A chi importa dell’odore della carta?

Come ho fatto a vivere per trent’anni, tre mesi e qualche giorno senza questo splendore tra le mani? Me lo chiedo da quando, una manciata di giorni fa, un corriere in giubba biancoazzurra mi ha consegnato il regalo che mio padre aveva scelto per il mio onomastico: un ereader di ultima generazione, con cover gialla e caricabatterie e pellicola per preservare lo schermo. Un oggettino agile e compatto, grande quanto un libro tascabile, leggero e maneggevole e retroilluminato e silenzioso, e soprattutto in grado di contenere molti molti libri. Praticamente il paradiso.
Di solito, quando si nominano gli ereader, le reazioni dei lettori variano dalla chiusura assoluta (giammai toccherò quell’aberrazione, i libri devono essere di carta e possibilmente puzzare anche di muffa) al moderato entusiasmo (sì sì, sono comodi, ma vuoi mettere il piacere di sfogliare le pagine?). Ora, io davvero non capisco: che m’importa di scorrere dei fogli o strusciare il dito su un angolo di schermo, se posso avere tutti i libri che voglio, o quasi, in un unico simpatico apparecchio? Se posso evitare di ingolfare casa di volumi, di accatastare pile e pile di romanzi sul piano dell’armadio, se posso portare con me in viaggio o in villeggiatura una ricca scelta di romanzi senza trascinarmi dietro una valigia strapiena? Ma soprattutto, perché dovrebbe piacermi l’aroma della carta? È un odore come un altro, che può essere piacevole quando è lieve e discreto, ma che diventa molesto quando è prodotto da ventisettemila libri accatastati in tre stanze e mezzo. Perché dovrei volerlo fiutare quando leggo? Preferirei bearmi del profumo di una begonia, ecco.
Dal mio punto di vista di persona che legge, l’ereader è un concentrato di vantaggi: dalla comodità più ovvia del non tirarmi dietro libri su libri alla praticità di poter leggere in una stanza buia, sfruttando le impostazioni di illuminazione dello schermo. Dalla possibilità di sapere quanti minuti mi separano dalla fine del capitolo, o del libro, all’indicazione della percentuale di testo letta. Dalle chiose da apporre al dizionario online integrato, dal non perdere mai il segno alle opzioni per ingrandire o rimpicciolire il carattere, allargare o stringere i margini, togliere le grazie alle maiuscole, alla facoltà di condividere quello che leggo con i miei amici, semplicemente mandando una mail o spedendo una chiavetta al di là del mare e poi su fino in Veneto. I libri costano meno, si possono chiedere in prestito/scambio con facilità anche a sconosciuti, il senso di colpa non mi abbatte se inizio a leggere qualcosa e poi scopro che, uff, non mi va proprio di continuare. No, no: ereader per sempre, ecco.
L’unico neo della lettura di ebook, per ora, è il non riuscire a trovare tutto quello che desidero: le case editrici indipendenti pubblicano ancora quasi tutte solo in cartaceo, e anche il catalogo dei grandi editori spesso non è completo. Ma ho ricevuto una piccola valanga di titoli, da persone generose e dolci che sono corse in aiuto al mio grido di dolore ho un ereader e non so cosa leggere; e quindi, grazie a laMate e Chiara e Luigi, ho libri per i prossimi cinque o sei anni. Adesso ho tra le mani Vipera di Maurizio de Giovanni: intenso, avvincente, dolce e dolente come sempre. Assolutamente consigliato: va bene anche in cartaceo, se proprio ci tenete.

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