Dieci domande a… Mario Mereu (terza parte)

 Ho sentito dire che qualcuno voleva trarre un film dal tuo romanzo, è un progetto ancora in piedi o non andrà in porto? Se così fosse mi dispiacerebbe molto, alcune pagine del tuo libro sono già scene da film… penso alla caccia che mi ha subito fatto pensare a “Gli uccelli”.

 “Chissà… per il momento è fermo ai blocchi di partenza. Condivido il tuo dispiacere, penso anch’io che si potrebbe trarne un bel film, il mio stile di scrittura è molto “visivo”. Chi vivrà vedrà…”

 Nel romanzo la tua scrittura è semplice, lineare, quasi colloquiale (e a mio parere è un pregio, in questo caso, e non indice di banalità o di sciatteria), nei racconti che pubblichi sul tuo blog la scrittura è più cattiva e i personaggi sono variegati e assai lontani dal tuo modo di essere. Come se nel romanzo fosse Mario a descrivere, anche se con la maschera del tuo alter ego Nanni, nei racconti invece esplori le diverse caratteristiche dell’animo umano, ma come un entomologo… è forse un caso di sdoppiamento di personalità?

 “Bella domanda. Credo che lo stile vada adattato all’argomento che tratti, all’ambientazione, ai personaggi… l’originalità e la “bravura” dello scrittore, secondo me, si manifesta proprio nel non far notare il lavoro di costruzione ed elaborazione dei contenuti e dello stile che è celato dietro le pagine, il lettore deve provare il puro piacere di leggere, non la fatica di sforzarsi di capire cosa lo scrittore intendesse dire… rimando alla fondamentale lettura del saggio di Italo Calvino “Le sei lezioni americane” Soprattutto la lezione che tratta della “leggerezza” nello scrivere.”

  Ultima, la domanda solita. Ti senti più un grafico pubblicitario prestato alla scrittura o uno scrittore prestato alla grafica?

 “Suppongo non mi si pigli in nessuno dei due campi :)

Grazie per le domande :)

 Grazie Mario e aspettiamo il tuo prossimo libro! Alla prossima!

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Dieci domande a… Mario Mereu (seconda parte)

Nelle cose che hai scritto successivamente, specialmente i racconti, ti sei lasciato ancora coinvolgere dalle suggestioni de Sa Nuraxìa o ne hai preso le distanze? Mi pare la seconda…

 “Prendere le distanze” non mi pare termine adeguato,  suggerisce un atto negativo di rifiuto… ti rimando alla risposta della domanda precedente :)

 Dopo aver visto pubblicato il tuo primo romanzo, ti senti uno scrittore o solo uno che scrive e che per puro caso ce l’ha fatta ad una sorta di “lotteria”?

 “No. Una lotteria no. La mia opera ha subito un giudizio serio e un lavoro di editing competente e articolato prima di essere pubblicata, e di questo ringrazio la casa editrice Aisara che ha creduto in me e che ha investito risorse e competenze. Il problema resta sempre quello della promozione successiva… ma questo è altro discorso. Se mi sento uno scrittore? Guido una utilitaria e non mi sento certo un pilota… pubblicare un romanzo non ti dà la patente di “scrittore” al massimo ti da un’opportunità di diventarlo se riesci a farti pubblicare di nuovo, se vendi abbastanza copie… se… se… se…  io sono ancora sul se… per ora, ma sono un inguaribile ottimista.”

 

 Quando finalmente la casa editrice ti ha detto “Ok, lo pubblichiamo, ma devi lavorarci ancora su”, hai accettato i loro suggerimenti, la tua Editor è diventata una Tutor… gradita o a volte l’avresti volentieri ignorata, magari pensando “Ma chi me lo ha fatto fare?”

 “E’ stata un’esperienza assolutamente positiva, che ha permesso al mio romanzo di migliorare e a me di acquisire la consapevolezza del fatto che scrivere, al di là del momento creativo “puro”, che è importante, è soprattutto una “costruzione”. Per restare nel campo delle citazioni “automobilistiche”,  gli editor sono come i meccanici della formula uno… il pilota da gli input e guida, ma senza di loro l’auto non potrebbe uscire dal box e affrontare la strada.  Carina sta metafora :) m’è venuta in mente adesso… “

 Insomma mi par di capire che, per te, accettare suggerimenti, o magari imposizioni, non è stato poi così difficile. Sei stato fortunato con la scelta dell’editor, o pensi che possa esser un problema, per alcuni, metter da parte l’orgoglio del papà (o della mamma, of course) del romanzo? Bisogna esser particolarmente ben disposti o “basta” l’umiltà del neofita?

 “E’ ovvio altresì che lo scrittore debba salvaguardare l’integrità contenutistica e stilistica della propria opera, ma sforzandosi di assumere un atteggiamento collaborativo evitando di porsi in conflittualità. Il mio consiglio, in definitiva, è quello di provare a sentirsi come parte di una squadra che collabora al raggiungimento del medesimo obiettivo.”

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Dieci domande a… Mario Mereu

Lo scrittore che intervisto oggi è l’autore di un libro che ho amato molto.

Mario Mereu nel 2008 hapubblicato con la casa editrice Aìsara il romanzo “Prima della pioggia di settembre”. Premetto che ho letto il libro anche nella sua prima versione, quando si intitolava ancora “Aremigus”. E che questo titolo, a mio avviso, è molto più calzante di quello scelto dalla casa editrice. Sicuramente più evocativo.

Ma sentiamo cosa ci dice Mario.

Mario, in questo tuo primo romanzo è sicuramente molto evidente l’influenza che l’opera di tuo zio, Raimondo Demuro ha avuto su di te.

A tuo merito il fatto di aver elaborato in maniera del tutto personale e moderna le sue storie “millenarie”, l’aver sviluppato una storia avvincente e nello stesso tempo profondamente radicata nei… saperi passati, se così posso chiamarli.

 Però mi chiedo: è stata maggiore la soddisfazione per aver potuto attingere al patrimonio letterario di zio Raimondo, o l’ansia per dover in qualche modo rispettare lui e la sua opera senza travisarla e al contempo essere alla sua “altezza”?

 ”Certamente maggiore la soddisfazione. L’ansia non è cosa che mi appartiene caratterialmente. Nel mio romanzo credo di aver assolutamente rispettato l’opera di mio zio, anzi credo di aver contribuito in parte a rianimare il dibattito su di essa. In ogni caso il mio romanzo è opera di fantasia, non avevo alcuna intenzione, scrivendolo, di proporre verità nuove o di “spiegare” la sua opera, semplicemente, come dici tu, ne ho tratto spunto per “costruire” una storia, che è quello che amo fare.”

 Aver avuto questo background culturale ti ha agevolato nel creare questo intreccio, l’hai scelto consapevolmente per muoverti in un terreno conosciuto, oppure è stata una casualità?

 ”Un insieme di accadimenti. Un concorso letterario cui intendevo partecipare, la ricerca di temi che avessero a che fare conla Sardegna,  la conseguente scoperta dell’opera di mio zio, casuale o, per chi la vuole interpretare in questo modo, guidata dal destino… chissà.”

 Hai intenzione di tornare su questi argomenti, perlomeno in sottofondo o magari approfondendo, in prossimi romanzi, o consideri l’esperimento terminato?

 ”Sono indeciso. Da un lato mi piacerebbe dare un seguito alla storia, il romanzo ha un finale “aperto”, da un lato mi piacerebbe affrontare altre tematiche, ma il problema principale, oltre al riuscire a scrivere un opera “degna”,  rimane sempre quello della pubblicazione. Non è facile farsi pubblicare e non è facile promuovere ciò che si è pubblicato, ma questo è un discorso lungo… passiamo alla prossima domanda.”

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Dieci domande a… Patrizio Zurru (terza parte)

Adesso qualche domanda al libraio.

Come libraio indipendente, stai pensando di farti proteggere dal WWF, in quanto specie in via di estinzione, oppure pensi che per voi ci sia uno spazio che le grandi catene non potranno mai occupare?

(A questo proposito mi viene in mente che qualche mese fa, cercando il libro di una piccola casa editrice, il commesso di una libreria delle Majors, dopo avermi detto che quel libro “non lo tenevano” mi ha sommessamente suggerito di fare come lui, in questi casi… vada in una libreria indipendente…)

“In Sardegna le librerie indipendenti, la maggior parte, aderiscono all’ALSI, associazione delle librerie sarde indipendenti, creando più un rapporto fra colleghi che non fra avversari, e mettendo in rete professionalità e iniziative. Quindi ci sosteniamo a vicenda, facendo passare il discorso che il servizio è meglio dello sconto. Sta nascendo poi il circuito LIBEROS, che unirà librerie indipendenti, scrittori, biblioteche, agenzie letterarie e festival, per divulgare la carta e l’idea V.I.R. (very important reader), che metterà al centro il lettore che aderirà all’iniziativa.”
https://www.facebook.com/pages/Liberos-la-comunit%C3%A0-dei-lettori-sardi/292419424153558

Il fenomeno degli e-book pensi sia destinato a soppiantare la carta tradizionale o sono due mondi che possono andare di pari passo?

“Andranno di pari passo, tu puoi leggere un e-book ma non regalarlo o prestarlo. Soprattutto non puoi avere una copia firmata!”

La tua libreria si è sempre distinta per le felici invenzioni, penso alla serie di “scrittori socialmente utili”, e ai corsi per i ragazzi (meritoria opera di contagio del bacillo della lettura nei ragazzini figli dei videogames). Sono le cose che vi distinguono dalle catene grandi ma anonime, e che vi han premiato come libreria a livello nazionale?

“Esatto, ci hanno premiato soprattutto per il lavoro fatto coi clienti/lettori, per il coinvolgimento di questi ultimi in tutte le iniziative.
Presto ce ne saranno altre, come Bookshop Sleepin’ ovvero una notte in cui permetteremo agli appassionati di intrattenersi in libreria per sfogliare libri fino all’ora di colazione.”

Per finire, ti senti un libraio prestato all’agenzia di scouting, o uno scopritore (e tutore, perché immagino che seguire uno scrittore dalla nascita, uscita del primo libro, e in tutta la carriera seguente, fa in qualche modo di te un tutor!) di talenti? O nessuna di queste due definizioni ti sconfinfera?

“Book addict è forse la definizione giusta.”

Grazie, Patrizio, libraio jazz, anzi, istigatore alla lettura, come ti definisci, e buon lavoro!

“Grazie a te e a presto in libreria.”

 

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Dieci domande a… Patrizio Zurru (seconda parte)

Anche se in questo secondo caso mi pare più corretto usare la parola “stampatori” e non “editori”. Sbaglio?
“E’ anche peggio, perché gli stampatori non impongono il loro marchio in copertina, cosa che invece fanno questi “editori”.”
Come agente letterario, trovi più disponibilità da parte delle grandi case o dalle medio – piccole?
“Dalle grandi e medio grandi. Stanno scommettendo su nuovi autori, cosa che prima facevano soprattutto le piccole e medie.”
Quante di queste vanno alla ricerca di talenti e quante invece si limitano ad andare sul sicuro, sui nomi già noti? (se poi sono noti per aver scritto altri degni libri, o noti per aver avuto il famoso quarto d’ora di celebrità… a volte il dubbio a noi lettori medi, casalinghe di Voghera o del Campidano che sia, ci viene…)
“Le grandi fanno ricerca attraverso le agenzie e al tempo stesso partecipano alle aste internazionali per avere materiale sicuro.
Alcune piccole e medie partecipano alle aste raccogliendo gli avanzi “di genere”. Ad esempio, ora la maggior parte delle case editrici vanta “il più grande scrittore svedese”. Come è possibile?”

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Dieci domande a… Patrizio Zurru

Dopo aver intervistato scrittori, al primo romanzo o già al secondo e oltre, ho pensato di esplorare il mondo dell’editoria facendo qualche domanda a Patrizio Zurru, libraio, agente letterario, operatore culturale a tutto tondo.
Patrizio, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Spero tu possa aiutarmi a capire meglio il misterioso mondo dell’editoria e della “letteratura”.
Mi pare che negli ultimi anni il numero di “persone che scrivono” sia aumentato in modo esponenziale, questa almeno è l’impressione che si ha svolazzando in rete e leggendo i giornali. O forse sono solo aumentate le possibilità di ottenere visibilità (penso ai blog e alla rete in genere, e al proliferare di siti di auto pubblicazione, corsi di scrittura, concorsi letterari dai più blasonati a quelli che lasciano un po’ perplessi). Dalla tua posizione di agente letterario (co-fondatore dell’agenzia Kalama) che mi dici? Dacci un po’ di numeri!
“Si può dire, dati alla mano, che ci siano più persone che scrivono rispetto a quelle che leggono. L’idea che si possa diventare famosi pubblicando si è insinuata nella testa di molti, e questo provoca il proliferare di tantissime Edizioni A Pagamento, i famosi EAP, che approfittano di persone in buona fede.
Molti concorsi letterari sono legati a doppio filo con case editrici di questo tipo e spesso il premio consiste in una pubblicazione, di cui il vincitore deve acquistare copie.”
Sempre da questa tua posizione privilegiata, per avere un quadro verosimile, l’aumento di numero corrisponde anche all’aumento della qualità degli scritti che vi sottopongono, oppure il livello qualitativo è identico, o magari peggiorato, nel senso che ora si sentono novelli Dante anche persone che litigano con l’analisi logica e l’analisi grammaticale?
“Appunto per quello che ho detto prima la qualità degli scritti va peggiorando. Diciamo che ci rende felici ricevere materiale ben scritto, ma è molto raro rispetto alla media degli invii.”
Ho anche l’impressione che sia aumentato il numero delle case editrici, penso alla fortunata ondata di case editrici nate in Sardegna negli ultimi anni. Secondo te è un bene o in alcuni casi si tratta solo di imprenditori che han fiutato l’aria e approfittano della vanità degli “scrittori”?
“Già risposto. Alcune investono sugli scrittori, scommettendo sulla qualità del lavoro, altre fanno
investire gli scrittori.”

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Dieci domande a… Giorgia Spano (terza parte)

Hai già in cantiere nuovi progetti, come la revisione del tuo primo romanzo? Potremo leggere in una forma più matura le avventure di Paul e Nicole?
“Presto uscirà la nuova edizione di Accadde per caso o per destino, in autunno probabilmente.”
E, soprattutto, lo dico per tutte le ammiratrici di Paul e Nicole, ci sarà un seguito?
“Le anime che sopravvissero al tempo, questo è il titolo successivo ad Accadde per caso o per destino. Anche questo lavoro arriverà presto in libreria.”
Per finire, la domanda scema, ma che è ormai un mio must. Ti senti una pedagogista prestata alla scrittura o una scrittrice prestata alla professione?
“Mi sento una persona che riesce a svolgere il proprio lavoro con serietà e dedizione che non potrebbe mai rinunciare alla sua passione: scrivere.”
Grazie Giorgia per aver risposto alle mie domande scioccherelle, e alla prossima… per chiacchierare ancora di Paul e Nicole, da brave comari! :)

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Dieci domande a… Giorgia Spano (seconda parte)

Sempre in tema di caratterizzazione dei personaggi, il tuo lavoro di pedagogista, e il fatto di essere a contatto con persone e famiglie in difficoltà, ti aiuta oppure lasci i casi clinici a casa (scusa il gioco di parole) e nello scrivere scavi solo nel tuo mondo personale e della tua fantasia?
“Suppongo che in un modo o nell’altro il mio lavoro “entri” nella scrittura, così come entra tutto il resto. Sono il frutto della mia storia, della mia fantasia e delle mie competenze.”
In Faida abbondi in descrizioni del tempo passato: penso alle affettuose ricostruzioni dei tempi d’oro della Fonderia, e i viaggi in treno o corriera da un capo all’altro della Sardegna. Data la tua giovane età, sono ricordi di persone che queste cose le hanno vissute. Pensi anche tu che sia doveroso tramandarle, perpetuarle in qualche modo, per quando queste persone non ci saranno più?
“Ritengo fondamentale conoscere le proprie origini. Personalmente mi sento cittadina del Mondo, dell’Europa, dell’Italia, ma prima di tutto della Sardegna. Non è importante sapere solo dove si va, ma anche da dove si viene…”
Nel romanzo ci sono molti dialoghi scritti in bolotanese, alcuni personaggi per esempio sanno esprimersi quasi solo in bolotanese e non in italiano, penso a Letizia, personaggio fulcro del libro: la sua gelosia e invidia muovono tutta la storia, oltre alla testardaggine (non sarebbe sarda, vero?). Sei ancora convinta che i dialoghi in lingua originale fossero indispensabili all’economia del romanzo oppure pensi che potrebbero condizionare la lettura da parte di un non bolotanese?
“Sono assolutamente convinta. Letizia per esempio, non sarebbe riuscita ad essere ciò che è senza aver avuto la possibilità di esprimersi per ciò che è. Il dialetto era proprio funzionale al personaggio e viceversa. Purtroppo non posso e non sono in grado di reinventare ciò che in prima istanza ho visto e sentito solo in un modo. Probabilmente molti lettori non bolotanesi sono stati condizionati dal dialetto, ma se hanno proseguito nella lettura l’immagine che avranno definitivamente avuto di Letizia è quella che io ho cercato di trasmettere.”
Una mia curiosità, ti sei documentata dalle vecchiette sui filtri d’amore così cari a Letizia? Ti hanno detto se funzionavano?
“Non solo mi sono documentata, ma ho scoperto che ancora oggi molte donne ne fanno uso! Funziona sempre ciò in cui si crede…”

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Dieci domande a… Giorgia Spano

Alla prova del suo secondo romanzo, Giorgia Spano dal novembre scorso è tornata in libreria con una storia fortemente caratterizzata in salsa sarda, fin dal titolo: FAIDA L’amore, l’inganno, il sangue… (Aipsa Edizioni, collana Altrestorie, Euro 14).
Ne approfitto per farle qualche domanda e cercare di conoscerla meglio.
Cara Giorgia, nel tuo primo romanzo l’ambientazione era volutamente nel vago: poteva essere Cagliari o dove piaceva al lettore, la casa sulla spiaggia poteva essere a Piscinas, Pistis o, per assurdo, la riviera adriatica.
In questa tua seconda prova, i personaggi si muovono in aree della Sardegna ben definite: Bolotana, San Gavino, Cagliari. È voluto da te o… dalla storia e i personaggi?
Mi spiego, volevi raccontare la Sardegna, specie quella che non c’è più, oppure sono i fatti e le persone che han deciso per una ricostruzione più dettagliata e meticolosa dei luoghi?
“Nel primo romanzo c’era da parte mia il preciso intento di non dare precisi riferimenti topografici perché era mio desiderio che il lettore vedesse nelle mie descrizioni, la propria casa, il proprio mare, le proprie strade… Al contrario, in Faida il mio intento era decisamente l’opposto. Volevo che il lettore fosse incuriosito dalla descrizione precisa dei luoghi. Ciò nonostante è prima nata la storia e i personaggi e poi ho proceduto alla ricerca delle “immagini” che maggiormente corrispondessero alla mia visione. Bolotana, San Gavino e Cagliari mi hanno consentito tutto questo.”
Il primo romanzo era una storia onirica, magica, se vogliamo, con diversi piani sequenza e livelli di lettura e tempi.
Nel secondo invece si va avanti dritti a raccontare in ordine cronologico.
Ti trovi meglio nel primo o nel secondo caso?
“Nel primo romanzo si potrebbe parlare di una dimensione in assenza di spazio-tempo. Una dimensione scandita unicamente dalle stagioni senza perciò, come nel caso dei luoghi, alcun riferimento preciso. In Faida volevo che anche la storia fosse protagonista, la nostra storia. Da lettrice non amo i romanzi storici in cui ci sono continui flashback tra presente e passato, ieri, oggi, domani. Preferisco che in modo lineare mi vengano narrati gli episodi così come cronologicamente si sono susseguiti. Questo dà, a mio parere, la possibilità al lettore di immaginare in maniera più fantasiosa, creare inferenze e supposizioni sulla base degli elementi fino ad allora appresi al pari di chi scrive… ”
Confesso che leggere Faida mi ha un po’ spiazzato, per quanto è diverso dal tuo primo romanzo, (Accadde per caso o per destino). Non è tanto l’argomento (alla fine, sono sempre due storie d’amore… in estrema sintesi), e l’ambientazione sarda con le sue faide, vendette, divisioni per classi sociali non mi è certamente estranea.
Però non sono riuscita a innamorarmi dei tuoi personaggi… anche dei cattivi, per dire.
Invece nel primo romanzo mi è parso che tu abbia privilegiato l’aspetto caratteriale dei personaggi, li hai resi vivi e reali, palpitanti di vita e con varietà di sentimenti (anche la cattiveria e l’odio, ci mancherebbe). È un mio limite di lettura oppure hai proceduto in maniera diametralmente opposta nella costruzione dei caratteri?
“Non potrei mai scrivere nulla che in qualche modo non parli d’amore. E’ quindi l’amore protagonista principale sia del primo che del secondo romanzo. Così come la ricerca, interna o esterna. Accadde per caso o per destino è una storia che si regge quasi esclusivamente sulla psicologia dei personaggi, sui moti dell’animo, sull’amore appunto, escludendo tutto il resto, come già detto. In Faida ho proceduto nello stesso identico modo, ma oltre ai personaggi, protagonisti e non, ho dato spazio al tempo e ai luoghi.”

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Blue Klein

Seduta su una panchina, offro il viso al sole del pomeriggio, guardo la laguna e la città di Cagliari sotto di me, dal belvedere di Buoncammino.
Il maestrale che soffia mi sfoglia le pagine del libro che tento di leggere, inutilmente, da un’ora. Ormai deconcentrata, chiudo il libro e lo ripongo nella borsa. Nel fare questo, noto un uomo che si siede sulla panchina a fianco alla mia.
È un giovane magro, occhiali scuri, vestito con una maglietta blu e jeans consumati, scarpette da jogging.
Si siede e senza neppure guardarsi intorno, la vista secondo me meriterebbe più di un’occhiata, estrae da una custodia un palmare e comincia a digitare rapidamente sulla tastierina.
Il vento non pare disturbare la feroce concentrazione con cui lo vedo leggere le pagine, che fa scorrere con nervosi tocchi di falange. Non ho più motivo di restare, raccolgo la borsa e mi allontano.
Camminando lentamente, attraverso Porta Cristina. Continuo a scendere, davanti alla Cattedrale c’è una folla di persone in grande spolvero, le auto parcheggiate infiocchettate, c’è un matrimonio.
Ecco gli sposi. Lui vestito da pinguino. Lei pare una meringa, con un abito vaporoso tutto pizzi, e un velo che il vento fa lievitare scompostamente, facendo strillare il fotografo.
Arrivo sul selciato di via Lamarmora. Ogni volta che sopraggiunge un’automobile il motore rimbomba nello spazio ristretto tra i muri degli antichi palazzi troppo vicini, mi fermo per lasciarla passare; guardo con un certo interesse le botteghe, i negozietti di antiquariato e abbigliamento vintage.
Arrivata nel quartiere di Marina, mi fermo davanti a una libreria. Un libro dalla copertina di un blu oceanico attira la mia attenzione. Entro, e mi immergo fra gli scaffali.
Frugando tra edizioni economiche e brossurate, arrivo ai libri d’arte.
Sfoglio un volume su Picasso, ma gli occhi, simili a due laghi ghiacciati, di Jeanne, la musa di Modigliani, dalla copertina di un altro volume, mi chiamano con forza.
Macchinalmente, allungo la mano verso il libro su Modì. Un’altra mano tesa sul libro, sfiora la mia. Prima di alzare lo sguardo sul viso della persona cui appartiene la mano, noto uno sbaffo di colore blu sull’indice: la mano d’uomo è quella di un pittore.
Con un leggero brivido, mi decido a guardare chi ho di fronte. Sorpresa, vedo il viso magro e affilato di un uomo, che riconosco anche se porta gli occhiali da sole in cima alla testa. È l’uomo della panchina!
Mentre lascia andare il libro, si scusa e allontana la mano dalla mia, noto che è meno giovane di quanto mi fosse sembrato prima.
Senza gli occhiali scuri, ora distinguo alcune rughette intorno agli occhi, e vedo qualche filo bianco tra i capelli castani. Ha più o meno la mia età.
Rispondo che non deve scusarsi e gli porgo il libro. Lo prende, e mi invita a sedermi ad un tavolino d’angolo, dove i clienti possono sfogliare i libri e bere qualcosa.
Ordiniamo un caffé, e guardiamo le foto dei quadri di Modigliani. Gli occhi di Jeanne, la testa lievemente reclinata sul lungo collo che sboccia come un fiore dalla scollatura dell’abito azzurro, mi guardano imperscrutabili, mentre occhieggio furtiva l’uomo, che nel frattempo si è presentato: si chiama Filippo, e ama imbrattare tele, come immaginavo.
La voce bassa con cui mi parla di sé possiede un tono ipnotico. Quando usciamo dalla libreria, ha comprato per me il libro su Modigliani.
Mi saluta e mi invita a visitare il suo studio, l’indomani.
Ci vado in macchina, è lontano.
Entrata lì dentro, perdo la cognizione del tempo. Tele dappertutto, la maggior parte monocromatiche. Quasi tutte sul blu e sue varianti.
Una tela mi colpisce. Un quadrato blu, un blu Klein, che mi comunica un dolore profondo come il mare.
Ho come un flash. Vedo Filippo bambino che piange, rannicchiato in un angolo.
Mi volto per guardarlo negli occhi, cerco le tracce di tanto dolore comunicatomi da un solo quadro, e per un lungo istante i suoi occhi non sono più castani, ma blu come il quadro.
Chiudo gli occhi, li riapro, ma Filippo è lì che mi sorride con i suoi occhi castani, come poco prima. Faccio finta di niente e la visita prosegue. Dopo un po’, saluto e me ne vado.
In auto, penso ad altro. Arrivo a casa e fermo la macchina in giardino. Non scendo subito. Rivolgo lo specchietto retrovisore verso di me, nel buio scorgo solo i miei occhi riflessi, ma c’è una luce strana che vi dimora.
Una sottile inquietudine mi accompagna fino alla porta di casa, ma non ne afferro il motivo.

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