A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io

A me Lucio Dalla è sempre piaciuto. Da quando, poco più che treenne, dichiarai il mio amore per le sue canzoni – Se io fossi un angelo è la prima canzone in assoluto di cui ho imparato tutte le parole – ho continuato a comprare, in maniera saltuaria e discontinua e affezionata, i suo album. Ho riso e schioccato le dita a tempo con Disperato erotico stomp, mi sono commossa con Anna e Marco, ho digrignato i denti sentendo Caruso, che non mi piace e che lui, in un’intervista, dichiarò di non sopportare più. Ho adorato Canzone, e Ayrton, e quel capolavoro di insensata dolcezza che è Tu non mi basti mai. Per me la canzone del capodanno non può essere che L’anno che verrà, e quando ho preso la patente la nonna mi ha cantato Nuvolari per un mese di seguito, ogni giorno, per incoraggiarmi. Ho avuto molta paura, ancora bambina ma non troppo, quando è uscito un album, Cambio, la cui prima canzone si chiamava Attenti al lupo: e non volevo sentirla, temevo che fosse cruenta o angosciante, e poi ho visto il video e lui rideva e ballava e scuoteva la testa e sembrava felice. Quando sono stata a Berlino, ho sopportato uno zio che mi ha chiesto, per l’intera estate, se ci fossi andata con Bonetti; sul mio diario di scuola, alla pagina del quattro marzo, c’è sempre stato il testo di 4/3/1943. Nel mio tema di maturità ho citato a memoria Piazza grande, senza sbagliare una parola.
Due giorni fa ero bloccata nel traffico, in una mattina palermitana calda e assolata di quasi-primavera, e c’era un corteo di lavoratori, e io fremevo e suonavo il clacson e bisbigliavo improperi – ai danni dei vigili, sia chiaro, non dei manifestanti – e a un tratto mi è arrivato un messaggino con scritto solo è morto Lucio Dalla. Ho pianto per tutta la strada, mentre la radio trasmetteva Cara, e Futura, e La sera dei miracoli. Perché a me Lucio Dalla è sempre piaciuto, perché ho sempre pensato che fosse un genio poco compreso, perché la sua voce mi ha sempre fatto commuovere, perché mi sembrava che tristezza e nostalgia e dolcezza si nascondessero sempre dietro quelle parole eccentriche e trasgressive, dietro quei raffinati toni jazz. Forse anche perché la sua musica è stata la colonna sonora di una parte considerevole della mia vita.

Come sempre, alla morte di un personaggio pubblico, il popolo dei social network si è scatenato; con dediche e immagini un po’ kitch, di solito: ma questa volta, solo con le sue canzoni, e spesso anche le più belle. Ho letto anche gli scampoli di una sterile polemica riassunta nel grido di battaglia ‘non osannate da morto chi non avete postato da vivo’, opinabile in se stessa, ché quando morirà, per dire, Napolitano, metterò sicuramente una sua foto, anche se di solito non pubblico le sue citazioni, e soprattutto in questo caso: perché Lucio Dalla, che lo si voglia ammattere o no, è stato una delle voci dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta. A volte il troppo cinismo fa male: soprattutto quando è immotivato.

Aggiungo, a voler mettere le mani avanti, che mi piacciono molto anche Zucchero e Guccini: e quando moriranno, Diavolo in me e L’avvelenata ve le beccherete, non si scappa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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