Terremoto in Emilia: la testimonianza di Valeria

Dopo l’articolo pubblicato su Carmilla, qualche giorno fa, ho ricevuto questa toccante mail da parte di Valeria, una sanfeliciana che ora abita a Reggio Emilia. Ho pensato di pubblicarla come testimonianza di questo evento che ha stravolto le nostre vite.

Cara Barbara,
quando ho letto il tuo articolo mi sono commossa.
Anche io ero a San Felice quella notte, ero a passare il fine settimana dai miei genitori, con i miei bimbi di 5 e 3 anni. Immagina il mio stupore quando alle 4 di notte sento il letto che balla, balla tanto che io non riesco a scendere, mentre il boato del terremoto mi paralizza le gambe dal terrore. E il piccolo che mi chiama «Mamma! Mamma!Mammaaa!!» lui terrorizzato dal rumore di piatti che si spaccano, bottiglie che si frantumano, scarpiere che cadono. Finalmente riesco ad alzarmi e raduno i bimbi sul lettone al pianoterra, come una chioccia che li vuol proteggere con le sue ali. Vedo i miei genitori, ancora con gli occhi fuori dalle orbite, che cominciano a spazzare i vetri e raccogliere cocci. Subito al lavoro. Mai stare con le mani in mano. Poi piano piano si guarda fuori, timorosi. La cosa strana è vedere tutta la gente, lì fuori. Anziani in vestaglia con l’aria smarrita, bambini che giocano a pallone in mezzo alla strada. Cominciano a funzionare i cellulari, dopo 10 minuti dal terremoto la televisione già parlava di noi. «Non è possibile..» pensi. Intanto cominciano le voci
–la chiesa è crollata!- – la rocca anche!- – Finale non c’è più..- «Oddio non è possibile..» Allora subito pensi ma i nonni a mirandola..? Niente, il telefono è muto. Loro il cellulare non lo sanno usare. Un genitore parte alla ricerca dei nonni. La ditta? Mah, andiamo solo a fare un giro da fuori a vedere se è ancora su. Il lavoro di una vita..parto subito con la bici, porto con me il bimbo grande (!) e giriamo per il centro. «Mamma, perché queste case sono crollate..?» «è stato il terremoto tesoro»
«mamma e la nostra casa diventerà così?» «speriamo di no, tesoro».
E la cosa peggiore è che le scosse continuano, continuano. Essere lì e vedere che comunque i miei stavano bene, abbracciare mio nonno in lacrime, dare qualche parola di conforto ai vicini di casa.. non è spiegabile a parole.
Ma poi io sono tornata a Reggio, dove vivo.
Il giorno dopo la scossa ho pianto tutto il giorno, probabilmente i miei nervi avevano ceduto mentre ero là dovevo essere forte per tutti, soprattutto per i bimbi.
La gente che ti viene a chiedere se l’hai sentito.. se ti sei spaventata.. tutti a parlare della scossa, di quella del 70, di quello che hanno visto in tivù senza nemmeno sapere, senza nemmeno sospettare che stanno parlando dei miei, dei nostri posti.
Un figlio che non vuole più dormire al buio e con la porta chiusa, ma con la testa vicino alla porta aperta. L’altro che disegna solo case crollate per settimane. Forse ho fatto male a portarlo..? No è giusto che sappia quello che è successo nel mio paese, nel posto dove ho passato la mia infanzia e giovinezza e dove ogni angolo mi ricorda un pezzo di me.

E poi arriva il 29…la scossa si è sentita bene anche a 30 km da Reggio quindi immagina lo spavento di sapere quello che poteva essere capitato lì. Telefoni non vanno, il solito.
Riesco a mandare un sms a mio fratello, tutti bene ringraziandoiddio. Ma comincia il solito giro di valzer, la ditta di nuovo inagibile che sembrava esserlo, i nonni sfollati, i miei che picchettano la tenda in giardino. Come tutti, del resto. Tutti quelli fortunati che non ci hanno lasciato le penne. E anche qui, come dici tu, siparietti: mamme all’asilo spaventate perché « la mia anta dell’armadio faceva tac-tac»
E tornare a San Felice dopo due settimane è stato penoso. Camionette di tutti i colori. Elicotteri. Strade chiuse, strade transennate, posti blindati. Macchie di colori ovunque che quando l’occhio mette a fuoco capisci che sono tende, certo, tende ovunque, dappertutto. Il centro non è più quello, il posto non è più quello che conoscevi. Sembra di essere in guerra.
E gli amici..? «ciao, come va a te..?» «beh non ho più il lavoro e per adesso non ho più la casa.» «ah.» cosa puoi rispondere? L’altro dorme in camper. E quello che si è andato a comprare una brandina? A momenti si picchia col commesso perché gli ha chiesto se facevano sconti ai terremotati ma il commesso giù a ridere. Pensava fosse un pidocchioso con la scusa pronta. Ha pagato al suono di «ma che cazzo ridi?!?»
E poi, a distanza di tempo, il mancato ritorno alla normalità. Il lavoro manca o è cambiato, la casa non è praticabile. Che fare..? Beh, andiamo a bere una birra. Eh, no la baracchina è chiusa, è sotto la rocca. Già..e al pasteggio..? Si ma chi si fida di andare al chiuso? Comincia a mancare la routine. Quella noiosa routine che quando ce l’hai ti stritola ma che adesso pagheresti caro per riaverla. Anche solo stare 5 minuti a sparare cazzate con gli amici senza che quell’ombra nera ti venga sempre a disturbare.
La paura che arrivi una scossa.
Si parla tanto di aiuti, mi auguro vivamente si riesca a conciliare gli aiuti con i bisogni senza che ci metta lo zampino la burocrazia. Un prete dell’Aquila l’aveva detto a suo tempo per i suoi: prima i capannoni, poi le case, poi le chiese.
Se riparte il lavoro, riparte tutto.
Mi sono permessa di scrivere questo, rispondendo al tuo bellissimo articolo, per tutto quello che stanno passando le persone a cui voglio bene e che vi giuro è impossibile da capire se uno non l’ha provato. Impossibile.
E anche perché, se nei telegiornali la notizia comicerà a non fare più notizia, nessuno deve dimenticare.

Valeria

 

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2 Responses to Terremoto in Emilia: la testimonianza di Valeria

  1. Veronica says:

    Ciao Barbara e ciao Valeria leggere le vostre parole , mi rincuora sapendo che non sono l’unica che non sono sola ad aver provato certe cose . Dal 20 Maggio anche la mia vita è cambiata sbattuti fuori dalla nostra casa … notti insonne e sempre a guardare i lampadari ancora ora mai a giorni di distanza… Corsa con la divisa a vedere a controllare a cercare di aiutare il più possibile .. ma con un senso di vuoto e di perdita già dopo la prima scossa .. dopo la seconda ho provato cosa volesse dire il panico, la paura di perdere una persona che amo più di me stessa… Il non poter più tornare a casa .. si è ancora su ma danneggiata , la paura è troppa , la mia bambina e la sua tranquillità è più importante di una casa .. Vivo con i suoceri in provincia di Modena adesso e per sempre io in quel paese che non mi ha mai amato e voluto non ci tornerò più.. Ma la mia casa è la e come giusto che sia dovrò aiutarla a trovare una nuova persona che la possa sistemare e amare come lo abbiamo fatto noi.
    Comunque so cosa vuol dire amare quella routine che prima si brontolava sempre ma che oggi pagherei chi sa cosa per riaverla … Vi abbraccio tutte e due e come dico sempre io che Dio benedica voi le vostre famiglie e tutte le popolazioni che stanno soffrendo come me dal 20 Maggio scorso.
    Un abbraccio Veronica

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