene, mi ha detto. Si annoia, soffre la solitudine, nessuno lo va a trovare, ma sta bene. Nessuno ti viene a trovare?, gli ho chiesto, E chi ti porta da mangiare, e il tabacco?, e già ero nel panico e pensavo a come fargli avere le cartine, il caffè, le batterie per la radio, il patè di fegato per Shab, e poi mi avevano detto che i volontari della Croce Rossa venivano ogni sera, e anche quelli della Comunità di Sant’Egidio, ché loro hanno un permesso e possono girare, Moha, ma non sono venuti, eh? Aspetta che li chiamo. Non preoccuparti, mi ha subito arginata, ho tutto, vengono regolarmente, ho scorte di cibo per me e per i gatti, ma non è come vedere gli amici; invece, sai, la gatta più grande ha fatto sei cuccioli, ma io non li ho visti. Come fai a sapere che sono sei, se non li hai visti?, gli ho chiesto, ma lui non mi ha saputo rispondere, o forse non ha voluto farlo, e ha nicchiato. Sono preoccupato, mi ha spiegato, c’è ancora troppo freddo, le cucciolate di primavera avrebbero bisogno di sole e calore, e poi la gatta ha nascosto i cuccioli in un anfratto vicino agli scogli che secondo me non è adatto, e se fosse troppo umido? Ma no, ho cercato di rassicurarlo, la gatta sa il fatto suo, in fondo fa tremila cucciolate l’anno, è la decana della zona! Ci ha pensato su e poi È vero, mi ha detto, e poi mica sono figli miei, e ha riso molto, e anche io ho riso. Mohamed ride sempre moltissimo.

Sai chi mi è venuto a trovare?, mi ha chiesto a un certo punto. No, chi?, gli ho detto, anche se un’idea ce l’avevo. Biagio Conte!, mi ha risposto, e gongolava; loro sono stati amici, tanti anni fa, quando a Palermo il volontariato in favore dei senzatetto non era ancora strutturato, non c’erano gruppi e ronde e turni per consegnare i pasti. Quando Mohamed aveva ancora una casa, e anche Biagio Conte l’aveva. Sei stato contento di vederlo, Moha?, gli ho chiesto, Eh sì sì sì, mi ha risposto, perché lui dice sempre sì tre volte, ma non posso dirti cosa ci siamo detti, è un segreto. Io comunque non glielo avevo chiesto, eh.

Come sempre, ho cercato di convincere Mohamed ad andare a trascorrere la quarantena in un dormitorio, ché per ora stanno aperti tutto il giorno e non solo la notte e fanno anche servizio mensa. Ma non ha senso, mi ha risposto: non dovremmo stare tutti lontani? Qua ci sono solo io, e poi alberi e mare e gatti e qualche macchina lontana, là ci sono moltissime persone in poche stanze. L’altra volta è passata la polizia, mi hanno detto che devo stare a duecento metri dalla tenda, e per me va bene. Il cassonetto è a meno di duecento metri da qui, e il bar è chiuso, che ci vado a fare? Non pensi che sia più pericoloso, stare in un luogo chiuso e affollato? Effettivamente aveva ragione lui, e non ho saputo cosa ribattere.

Lo sai che stanno facendo tante iniziative per i poveri?, mi ha chiesto all’improvviso. Sì, gli ho risposto, ma tu che ne sai? Ma soprattutto, ti serve qualcosa? Vuoi che ti faccia mettere in lista per la spesa sospesa? Io mi informo, mi ha risposto, e non mi serve nulla: preferisco lasciare il posto a chi ne ha bisogno.

Ci siamo salutati, con affetto e con una punta di tristezza, ché chissà quando ci rivedremo. E a me manca, quell’iraniano malmostoso che ride e mi chiama disgraziata. Mi manca un bel po’.

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